“Mi congratulo con il popolo fratello messicano e il suo presidente eletto, López Obrador. Che si aprano gli ampi viali della sovranità e dell’amicizia tra i nostri popoli. Con lui trionfa la verità sulle menzogne e si rinnova la speranza della Patria Grande”. È il tweet di congratulazioni che il leader venezuelano Nicolás Maduro ha rivolto ad Andrés Manuel López Obrador dopo il trionfo elettorale dello scorso 1 luglio. Forte del 53% dei consensi – una percentuale che non si vedeva dal 1982, al tempo della “dittatura perfetta” del Partito Rivoluzionario Istituzionale – López Obrador guiderà il Messico per i prossimi sei anni. Assumerà formalmente il mandato all’inizio di dicembre.

Il tweet di Maduro ha dato materiale ai critici del nuovo presidente – un nazionalista di sinistra, che le opposizioni accusano però di populismo e di simpatie chaviste – ma può anche, e con maggiore fondatezza, fungere da spunto per raccontare un’altra storia. Cioè che il Messico ha eletto forse il capo di Stato meno interessato alla politica estera da parecchi anni a questa parte.

Andrés Manuel López Obrador ha promesso di realizzare la quarta rivoluzione messicana, quella degli onesti contro “la mafia del potere” economico e politico. Ha detto che debellerà la corruzione dilagante e l’impunità dando il buon esempio, che ridurrà la povertà e il sottosviluppo attraverso politiche redistributive, e che risolverà la crisi della violenza – che ha fatto oltre 29.000 morti l’anno scorso e probabilmente anche di più in quello corrente – concedendo l’amnistia per i reati minori. Tra i punti principali del suo programma c’è il raggiungimento dell’autosufficienza alimentare ed energetica, obiettivo che implica almeno una chiusura parziale al commercio mondiale e in particolare agli Stati Uniti, il più importante alleato economico e strategico del Messico. In politica estera López Obrador ha dichiarato di voler seguire una linea di non ingerenza.

Se si esclude l’intermezzo della presidenza Echeverría (1970-1976), la politica estera messicana è stata a lungo fedele ai princìpi di neutralità e di non intromissione negli affari altrui esposti nella dottrina Estrada, datata 1930 ed elaborata dall’allora cancelliere Genaro Estrada. Questa postura ha cominciato ad essere allentata sul finire del XX secolo, quando il Messico ha iniziato ad avvicinarsi all’economia di mercato e, di riflesso, al resto del Nord America e alle organizzazioni internazionali: ne sono una prova la firma del trattato di libero scambio con Canada e Stati Uniti (NAFTA) nel 1992 o l’ingresso nell’OCSE nel 1994.

Dopo la storica sconfitta del PRI alle elezioni presidenziali del 2000, la nuova amministrazione di centro-destra ha deciso di abbandonare completamente la dottrina Estrada per sostituirla con una nuova: la dottrina Castañeda – dal nome del ministro degli Affari esteri Jorge Castañeda –, che puntava proprio ad aumentare il coinvolgimento messicano nelle questioni internazionali. In sostanziale continuità con Vicente Fox si sono mossi i suoi due successori, Felipe Calderón e l’attuale presidente Enrique Peña Nieto. Da nazione chiusa in sé stessa, il Messico è rapidamente passato ad essere il paese con più accordi di libero scambio al mondo: quello con l’Unione europea è stato aggiornato lo scorso aprile.

Ma López Obrador non sembra interessato a nulla che sia al di fuori dei confini del Messico. La distanza tra lui e Peña Nieto sembra essere già visibile nel differente approccio alla questione venezuelana. Peña Nieto ha scelto di denunciare la crisi democratica in Venezuela, non riconoscendo ad esempio la vittoria di Maduro alle ultime elezioni e assumendo una posizione molto dura nei suoi confronti all’interno degli organismi multilaterali americani: lo ha fatto sia per promuovere il rispetto dei diritti umani (con notevole ipocrisia), sia per il timore che la diaspora venezuelana possa ingrossarsi fino al punto da replicare in Messico i problemi di Brasile e Colombia.

Maduro non ha ovviamente risparmiato gli insulti, definendo Peña Nieto un codardo e un galoppino della Casa Bianca. López Obrador dice invece di non voler interferire in quella che – parole di Héctor Vasconcelos, suo importante consigliere in materia di relazioni estere – ritiene “una situazione strettamente interna”. Che non lo sia davvero è evidente: basti guardare agli 1,2 milioni di persone fuggite dal Venezuela negli ultimi due anni. Il fronte anti-madurista in America latina sembra insomma destinato a perdere una delle voci più importanti.

López Obrador potrà non interessarsi di politica estera, ma la politica estera si interesserà di lui. Il presidente eletto dovrà infatti necessariamente confrontarsi con il suo omologo statunitense e difendere gli interessi nazionali. Le questioni in ballo non riguardano soltanto l’immigrazione – i messicani in territorio americano, il muro, la gestione congiunta dei flussi migratori dal Triangolo del nord – o la lotta al narcotraffico, ma anche l’economia. Il Messico dipende dagli Stati Uniti, da cui proviene oltre il 40% dei beni che importa e in cui invia quasi l’80% delle sue esportazioni. Questo legame sta attraversando una fase di seria incertezza: Donald Trump vuole ridurre il deficit commerciale con il vicino meridionale, ha imposto dazi sulle importazioni di alluminio e acciaio (a cui il Messico ha risposto) e ha avviato un processo di rinegoziazione del NAFTA con l’obiettivo di renderlo più conforme alla sua visione protezionistica.

L’importanza dei rapporti con Washington impone a López Obrador un approccio prudente e pragmatico nei confronti di Trump. L’ha già adottato con il NAFTA, a cui una volta era contrario ma che adesso sostiene. Al di fuori del quadro nordamericano, tuttavia, è molto probabile che la politica estera messicana perda di peso. La scelta dell’ex-sindaco di Città del Messico Marcelo Ebrard per il ministero degli Esteri – un politico anche dal buon profilo internazionale – non cambierà l’impostazione generale di López Obrador. Che anzi ha già puntualizzato: Ebrard mi aiuterà ad applicare i princìpi del non intervento e dell’autodeterminazione dei popoli.

Negli anni al governo della capitale (2000-2005), che ha lasciato con un tasso di approvazione altissimo, López Obrador si è rivelato un amministratore capace e responsabile. Quell’atteggiamento più pragmatico che ideologico che già allora lo contraddistingueva potrebbe stavolta spingerlo ad utilizzare la politica estera come un mezzo per realizzare due degli obiettivi centrali della sua agenda domestica: ridurre la povertà e la disuguaglianza, particolarmente alte nel Messico meridionale.

Nel piano per il sud di López Obrador, oltre agli investimenti nell’agricoltura e nel turismo, è presente anche il progetto di una moderna linea ferroviaria lungo l’istmo di Tehuantepec che unisca i porti di Salina Cruz (sull’Oceano Pacifico) e di Coatzacoalcos (sull’Oceano Atlantico), distanti all’incirca duecento chilometri. L’idea è di farne un corridoio commerciale alternativo al canale di Panamá e di proporre alla Cina di partecipare alla costruzione. Il progetto è ancora poco più che un abbozzo, ma Pechino potrebbe in effetti avere interesse a metterci le mani, e i soldi: la Cina sta infatti investendo tantissimo nella realizzazione di infrastrutture e snodi commerciali utili al colossale disegno della Nuova via della seta. In quest’ottica, il corridoio di Tehuantepec potrebbe rappresentare un ulteriore punto di passaggio della rotta pacifica, in aggiunta al fondamentale stretto panamense.

Andrés Manuel López Obrador ha ben altro per la testa che le strategie geopolitiche di Xi Jinping. Vuole soltanto che queste ultime si convertano in investimenti e in posti di lavoro per la sua gente. A Donald Trump invece proporrà di finanziare un programma di sviluppo in Messico, per rafforzarne l’economia ed eliminare alla radice le cause dell’emigrazione irregolare: già immagina una zona speciale lungo la frontiera con imposte ridotte. “La miglior politica estera è la politica interna”, ha detto una volta. Forse è questa la dottrina López Obrador.

 Per abbonarti, visita la nostra pagina abbonamenti.