Stretta al colletto della camicia, Donald Trump esibiva la caratteristica cravatta rossa. L’occasione era la sua prima visita in California, il marzo scorso. Il luogo il deserto di San Diego, a poca distanza dal confine con il Messico. Nelle mani il presidente teneva un poster che metteva a confronto la porosa frontiera californiana degli anni Novanta con quella attuale, recintata e sorvegliatissima.


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Per Trump San Diego è la prova che anche un muro “pessimo” – il suo, assicura, sarà di ben altra fattura e dimensione – riesce a riportare l’ordine e la legalità al confine. In effetti, oggi San Diego non è più quella di trent’anni fa: da punto di ingresso sempre affollato di migranti irregolari, al tempo soprattutto messicani, è diventata adesso una delle aree più difficili da attraversare per chi vuole entrare negli Stati Uniti. L’anno scorso da queste parti la polizia di frontiera ha arrestato il 96% di persone in meno rispetto al 1986. C’entrano il cambio dei pattern migratori e le trasformazioni economiche e demografiche in Messico, ma indubbiamente anche il rafforzamento dei controlli ha fatto la sua parte.

La barriera impenetrabile che Trump intende costruire lungo il confine meridionale non dovrà però servire soltanto a sbarrare l’ingresso ai migranti. Dovrà anche bloccare il traffico di droghe. Più volte il presidente ha infatti parlato del muro come della soluzione alla opidemic, l’epidemia degli oppioidi che nel 2016 ha ucciso di overdose42.000 americani. Ma proprio l’esempio di San Diego, che Trump ha eletto a modello da imitare, dovrebbe spingerlo a ripensare la sua strategia: la recinzione di San Diego è riuscita sì a scoraggiare l’immigrazione irregolare, ma non a fermare il narcotraffico. Anzi, la maggior parte delle sostanze che arrivano in territorio americano passano proprio da qui.

Ad ottobre 2017 Donald Trump ha dichiarato la crisi degli oppioidi un’emergenza sanitaria nazionale. E, a guardare i numeri, lo è davvero: dal 2000 al 2015 oltre trecentomila cittadini americani sono morti per overdose provocata dall’eroina o da farmaci antidolorifici ad alto contenuto di oppiacei, come il fentanyl.La media è di circa un centinaio di casi al giorno. Secondo il Centro per la prevenzione e il controllo delle malattie, un organo di monitoraggio della sanità negli Stati Uniti, solo dal 2014 al 2015 il tasso di mortalità correlato all’eroina è aumentato del 20,6%, mentre quello associato agli oppioidi sintetici del 72%.Il problema è particolarmente grave negli stati di Ohio, New Hampshire e West Virginia, dove la crisi economica e l’impoverimento hanno favorito il consumo e la dipendenza dagli antidolorifici ed eventualmente dall’eroina.

Il piano della Casa Bianca contro l’epidemia degli oppioidi sembra voler trattare questa crisi più come un problema di sicurezza che come uno di salute pubblica: maggiore focus sulle misure punitive, quindi, che sui programmi di prevenzione e di trattamento medico. Il presidente ha ad esempio ventilato la possibilità della pena di morte per alcuni spacciatori e narcotrafficanti. Ed insiste sulla necessità di innalzare un muro davanti al Messico per tenere le droghe fuori dal territorio americano.

È vero che la maggior parte dell’eroina in circolazione negli Stati Uniti è di origine messicana: circa il 93%, secondo le ultime stime della DEA. L’agenzia antidroga statunitense ritiene che anche buona parte del fentanyl – ad eccezione di quello deviato dal mercato legale– venga contrabbandato dal confine meridionaledopo essere stato importato dall’Asia. Trump ha ragione ad accusare i criminali messicani di “iniettare droghe e morte dentro gli Usa”, come scrive su Twitter, ma sbaglia a pensare che un muro possa anche solo contribuire a fermare questi traffici.

L’eroina e la cocaina, oppure i farmaci come il fentanyl, non arrivano infatti negli Stati Uniti passando per i punti più remoti del deserto diviso con il Messico. Al contrario, lo fanno attraversando i ports of entry, i varchi di ingresso alla frontiera tra le due nazioni, mescolandosi agli spostamenti legali di veicoli, merci e persone: le droghe vengono compattate in pacchetti e nascoste all’interno di scompartimenti segreti nelle auto e nei camion, ad esempio,oppure nei vestiti e nel corpo dei pendolari.

La realtà di San Diego racconta esattamente questo. Nonostante una barriera alta quattro metri e mezzo, è proprio qui che l’anno scorso la polizia doganale ha sequestrato addirittura i tre quarti di tutta la quantità di fentanyl confiscata alla frontiera americana. Segno che il muro non ha affatto scoraggiato il contrabbando, che anzi si insinua tra i flussi di mezzi e pedoni che fanno grande l’area metropolitana che unisce questa cittàalla gemella Tijuana. Aumentare ulteriormente i controlli alla dogana significherebbe però far lievitare i tempi di attesa e quindi i costi di trasporto, danneggiando il ricco commercio bilaterale tra Stati Uniti e Messico.

Una politica estera lucida offrirebbe a Trump la possibilità di alleviare la crisi degli oppioidi, riducendo quantomeno quella parte del problema che ha a che fare con la criminalità organizzata messicana. Scegliere di portare avanti il progetto del muro, con tutta la retorica di cui si è caricato in campagna elettorale, è invece una mossa non soltanto strategicamente inutile ma anche controproducente da un punto di vista diplomatico: alzare una barriera fisica alla frontiera – o dire di volerlo fare – significa alzare anche una barriera di ostilità e diffidenza tra le amministrazioni di Washington e di Città del Messico. In un momento, peraltro, in cui dovrebbero lavorare insieme per il bene comune.

Come il Messicocontribuisce ad alimentare l’epidemia degli oppioidi negli Stati Uniti, così la domanda di droghe degli Stati Uniti contribuisce ad alimentare la violenza in Messico. È un problema complesso e bidirezionale, che necessita di un approccio basato sulla mutua collaborazione. Il livello di cooperazione contro il narcotraffico tra i due vicini è in realtà oggi decisamente alto, ma lo stile aggressivo di Trump rischia di far rallentare ulteriori progressi. Trump è malvisto dall’opinione pubblica messicana, che guarda inoltre ancora con scetticismo alla partnership con Washington perché teme intrusioni nella sovranità nazionale. Per il governo di Città del Messico è dunque difficile giustificare nuovi patti militari con gli Stati Uniti. Sempre che il nuovo presidente – il nazionalista di sinistra Andrés Manuel López Obrador, che si insedierà a dicembre – non decida di rivedere i meccanismi di cooperazione esistenti, come sembra possibile.

Dal lancio dell’Iniziativa Mérida (un accordo bilaterale di sicurezza) nel 2008, gli Stati Uniti hanno inviato aiuti ed equipaggiamentiin Messico per circa 2,9 miliardi di dollari. Nell’anno fiscale 2018 il Congresso ha destinato 145 milioni per combattere la produzione e il traffico di droga oltre il Rio Grande. L’obiettivo principale dell’amministrazione Trump è distruggere i campi di papavero da oppio nel Guerrero, uno stato povero, violento e montuoso nel Messico sud-occidentale dove la coltivazione di questa pianta rappresenta spesso l’unica fonte di reddito. Per cercare di contrastare l’economia illegale senza però mettere in ginocchio i contadini, López Obrador sta pensando di regolarizzare parte della produzione di oppio per scopi farmaceutici. La Casa Bianca ha già fatto sapere di non gradire.

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