Ha vissuto undici anni in fondo a un pozzo senza perdere la ragione ed è arrivato a 83 anni con lo sguardo profondo di un uomo giovane. José Alberto Mujica Cordano, detto Pepe, è stato Ministro dell’agricoltura, allevamento e pesca (2005-2008), Presidente dell’Uruguay (2010-2015), militante politico, guerrigliero e uno dei dirigenti del Movimiento de Liberación Nacional-Tupamaros (MLN-T). Sopravvissuto a sei pallottole in corpo, è stato imprigionato in quattro occasioni. Due volte riuscì a evadere ma, in totale, Pepe Mujica ha passato 15 anni in prigione. La sua ultima detenzione durò 13 anni (1972-1985, durante la dittatura militare), di cui 11 in totale isolamento come “ostaggio”: bastava un’azione del Movimiento per farlo uccidere. Arrivato a Roma a fine agosto per la presentazione della seconda edizione di Una pecora nera al potere. Pepe Mujica, la politica della gente (ed. Lumi), si siede al tavolo e mentre parla fa lunghe pause per pensare e sorseggiare il mate, quella bevanda tanto cara agli uruguaiani e agli abitanti del Rio de La Plata. E poi, adora la terra. A tal punto che ha preferito rinunciare a una seconda candidatura presidenziale e a un posto da senatore con relativa pensione per vivere all’aria aperta: “Voglio fare altro… gli alberi vecchi fanno troppa ombra”, ha dichiarato da uomo che ha vissuto sulla sua pelle la storia dell’America Latina dalla seconda guerra mondiale a oggi.


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Il Nicaragua negli ultimi mesi sta vivendo tra proteste e scontri, con i dialoghi di pace mai terminati. Cosa sta accadendo?

Purtroppo non credo molto ai mezzi di comunicazione internazionale e non ho informazioni dirette, quindi non posso che rispondere in modo approssimativo. Sicuramente, come sempre, data la situazione piuttosto convulsa, ci sono pressioni e interessi dall’esterno, è inevitabile sebbene sia spiacevole. Però è molto difficile comprendere la repressione, vista la traiettoria storica che ha avuto la rivoluzione (sandinista, n.d.r.). Quando i sandinisti persero le elezioni, si fecero da parte. Tornarono, appoggiati dal voto popolare, e crearono riforme importanti. Bisogna ricordare anche che subirono una resistenza armata “infiltrata” dall’esterno. Però mi sembra che il vecchio percorso della rivoluzione nicaraguense, per la quale provo un’enorme simpatia, si sia perso per strada. Ho l’impressione che ci sia stata una forte deviazione e che ci siano grandi contraddizioni tra i vari “quadri” della rivoluzione sandinista, da un lato e dall’altro. Per questo, spero di sbagliarmi, non mi piace molto quello che sta succedendo.

La situazione è difficile anche in Brasile. L’ex presidente Lula è in carcere e ha passato la candidatura ad Haddas; c’è l’ascesa della destra estremista di Jair Bolsonaro e ci sono problemi alla frontiera con il Venezuela. Si sta assistendo inoltre a una progressiva militarizzazione dell’America Latina con l’esercito mandato a presidiare confini, piazze, le strade di Rio de Janeiro. E questo problema con l’immigrazione, che stiamo avendo anche noi in Europa, si sta sviluppando nel continente tra il Venezuela e stati come Brasile, Ecuador, Perù. Senza contare che la Colombia ha appena eletto un presidente appoggiato da Álvaro Uribe (conservatore), Ivan Durque.

C’è una contraddizione forte, il Venezuela è arrivato a ospitare sei milioni di colombiani: è bene non dimenticare questa cifra. E so che c’è una forte emigrazione di venezuelani essenzialmente per la penuria economica. Non credo però che il fenomeno abbia una dimensione tale da scuotere il Brasile… e la presenza militare nelle strade ha a che vedere con altro. L’insicurezza di Rio è stata il primo pretesto (per ricominciare a collocare i militari nel paese, n.d.r.). E credo che in Brasile esista, da parte di molti esponenti del governo, una precauzione o un certo timore per le reazioni che possono scatenarsi nel caso di un’eventuale conclusione negativa della candidatura di Lula, cosa che a questo punto è più che probabile. Tutto questo produce tensione. Ora, mi chiedo se i venezuelani alle frontiere non siano tulizzati per “adornare” questo quadro (per fornire una scusa alla politica della “mano dura”, n.d.r.). Mi sembra che le tensioni in Brasile abbiano a che vedere più con problemi interni al paese che con la difficile intgrazione dei venezuelani che, pur essendo molti, sono un numero insignificante rispetto alle dimensioni del Brasile. Le cifre di cui stiamo parlando sono ridicole e non dovrebbero rappresentare un motivo di conflitto. Ma siamo in un altro mondo, vero? E in questo mondo si è moltiplicata esponenzialmente la ricchezza, non tanto quanto l’egoismo. Io appartengo a una parte del mondo che ha accolto milioni di persone: il mio piccolo paese quando aveva mezzo milione di abitanti riceveva 30/40mila persone l’anno, nel 1910, 1920, la maggior parte proveniente da Spagna e Italia. E non parliamo dell’Argentina, che ne riceveva per lo meno dieci volte tanto. E voglio ricordare che nel 1940 il Messico ha accolto in poco tempo circa un milione di spagnoli che fuggivano dalla guerra civile. Però, le società non hanno memoria. E a volte non si ricordano delle difficoltà che hanno dovuto affrontare e per le quali i loro figli sono stati costretti a emigrare. Ma questa è la realtà del mondo, non mi piace, però è così.

In più ci sono state delle aggressioni verso i venezuelani nello stato di Roraima (Brasile)

L’aggressione esiste, in generale, dal Rio Bravo in giù. Alla frontiera con il Messico è raccapricciante ciò che sta accadendo. Si creano conflitti regionali, alcuni governi cercano anche di ostacolare la circolazione in America Centrale: è penoso vedere che nell’epoca della globalizzazione stiamo procedendo così, però è la realtà. Nel mio paese c’è una situazione simile: molti cubani, venezuelani, dominicani. Ancora non ci sono focolai di resistenza, però la gente sembra pensare che i migranti arrivano a rubare il lavoro, senza rendersi conto invece che se riusciamo a creare uno spazio condiviso, pur con delle difficoltà iniziali, in realtà poi si moltiplica il mercato interno. Nel Rio de La Plata i migranti sono sempre arrivati con “il pane sotto il braccio”. Tuttavia c’è resistenza da parte della gente, anche se è necessario non aumentare la portata degli eventi. Sì, il continente americano è in una situazione convulsa. Però credo non siano ientiche le situazioni (nell’ambito dell’America Latina si distingue la situazione dell’America Centrale da quella del Sudamerica, n.d.r.). Quello che sta accadendo in Brasile è stato preceduto da ciò che è successo con Dilma; sembra essere un processo più lungo - e che non credo si fermerà - di un paese che è alle porte delle elezioni presidenziali. Curiosamente, un pre-candidato che sta in carcere continua a salire nei sondaggi senza poter fare propaganda: è un fatto molto curioso, vero? Ho l’impressione che le misure interne che sta prendendo il governo brasiliano giochino a favore della popolarità di Lula, altrimenti non saprei come interpretare tutto questo. Sempre che i dati diffusi siano veri.

L’America Latina è sempre stato un continente che ha aperto le porte a tutti

È fatto con le porte aperte.

Perché adesso si sta diffondendo questa paura verso l’immigrazione?

Si tende a diffondere la percezione del “mi vengono a rubare il lavoro”, e credo che i mezzi di comunicazione aumentino enormemente la percezione di questo fenomeno. L’immigrazione è stata massiva in passato e la gente nemmeno se ne rendeva conto. In Argentina nel 1880 ci fu un governante che usò come motto “Bisogna riempire la Pampa di gringos” (termine per indicare gli statunitensi e qualsiasi straniero bianco, n.d.r.), ed ebbe i risultati sperati. In circa 40/50 anni il paese si trasformò nel “granaio del mondo”. Pensi che il mio cognome è per metà basco e per metà italiano, una cosa comune nell’area del Rio de La Plata. Il fatto che adesso ci spaventi l’immigrazione, non è in linea con la nostra storia, significa che ci sono nuovi elementi che stanno incidendo. Uno di essi è che una cosa è la realtà e un’altra è la percezione che ne ha la gente: la percezione di un fenomeno si può moltiplicare per il peso che gli viene dato nei media al giorno d’oggi, producendo reazioni un po’ nevrotiche, spero di sbagliarmi. In principio l’immigrazione può anche creare delle difficoltà ma io mi domando: dal momento in cui la popolazione sta invecchiando e l’indice di riposizionamento decresce, chi farà fronte nei prossimi decenni ai costi della previdenza sociale se non appaiono sulla scena nuovi lavoratori? Questo lo dico per il mio paese, che ha gli stessi problemi dell’Europa. A meno che non si sviluppi la capacità di riscuotere le tasse da robot e intelligenza artificiali, affinché contribuiscano alla previdenza sociale della numerosa popolazione vecchia. È un fatto: quelli che hanno molti figli sono i poveri, quando escono dalla povertà mettono al mondo meno figli. Per questo è probabile che per fermare l’immigrazione africana ci si dovrebbe occupare della povertà in Africa, una specie di piano Marshall. Sembra però che al momento non ci si pensi e quindi dobbiamo assistere a questo grande cimitero del Mediterraneo.

L’Italia, data la posizione al centro del Mediterraneo, sta vivendo un momento difficile di contrapposizione tra amore e odio verso i migranti

L’Italia è meravigliosa ma non può sfuggire a questo fenomeno prodotto della civiltà contemporanea. È quasi una legge: più sei ricco, più sei egoista. Non vuol dire che tutti gli italiani siano ricchi, che sia chiaro, però si trovano in una società relativamente ricca. E la cosa più triste è che l’Europa - non è un problema solo dell’Italia - non ha memoria storica di quello che ha fatto con l’Africa: se l’è spartita come un bottino, ha creato nazionalità e paesi artificialmente, disegnati con una matita su una mappa, ha incrementato le contraddizioni. E ha portato il seme della civiltà e del consumo occidentale in Africa: ha preso molto e lasciato poco. Ricordo il vecchio motto sull’Abissinia all’epoca di Mussolini: “L’Italia cerca il suo posto sotto il sole”, e sparate del genere. E lì sta l’Africa: ha perso figli, ricchezza. E poiché ha abbandonato i suoi usi e costumi, adesso guarda il mondo europeo come si guarda una splendida vetrina. E vuole avere lo stesso. Perché la forma di vivere ha teso a globalizzarsi, a presentarsi come un esempio. Il successo però porta con sé il seme della contraddizione e del fallimento, è paradossale come tante cose abbiano un lato positivo e uno negativo. Se l’Africa fosse stata lasciata libera di sviluppare la sua cultura senza essere invasa dall’uomo occidentale, non avrebbe questa preoccupazione oggi. Ce l’ha perché è stata “contagiata”. Perché vuole essere moderna, vivere all’europea e non può.

Lei ha un ruolo molto importante anche nel processo di pace in Colombia

Lo avevo. Non ho avuto alcuna conferma rispetto al lavoro che stavamo cercando di portare avanti insieme all’ex presidente Gonzalez, (ex presidente della comunità di Madrid, n.d.r.). Eravamo in una piccola commissione che seguiva questo cammino affrontando molte difficoltà, come sempre accade nei processi di pace. Spero che il lavoro continui anche se ci sono molti “progetti approssimativi” riguardo a questo processo, è difficile. Se si cambiano le condizioni stabilite al momento degli accordi di pace, sicuramente si creeranno contraddizioni. E poi ci sono da considerare i reclami delle persone nei confronti della giustizia che bisogna risolvere (riferimento alle vittime del conflitto interno colombiano, n.d.r.). Il punto è capire a cosa la Colombia dà priorità, al passato o al futuro. Non bisogna poi dimenticare che questo paese è stato, ed è, un grande fornitore di cocaina, al punto da farla diventare un’attività economica parallela, i cui numeri ufficiali non appaiono ma che, senza dubbio, si fondono con l’economia “ufficiale” e in molti sono interessati a che tutto ciò si mantenga. Inoltre proprio in quei territori “liberati” dalla guerriglia sono sorte organizzazioni militari e paramilitari che cercano di impossessarsi del giro d’affari generato dalla cocaina. E questo tipo di interessi sono sempre abbastanza contrari alla pace.

Perché ha legalizzato la marijuana in Uruguay?

L’ho spiegato tante volte. Il narcotraffico produce guadagni favolosi e in un mondo dove sembra che la parola d’ordine sia essere ricco, non ci si può stupire che molta gente corra il rischio del narcotraffico alla ricerca di un guadagno facile e rapido. E possiamo dargli (al narcotraffico) un colpo oggi, uno domani e un altro dopodomani, però gli ambiziosi continueranno a esistere in abbondanza. Ed esiste anche un sufficiente numero di sciocchi che intraprende questo cammino, rendendo il narcotraffico peggiore della droga stessa. Attenzione: ovvio che la droga è una dipendenza velenosa, ed è un problema che a mio avviso va affrontato dal punto di vista medico. Però parallelamente si crea un terribile problema che consiste nei metodi scelti per arrestare l’espansione del narcotraffico (come la creazione di dipartimenti di polizia ad hoc che spesso si sono rivelati inutili nella lotta al narcotraffico se non addirittura dannosi come in Messico, n.d.r.) e nelle conseguenze e nei costi che hanno. Una commercializzazione regolata, con un forte intervento pubblico, alla luce del sole, ci permette di sottrarre alla clandestinità i consumatori e magari riuscire a curarli in tempo. E questo non significa avallare il consumo di droga. Il punto è che, nonostante la sua intelligenza, è difficile incontrare un animale più stupido dell’uomo: basta che gli si proibisca qualcosa per accendere in lui la scintilla della curiosità. Per questo mi sembra che il miglior modo per distruggere il narcotraffico sia lasciarlo senza mercato. Stiamo perdendo una guerra a livello mondiale, una guerra inutile, interminabile, con enormi costi. Il narcotraffico avanza, come anche il consumo di droga, attirando tra i poveri sempre più tossicodipendenti affinché a loro volta si trasformino in trafficanti. È un fenomeno che si alimenta da solo e in più porta con sé un codice di una violenza incredibile: “plata o plomo - soldi o piombo” (in riferimento al motto di Pablo Escobar, n.d.r.), questa è l’unica alternativa che offre e che danneggia la società intera. Per questo non condivido l’atteggiamento di alcuni politici che preferiscono non vedere quello che “non piace”, perché il mondo è così com’è e non cambia per far piacere a noi: negare una realtà non fa altro che creare un mercato clandestino.

Come con l’aborto…

Sì, vecchio come il mondo. Prima di Cristo già c’erano aborti e continuano a esistere. E questo significa che ci piace? Io credo che non piaccia a nessuno, però come dicevano alcuni anziani “quando si eccita la parte inferiore, quella superiore smette di pensare”. E poi arriva quello che deve arrivare, la vita è così, siamo programmati così. Il rifiuto di riconoscere questo tema finisce col discriminare le donne povere, che si trovano in difficoltà enormi e che mettono a rischio la loro vita. Le donne ricche hanno altre risorse e trovano sempre una soluzione. La legalizzazione è un atteggiamento di giustizia per tutte le classi sociali che compongono la società. Però è una realtà cruda, affronta pregiudizi religiosi e di tutti i tipi. Io credo che nessuno possa essere a favore (dell’aborto, n.d.r.) ma abbiamo riscontrato che quando una donna prende la sua decisione, il più delle volte lasciata sola, se aiutata, spesso ci ripensa. Nella clandestinità però questo è impossibile: le società non vogliono guardarsi nello specchio della realtà.

Ora Pepe ci saluta: lo aspettano vari impegni, compresa la presentazione a Venezia di due film su di lui: uno sulla sua vita di Emir Kusturica, e l’altro dell’uruguaiano Alvaro Brechner sulla sua prigionia, che ha preferito non vedere per non “rievocare quelle sensazioni”. Meglio una passeggiata per le calli, pensando alla sua terra dove non vede l’ora di tornare.  

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