Quando a fine agosto il leader leghista Matteo Salvini ha accolto nella sua Milano il premier “illiberale” ungherese Viktor Orbán, in molti hanno salutato l’inizio di un nuovo corso della politica europea. L’incontro ha introdotto un nuovo scenario in vista delle elezioni europee di maggio, quello dell’alleanza tra movimenti populisti dell’Europa occidentale ed euroscettici del blocco di Visegrád, che raggruppa Ungheria, Polonia, Repubblica Ceca e Slovacchia.


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Se tale convergenza resta ancora lontana, il dato rilevante è che a cercarsi sono ora populisti al governo, mentre in precedenza le unioni sovraniste erano viste come luoghi di incontro tra partiti perennemente condannati all’opposizione.

La strada dell’internazionale populista era stata già tentata in passato con il gruppo Europa delle Nazioni e delle Libertà (ENF) al Parlamento di Strasburgo. Il populismo di prima generazione iniziò però a fare sul serio con l’incontro a Coblenza del gennaio 2017, in cui rilanciarono la sfida sovranista agli eurocrati ordoliberisti di Bruxelles. Accanto a Marine Le Pen per l’occasione c’erano il fedele Matteo Salvini, il leader del partito olandese anti Islam Gert Wilders, il segretario generale del partito liberale austriaco (FPÖ) Harald Vilimsky e Frauke Petry all’epoca figura di spicco degli euroscettici tedeschi di Alternative für Deutschland (AfD). Tutti i loro partiti erano chiamati a un anno elettorale intensissimo, mentre l’approdo di Donald Trump alla Casa Bianca rendeva possibile anche in Europa immaginare ciò che era impensabile.

Da Coblenza in poi, lo scenario è cambiato. Non hanno sfigurato i due leader più promettenti, ma non hanno portato i risultati sperati: se Marine Le Pen non è diventata presidente, in Olanda Geert Wilders si è arreso nel confronto con il premier uscente Mark Rutte. L’FPÖ (Partito della Libertà Austriaco) ha conseguito un ottimo risultato ad ottobre, diventando partito di governo nella coalizione di destra. Tuttavia, il nuovo cancelliere ed enfant prodige dei popolari Sebastian Kurz, ha sposato la linea anti-immigrazione, adombrando parzialmente il partito fondato da ex nazisti. Frauke Petry ha perso il partito dopo neanche un mese dall’incontro di Coblenza, oggi è iscritta come indipendente al Bundestag mentre AfD, che è data dai sondaggi sopra il partito socialista, si è allontanata sempre più dall’internazionale sovranista.

A cambiare sono stati soprattutto i rapporti di forza, con la guida di Marine Le Pen ormai offuscata dal successo della nuova Lega di Matteo Salvini, che ha snobbato (così come Geert Wilders) l’ultimo incontro del fronte sovranista tenutosi a Nizza a maggio, limitandosi a inviare un video messaggio.

Il populismo di governo si è pian piano evoluto dallo spirito di Coblenza e, pur mantenendo un atteggiamento di sfida verso l’Europa, sta ripulendo la propria immagine per rendersi appetibile ai moderati. Se una volta era Salvini a guardare al Front National per ricostruire il partito dal disastroso 4% raccolto alle politiche nel 2013, adesso è Le Pen che ripropone il processo di “normalizzazione” adoperato dalla Lega per il suo nuovo Rassemblement National.

L’internazionale sovranista, ancor prima di essere una contraddizione in termini, trova difficoltà a realizzarsi al di fuori della condivisione di determinate policy. Il risultato è un’unione di intenti in gran parte, se non del tutto, forgiata dall’emergenza migranti. Ma oltre questa e ad altre comunanze di vedute, resta difficile far marciare assieme partiti che fanno riferimento a orientamenti politici diversi e spesso contrastanti.

In particolare, l’alleanza populista non ha ancora dimostrato di saper far fronte alle due principali linee di faglia europee: quella nord-sud che si alimenta sulla percezione dell’esistenza obiettiva di forti disomogeneità tra Paesi più o meno virtuosi, e quella est-ovest che nasce dall’opposizione atavica tra Stati membri fondatori e nuovi arrivati.

In assenza di strutture sovranazionali, sono due gli incubatori di alleanze a livello europeo: le coalizioni parlamentari a Strasburgo e i blocchi nazionali in sede di Consiglio europeo. Ma a livello intergovernativo, a funzionare è solo il blocco di Visegrád, capace negli ultimi anni di adottare posizioni congiunte istituzionalizzando mini-vertici per migliore la cooperazione nelle sedi europee. Tuttavia, resta ad oggi difficile che, di fronte a interessi nazionali antagonisti, un ipotetico governo Salvini e uno a guida Kurz o Le Pen, possano trovare accordi sul modello di Visegrád, data la forte competitività tra Stati membri dell’Europa occidentale.

Per quanto riguarda l’appuntamento delle europee, non è detto che la Lega si faccia suggestionare dall’unione di forze populiste o dal “Movimento” di Steve Bannon, a meno di un’effettiva contrapposizione a un fronte progressista, che riunirebbe partiti ancora più variegati di quelli dell’alleanza sovranista.

Uno scenario più plausibile potrebbe vedere un nuovo fronte di destra alternativo a quello popolare: un’unione tra populisti dell’ENF e conservatori europei (ECR), che perderanno per forza maggiore la corposa pattuglia dei tories. Un gruppo allargato di conservatori sarebbe visto dal partito popolare non come antagonista, bensì come alleato per spezzare quel compromesso storico che li lega da almeno due legislature a socialisti e liberali, per dar vita a una nona legislatura europea marcatamente a destra.

Il Movimento 5 Stelle resta la grande eccezione nel panorama populista. Uno studio comparativo di due politologi, Duncan McDonnell e Annika Werner, pubblicato nel 2017 sul Journal of European Public Policy, evidenziava come il Movimento 5 Stelle si sia posizionato nel corso dell’ultima legislatura europea decisamente a sinistra su temi sociali ed economici rispetto agli altri partiti populisti e inoltre ha sostenuto atteggiamenti meno estremi sul fronte immigrazioni.

A livello europeo i grillini sono rimasti intrappolati nel matrimonio opportunista con l’UKIP (Partito per l’Indipendenza del Regno Unito) di Nigel Farage, che li ha condannati all’irrilevanza politica nell’emiciclo ma che ha permesso loro di entrare come relatori ombra in ogni dossier importante, grazie all’inattività dei distratti colleghi britannici.

A metà legislatura erano state avviate trattative con altri gruppi nel tentativo di svincolare il Movimento dall’abbraccio soporifero di Farage. Quella naufragata pubblicamente con i liberali dell’Alde è costata molto a entrambe le parti in termini di credibilità. Ci avrebbero però guadagnato tutti: grazie all’aumento di peso del gruppo, il leader Guy Verhofstadt si sarebbe inserito nello scontro tra popolari e socialisti per il dopo Martin Schulz alla presidenza del Parlamento, mentre il Movimento 5 Stelle avrebbe guadagnato posizioni apicali in commissioni di rilievo e la vice-presidenza del Parlamento (poi ottenuta ugualmente da Fabio Massimo Castaldo).

A bloccare il tutto non furono però posizione ideologiche o l’aurea di populismo che avvolge la creatura di Beppe Grillo e Davide Casaleggio, ma lo shock causato dall’ingresso della corposa rappresentativa grillina, che sarebbe diventata maggioritaria in un gruppo molto frammentato. Amicizie non prettamente populiste, quelle dei grillini a Bruxelles, che non hanno mai escluso categoricamente ammiccamenti con Emmanuel Macron, sebbene le strade sembrano ora definitivamente separatesi dopo aver accettato di governare accanto alla Lega.

Perché è vero che la logica delle famiglie politiche europee guarda il più delle volte all’opportunismo, ma la regola principale resta una: il matrimonio deve essere rispettabile. Considerato questo criterio, sono soprattutto calcoli nazionali a decidere alleanze strategiche ed è il motivo per cui partiti populisti, euro-scettici e conservatori, anche se ideologicamente simili, si erano sparpagliati tra tre gruppi dopo le elezioni del 2014.

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