Il primo fu papa Karol Wojtyla, san Giovanni Paolo II. Nel pieno dell’anno giubilare convocato per celebrare l’inizio del terzo millennio cristiano, volle una giornata (il 12 marzo del 2000) in cui chiedere perdono per gli errori della Chiesa. Le guerre di religione, gli scismi, le discriminazioni ai danni delle donne, le guerre del colonialismo, la persecuzione degli ebrei, le divisioni sociali. Una lunga serie di ingiustizie che i cristiani avevano contribuito a perpetrare o a cui non si erano opposti con la dovuta fermezza. Per la prima volta nella storia del cattolicesimo un Papa chiedeva pubblicamente scusa per i peccati della sua Chiesa. Nessuno, prima di Wojtyla, l’aveva fatto.


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Poi venne papa Benedetto XVI, il cardinale Joseph Ratzinger. Durante la Via Crucis che di poco precedette la sua elezione (avvenuta il 19 aprile 2005), arrivato alla nona stazione, quella in cui Gesù cade per la terza volta, l’allora decano del collegio dei cardinali lanciò un grido di dolore sui peccati della Chiesa, quasi un anatema: “Quanta sporcizia c’è nella Chiesa, e proprio anche tra coloro che, nel sacerdozio, dovrebbero appartenere completamente a lui! Quanta superbia, quanta autosufficienza!”. E tra le tante illazioni che si sono fatte sulle ragioni profonde delle dimissioni di papa Ratzinger, annunciate l’11 febbraio 2013 e diventate effettive dal 28 febbraio, molte fanno riferimento al suo senso di impotenza nei confronti di una “sporcizia” che nemmeno dalla cattedra di Pietro gli riusciva di estirpare.

Infine Jorge Mario Bergoglio, diventato il 266° papa della Chiesa cattolica il 13 marzo del 2013. Bisognava ricordarli, i suoi predecessori. Perché anche loro ammettevano che anche dentro la Chiesa alberga e prospera il peccato, ma in un modo e con una sostanza che erano comunque molto diversi da quelli di papa Francesco. Per due ragioni. La prima: le loro scuse al mondo erano comunque legate a eventi eccezionali, irripetibili. Eventi che facevano la storia. Quella giornata voluta da Wojtyla, mai vista prima nella bimillenaria vicenda della Chiesa. E le dimissioni di Ratzinger, ancor più clamorose e sconvolgenti per tutti.

La seconda: da Wojtyla a Bergoglio passando per Ratzinger, è impossibile non notare un effetto di precipitoso avvicinamento alla cronaca. Wojtyla ammetteva peccati commessi nel passato e mentre lo faceva prendeva da essi un certo distacco, li metteva in prospettiva. Ratzinger parlava di una “sporcizia” già più contemporanea ma che pareva comunque essersi accumulata nel tempo. Bergoglio, invece, riconosce così spesso che la Chiesa pecca da sembrare immerso in una dolorosa quotidianità e ubiquità della colpa.

Basta spulciare le cronache per notarlo. Il Papa ha chiesto perdono nell’aprile del 2014 “per il male compiuto da alcuni sacerdoti” e nel luglio dello stesso anno lo ha rifatto in privato ricevendo in udienza alcune delle vittime. Nell’agosto del 2017 ha parlato di “peccato terribile” e ha chiesto perdono. Si è scusato a nome della Chiesa e ha chiesto perdono nel 2018, in gennaio, in aprile, in agosto, usando termini come “mostruosità” e “peccati terribili”. E lo ha fatto su un palcoscenico planetario, globale: Italia, Cile, Irlanda, Germania, Australia, Honduras, Stati Uniti… Oltre che all’interno della stessa Chiesa che, per vocazione e diffusione, è universale.

In questi casi il riferimento è allo scandalo degli innumerevoli casi di pedofilia e abuso sessuale di cui sono stati protagonisti, nel ruolo del carnefice, religiosi e sacerdoti dei più diversi Paesi. Le conseguenze sono molteplici. Molti, com’è ovvio, si concentrano sul calo di credibilità dell’istituzione agli occhi dei suoi stessi fedeli. È molto citata, in questo periodo, la “questione Olanda”, il Paese in cui il crollo della pratica religiosa ha fatto sì che negli ultimi anni centinaia di chiese fossero vendute o demolite e che, delle 258 rimaste, siano solo una decina quelle in cui ancora si celebrano con regolarità le messe e le altre funzioni. Ci si chiede: quanto contribuiscono al crollo i peccati della gerarchia?

Difficile immaginare che non abbiano un peso, visto anche che la Chiesa cattolica cresce in Africa e in Asia ma si inabissa, quanto a vocazioni e seguito, in Europa e nell’America del Nord, dove la denuncia degli scandali è più forte e puntuale. E proprio qui emerge un altro aspetto molto spinoso del problema. Il 14 agosto del 2018, la Corte Suprema dello Stato di Pennsylvania (Usa), ha pubblicato un rapporto lungo 1.356 pagine che ha alzato il velo su più di mille casi di minori abusati negli anni da centinaia di preti. Il rapporto è stato definito “un libro degli orrori” dal cardinale Blaise Cupich di Chicago e una “catastrofe morale” dal cardinale Daniel Di Nardo, presidente della Conferenza episcopale americana.

Già questo sarebbe un disastro, ovviamente. Ma c’è di più. Nelle tre settimane seguite alla pubblicazione, i procuratori degli Stati di New York, New Jersey, Illinois, Missouri, New Mexico e Nebraska hanno annunciato l’apertura di inchieste analoghe a quella della Pennsylvania e hanno cominciato a indagare chiedendo alle diocesi locali documenti e registri. Si prospetta, quindi, una nuova serie di maxi-risarcimenti alle vittime come quelli che nel recente passato sono stati pagati, dopo lunghi e tormentosi processi, nel 2004 dalla diocesi della Contea di Orange, in California (100 milioni di dollari), dall’arcidiocesi di Boston nel Massachussets nel 2007 (93 milioni di dollari, raccolti anche alienando 60 chiese) e nello stesso anno dall’arcidiocesi di Los Angeles in California (63 milioni di dollari).

In Australia, poi, è finito sotto processo per abusi su minori addirittura il cardinale George Pell, 76 anni, uno degli uomini-chiave del processo di riforma della curia romana avviato da papa Francesco, che lo aveva nominato prefetto della segreteria per l’Economia, in pratica ministro delle Finanze del Vaticano. Nel “caso Pell” è addirittura intervenuto il Governo australiano, che ha chiesto scusa alle vittime e ha stigmatizzato il comportamento dei religiosi. 

Il risultato di tutto questo non è solo una perdita di autorevolezza presso i propri discepoli ma una generale commistione tra sfera spirituale e sfera mondana, tra cielo e terra, tra credibilità morale e affidabilità politica che può mandare in corto circuito anche un’istituzione come la Chiesa cattolica, che mostra la propria maggiore fragilità proprio nell’essere costituita da una cattedra religiosa (il papato) e insieme da uno Stato (la Santa Sede).

Da questo punto di vista il peccato della pedofilia è il più insidioso. Ma non bisogna dimenticare gli sforzi che Benedetto XVI ha fatto e Francesco ancora fa per mettere sotto controllo le finanze vaticane, per molti decenni sospettate di essere al centro di intrighi internazionali e speculazioni perverse. Fu papa Ratzinger, alla fine del 2010, a varare la prima, radicale riforma dell’Istituto per le Opere di Religione (il famoso Ior, la banca vaticana), stabilendo con un motu proprio che l’Istituto avrebbe applicato tutte le norme su tracciabilità e trasparenza previste dalla convenzione monetaria firmata l’anno prima con l’Unione Europea. Una decisione che arrivava, però, dopo numerose vicende oscure e dopo che il tribunale italiano aveva disposto il sequestro di 23 milioni di euro proprio a causa delle ripetute violazioni delle norme antiriciclaggio.

Papa Francesco, che arrivò addirittura a ipotizzare la soppressione dello Ior, ha continuato l’opera riformatrice che però, a giudicare dai frequenti interventi e dalle ripetute dimissioni o dismissioni di dirigenti e alti funzionari, sembra non avere un traguardo ma essere piuttosto una battaglia quotidiana. Un po’ come la lotta alla pedofilia.

La Chiesa sperimenta così un’amara realtà. I peccatori si potranno (forse) eliminare, ma il peccato no. Perché il peccato è insito nella natura degli uomini che di essa fanno parte. Gli Stati laici il peccato lo chiamano “reato” e si dotano di leggi per combatterlo. Riuscirà lo Stato della Chiesa a fare altrettanto?

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