Il Brasile è arrivato alle elezioni dell’ottobre 2018 confermandosi la più grande democrazia dell’America Latina: 147,3 milioni di aventi diritto al voto che hanno scelto liberamente i loro rappresentanti. Tuttavia, il gigante sudamericano ha affrontato l’appuntamento elettorale nel bel mezzo della peggiore crisi economica della sua storia, a cui si somma una crisi politica e una crisi etica senza precedenti. Una triplice crisi diventata una tempesta perfetta che ha portato il paese nel momento più delicato dalla fine della dittatura militare.


LEGGI ANCHE : Al debutto nel mondo, Bolsonaro già punta tutto sull’asse con Trump


Da un punto di vista economico, la situazione è molto preoccupante. Il Pil verde-oro non cresce più, appiattito a poco più dell’1% dopo il disastroso biennio 2015-2016, in cui ha registrato un crollo del -3,5% l’anno. La disoccupazione pare inscalfibile al 12,4%, la più alta di sempre. Gli investimenti sono ai minimi termini, sia quelli pubblici (inchiodati al 1,17% del Pil) sia quelli privati (fermi al 15,6% del Pil). Troppo pochi per un paese in via di sviluppo con carenze infrastrutturali gravi. La produzione industriale non riesce a riprendersi, con un tasso di inutilizzo della capacità produttiva che tocca il 35%. I consumi sono al palo, sia a causa della disoccupazione, sia per la stretta creditizia. Il real ha perso terreno nei confronti del dollaro, deprezzandosi di oltre il 25% dall’inizio dell’anno. Gli investitori internazionali stanno ritirando i capitali dal paese, con un deflusso di oltre 10,6 miliardi di reais nel solo primo semestre. Ma, soprattutto, i conti pubblici sono nel caos.

Il Brasile chiuderà il 2018 con un deficit primario di 159 miliardi di reais, che significa un rapporto deficit/Pil di circa il 10%. Livelli da Grecia al momento del crack. Brasilia è in piena emergenza fiscale. Eppure, i politici sembrano non comprendere la gravità della situazione e continuano ad approvare spese senza freni, come ad esempio l’aumento degli stipendi pubblici, che peserà sulle casse dello Stato per ulteriori 68 miliardi di reais. Un comportamento simile a quello del potere giudiziario, che a settembre ha approvato un aumento dei salari di giudici e procuratori del 16,38%. Un’irresponsabilità surreale nei confronti della tenuta dei conti. Già provati dal macigno della spesa previdenziale, che – insieme alla massa salariale - assorbe oggi circa il 60% del bilancio pubblico e che, senza una dura riforma, arriverà a superare il 100% nel 2022. Insostenibili.

Se la crisi economica è preoccupante quella politica riesce ad essere deprimente. Il paese esce dalle elezioni del 7 ottobre con il Congresso più frammentato di sempre: 30 partiti politici che si dividono i 513 scranni della camera e gli 81 al senato. Un’ingovernabilità evidente, che obbligherà il prossimo presidente a trattative estenuanti con le più piccole formazioni, indispensabili per raggiungere la maggioranza. E porterà inevitabilmente ad aumento di ricatti, corruzione e lottizzazione dell’apparato statale.

Come se non bastasse, il paese ha affrontato le elezioni in un clima infuocato, con una polarizzazione mai vista, sfociata in episodi di isteria collettiva e persino di violenza. Il Brasile si è spaccato tra i sostenitori dell’ex presidente Luiz Inacio Lula da Silva, leader carismatico del Partito dei Lavoratori (PT), e quelli del candidato delle destre, Jair Bolsonaro. Quest’ultimo è stato addirittura accoltellato al ventre da un simpatizzante di Lula durante una manifestazione elettorale, rischiando di morire e portando il paese sull’orlo di una guerra civile.

In un momento così difficile, dove sarebbe indispensabile unità di intenti per affrontare sfide di tali proporzioni, il dibattito politico è talmente avvelenato che entrambe le fazioni non riconoscono all’avversario alcuna legittimità di governare. A prescindere dal risultato elettorale.

La prossima legislatura, che inizierà il 1° gennaio 2019, si preannuncia, quindi, all’insegna della discordia e degli scontri quotidiani. Soprattutto perché le elezioni di ottobre non sono state la festa della democrazia che ci si aspettava. I suffragi non hanno rappresentato quella cerimonia ricorrente di amalgama che unisce le nazioni e ne scandisce la vita in comune. Colpa, probabilmente, del discredito totale di cui soffre la classe politica brasiliana, percepita dal popolo come estremamente corrotta ed incapace di risolvere i veri problemi nazionali.

Questo discredito è frutto della crisi morale che ha colpito il paese. Probabilmente la più grave e più profonda delle tre crisi brasiliane. L’operazione Lava Jato, la Mani Pulite verde-oro, è stata uno spartiacque, che ha scoperchiato un vaso di Pandora di corruzione generalizzata, falcidiando buona parte delle leadership politiche tradizionali. Lo stesso Lula è stato condannato per corruzione e riciclaggio, e si trova agli arresti da sei mesi. Così come ex ministri, presidenti delle Camere, governatori e sindaci, tutti finiti in galera. Grazie alla Lava Jato, che dura ininterrottamente da cinque anni (più del doppio di Tangentopoli), i brasiliani si sono resi conto della dimensione endemica e delle proporzioni gigantesche raggiunte dalle mazzette, aumentando il risentimento nei confronti della classe politica. Per avere un’idea, nel solo caso della compagnia petrolifera statale Petrobras, le malversazioni hanno raggiunto i 42 miliardi di reais. Ma le aziende coinvolte sono molte di più. Una cifra impressionante se si considera che l’intero Bolsa Familia, programma sociale di redistribuzione del reddito, che garantisce la sopravvivenza di quasi 50 milioni di brasiliani, costa all’erario solo 29 miliardi di reais l’anno.

L’arricchimento indecente di pochi privilegiati legati ai circoli del potere contrasta con una situazione di miseria generalizzata in un paese che, per quanto potrà essere una potenza del futuro, rimane oggi uno stato del Terzo Mondo. Dove le scuole sono fatiscenti, gli ospedali spesso inesistenti, i servizi pubblici sono tremendamente scadenti e la criminalità spadroneggia.

Ed è proprio sulle tematiche della corruzione e su quella sicurezza pubblica che si decideranno queste elezioni. In Brasile muoiono ammazzate ogni anno 63.000 persone, ci sono oltre mezzo milione di stupri e un numero incalcolabile di rapine, violenze e sparatorie. I trafficanti di droga controllano intere porzioni di territorio nazionale e la polizia non riesce a risolvere neanche il 2% dei crimini. Una situazione inammissibile, divenuta propellente della rabbia montante nella società brasiliana.

Una collera che si è riversata nelle urne, trasformandosi in un plebiscito nei confronti di Bolsonaro, che, mentre questo articolo va in stampa, domina le intenzioni di voto del ballottaggio con il 58% delle preferenze contro il candidato del PT, Fernando Haddad. Bolsonaro è percepito come un politico anti-sistema, tra i pochissimi uomini pubblici mai coinvolti in scandali e, grazie alle sue opinioni estreme, l’unico che dice apertamente quello che pensa e che accusa pubblicamente i colleghi di essere dei corrotti.

I brasiliani vedono in Bolsonaro un salvatore della Patria. L’unico uomo forte, difensore dei valori tradizionali e capace di rimettere ordine in un paese sconvolto da una turbolenza che ha disorientato la popolazione.

Da parte sua, la strategia del PT non ha fatto altro che peggiorare questa situazione. Per cercare di conquistare il voto a sinistra, Haddad ha abbandonato la linea riformista adottata in passato, e ha puntato alla radicalizzazione ideologica. Le proposte inserite nel programma di governo sono talmente estreme – come ad esempio il controllo sui mass media o la revoca di qualsiasi limite di spesa pubblica − che hanno finito con lo spaventare buona parte dell’elettorato. La scelta di una vicepresidente del Partito comunista del Brasile (PCdoB), Manuela D’Avila, famosa per le sue posizioni estreme, e il rifiuto di condannare regimi sanguinari come quello di Nicolas Maduro in Venezuela o di Daniel Ortega in Nicaragua, hanno peggiorato le cose. In molti hanno iniziato a porsi seri dubbi sull’impegno democratico delle forze della sinistra brasiliana. Un timore di possibili svolte autoritarie corroborate durante tutta la campagna elettorale da dichiarazioni inquietanti di leader storici del PT. Come quella dell’ex presidente del partito, José Dirceu, che in un’intervista ha sottolineato come il PT si preparava a “prendere il potere, che è ben diverso da vincere solo le elezioni”. O come l’attuale coordinatore della campagna di Haddad, il senatore Jaques Wagner, che ha riaffermato il rifiuto di politiche fiscali equilibrate, sottolineando come “i mercati finiranno con il piegarsi”.

Con il suo comportamento irrazionale, la sinistra brasiliana ha, di fatto, consegnato la vittoria nelle mani di Bolsonaro. Il quale non è affatto un appassionato democratico, avendo in passato difeso militari torturatori in pieno Congresso nazionale. Ma, quantomeno, ha avuto la lungimiranza politica di evitare dichiarazioni liberticide durante il periodo elettorale. Ponendosi come unica scelta possibile agli occhi dei cittadini brasiliani.

Il Brasile si trova di fronte ad un bivio. Da un lato può scegliere di proseguire sulla strada della prosperità, varando le riforme, impegnandosi nella disciplina fiscale e riprendendo la sua crescita sostenuta. Dall’altro, può scivolare nel caos, con i conti pubblici fuori controllo, inflazione alle stelle e miseria. Il gigante sudamericano affronta un momento estremamente delicato con una triplice crisi – economica, politica ed etica – che potrebbe impedirgli di intraprendere la strada giusta. E, poichè si tratta del quinto paese al mondo per popolazione ed è la settima economia globale, le sue scelte influenzeranno inevitabilmente, e in maniera determinante, gli equilibri internazionali.

Per abbonarti, visita la nostra pagina abbonamenti.