Anche Honda lascia il Regno Unito

Politici e conservatori chiedono al Governo May di chiarire subito i rapporti con Bruxelles. Il futuro dell'economia è a tinte fosche

L'amministratore delegato di Honda Motor Takahiro Hachigo partecipa a una conferenza stampa a Tokyo, Giappone, 19 febbraio 2019. REUTERS/Kim Kyung-hoon
L'amministratore delegato di Honda Motor Takahiro Hachigo partecipa a una conferenza stampa a Tokyo, Giappone, 19 febbraio 2019. REUTERS/Kim Kyung-hoon

La casa automobilistica giapponese Honda ha detto che chiuderà il suo unico stabilimento nel Regno Unito entro il 2021: si stima una perdita di 3500 posti di lavoro. Honda ha spiegato che la decisione è stata presa per adeguarsi ai cambiamenti del mercato delle auto e non in previsione di Brexit. Il segretario per gli Affari economici Greg Clark ha comunque invitato il Governo May a chiarire il prima possibile i rapporti con Bruxelles.

Due settimane fa anche Nissan, giapponese come Honda, aveva annunciato l’intenzione di cancellare la produzione di un modello di SUV in Inghilterra, parlando di calo della domanda ma anche di incertezza riguardo ai futuri legami economici tra Regno Unito e Unione Europea. Da febbraio è infatti entrato in vigore il Jefta, ossia l’accordo commerciale tra Europa e Giappone, che per Tokyo significa soprattutto un abbassamento dei costi di esportazione per le proprie automobili nel Vecchio continente.

Nello stesso giorno della dichiarazione di Honda, la principale associazione britannica degli operai manifatturieri ha parlato di una «prospettiva catastrofica» per il Regno Unito in caso di uscita senza accordo dall’Unione Europea. Al momento però lo stato dell’economia britannica non è così negativo: nonostante il rallentamento generale, l’occupazione è aumentata più del previsto.

Tuttavia non è detto che si tratti di un segnale pienamente positivo: l’incertezza causata da Brexit potrebbe aver spinto le aziende inglesi a tagliare gli investimenti nei macchinari industriali e ad assumere più manodopera al loro posto. A preoccupare non è infatti la condizione economica attuale ma, come scrive l’Economist, quella futura: la produttività nel lungo periodo, ad esempio. 

@marcodellaguzzo

 

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