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Un nuovo sindaco per Barcellona

Manuel Valls contende la poltrona ad Ada Colau e gli indipendentisti promettono battaglia, con i sondaggi che premiano il candidato di Esquerra Repubblicana

Ada Colau rilascia una dichiarazione a Barcellona, Spagna. REUTERS/Gonzalo Fuentes
Ada Colau rilascia una dichiarazione a Barcellona, Spagna. REUTERS/Gonzalo Fuentes

Non bastasse l’ormai cronica condizione di instabilità politica della Spagna, che ha visto di recente la celebrazione di nuove elezioni generali per la terza volta negli ultimi cinque anni, l’elettorato spagnolo è chiamato a fare gli straordinari in occasione della giornata del 26 maggio, data in cui, in aggiunta alla celebrazione delle elezioni europee, sono stati convocati comizi elettorali in tutti i municipi del territorio nazionale ed elezioni regionali in dodici comunità autonome, tra cui quella di Madrid.

Una delle sfide più interessanti del panorama elettorale riguarda l’assegnazione della poltrona di sindaco a Barcellona, una contesa che prescinde dal mero contesto istituzionale del capoluogo catalano, incastrandosi, inevitabilmente, nelle pieghe del conflitto politico ancora in corso in Catalogna.

Il sindaco uscente, Ada Colau, si ripresenta ai nastri di partenza nel tentativo di dare continuità al proprio mandato, nuovamente sostenuta dalla piattaforma cittadina di Barcelona En Comú, istituita nel 2015 con l’obiettivo di far confluire in un unico soggetto politico diverse anime dell’associazionismo attive a Barcellona.

Forgiata dagli anni di lotta al fronte di “Afectados por la ipoteca” (PAH), una piattaforma sorta nel 2009, nel pieno della crisi economica spagnola, con lo scopo di tutelare le persone impossibilitate a far fronte al pagamento dell’ipoteca, la Colau ha impresso dei connotati ben precisi alla propria azione di Governo, dedicando particolare attenzione alle fasce più disagiate della società e inimicandosi, di contro, alcuni settori chiave dell’economia locale.

Sin dal proprio insediamento nel 2015, l’amministrazione Colau ha imposto una profonda revisione del modello turistico sviluppatosi a Barcellona, in primis dichiarando guerra ai portali online specializzati nel fitto di appartamenti ai turisti, molti dei quali operanti senza licenza, e approvando poi un piano regolatore per frenare l’apertura di nuove strutture ricettive, di ogni tipo, nei quartieri maggiormente interessati dal turismo. Un provvedimento che ha scatenato forti proteste da parte degli operatori del settore − il turismo rappresenta circa il 15% del Pil del capoluogo catalano − che hanno accusato la sindaca di danneggiare la competitività di Barcellona sul mercato internazionale.

La principale battaglia della Colau ha riguardato però il tema della casa, intesa come un diritto primario di cui poter disporre pienamente. Il comune ha sanzionato con multe milionarie alcuni fondi d’investimento proprietari di appartamenti lasciati a lungo disabitati, applicando una nuova normativa che fissa un termine massimo di due anni entro cui un proprietario può lasciare vuoto un proprio immobile, dovendo poi metterlo in fitto oppure affidarlo al comune in regime di affitto sociale. Il parco degli alloggi destinati all’affitto sociale è stato inoltre ampliato di 1.500 unità, portandolo ad un totale di 13.000 da completarsi entro il 2022.

Il sindaco ha inoltre accarezzato a lungo l’idea di creare un unico operatore energetico municipale per prescindere dai monopoli che gestiscono le forniture di acqua, luce e gas, accusati di ridurre migliaia di famiglie in condizione di povertà energetica perché impossibilitate a sostenere il costo delle bollette. Un progetto realizzato per ora solo in parte con la creazione di Barcelona energia, una società comunale incaricata di fornire l’approvvigionamento elettrico necessario a tutti gli edifici ed ai servizi gestiti dal comune e impegnata ad allargarsi, progressivamente, anche al mercato dei privati.

Durante i quattro anni del proprio mandato la Colau ha però dovuto fare i conti con la difficile gestione della sicurezza in città, una vera e propria spina nel fianco contrassegnata da un vertiginoso aumento di reati di vario tipo, in primis furti e rapine nella zona del centro storico. Una problematica divenuta immediatamente un pilastro della campagna elettorale di Manuel Valls, l’ex premier francese sotto la presidenza Hollande che rappresenta la principale novità nel lotto dei candidati alla poltrona di sindaco. Nato a Barcellona nel 1962, trasferitosi poi a Parigi insieme alla famiglia, Valls è tornato nel capoluogo catalano intenzionato a dare un colpo di coda alla propria carriera politica, arrivata presumibilmente al capolinea in Francia dopo la sconfitta alle primarie presidenziali del Partito socialista nel 2017.

L’ex uomo forte del Governo transalpino concorre come candidato indipendente, alla guida della piattaforma “Barcellona, capitale europea”, un progetto politico trasversale che punta ad accogliere al proprio interno personalità distinte, anche in quanto a filiazione partitica. Alle spalle di Valls soffia forte però il vento di Ciudadanos, la formazione di centro-destra presieduta da Albert Rivera consacratasi nel partito più votato in Catalogna alle elezioni regionali del 2017, sostenuta da un consistente bacino elettorale a Barcellona e nei comuni limitrofi.

Nonostante abbia sottolineato il carattere indipendente della sua candidatura, scegliendo in proprio il gruppo di lavoro, l’ex premier francese ha ribadito l’importanza dell’appoggio di Ciudadanos, che dal canto suo non ha presentato un candidato ufficiale, cosciente del fatto che i numeri dell’elettorato arancione − il colore del partito di Rivera − sono indispensabili per garantirsi una possibilità di successo. Un’unione politica che significa inoltre, almeno in parte, un legame più stretto col territorio, contribuendo ad attenuare l’immagine di un candidato venuto da lontano, seppur catalano di nascita, non pienamente integrato nel tessuto sociale di Barcellona.

Valls ha promesso l’assunzione di circa 1.500 nuovi agenti per rafforzare il corpo della polizia municipale come principale rimedio all’emergenza sicurezza in città, misura accompagnata dall’impegno di promuovere un’immagine europeista di Barcellona, contrapposta al disegno separatista. L’ex premier francese ha accusato la Colau di non essersi mai pienamente distanziata dagli indipendentisti, promettendo di contro una gestione improntata alla piena integrazione del capoluogo catalano in ambito nazionale ed europeo, con l’obiettivo primario di mitigare l’impatto economico del conflitto politico, che ha indotto oltre 5.000 imprese a trasferirsi fuori dai confini catalani.

La questione indipendentista appare però decisiva per determinare le sorti delle elezioni comunali, con i sondaggi che indicano Ernest Maragall, candidato di Esquerra Republicana (ERC) e aperto sostenitore dell’indipendenza della Catalogna, come favorito per la vittoria finale. Maragall ha invitato l’elettorato a non ridurre i comizi elettorali a uno scontro tra unionismo e separatismo, visione ritenuta lesiva per gli interessi della città, sottolineando però di voler convertire Barcellona nella locomotiva della Repubblica catalana.

In caso di vittoria alle urne il candidato di ERC dovrà inevitabilmente scendere a patti con la Colau ed il PDeCAT, la formazione dell’ex presidente Puigdemont, per garantirsi una maggioranza stabile di governo. Dinamica speculare a quella che attende il blocco unionista, dove Manuel Valls, qualora sovvertisse i sondaggi, sarebbe chiamato ad intavolare un complesso puzzle con socialisti e popolari, forte dell’appoggio di Ciudadanos a cui l’ex premier francese ha però rinfacciato l’alleanza con Vox, partito di estrema destra in forte ascesa a livello nazionale, nella recente formazione del Governo regionale in Andalusia.

@MarioMagaro

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