Faccio parte di quello schieramento che attribuisce all’ostinazione dei Clinton a ripresentarsi per la terza volta una quota importante di responsabilità per la sconfitta alle ultime presidenziali. Ed è stata anche una storica occasione persa per avere una donna al vertice dell’Amministrazione americana; e non perché i tempi non fossero maturi, ma perché Hillary non rappresentava il prototipo di donna che le donne avrebbero votato. Ed infatti, non lo hanno fatto.

Ora, dopo le elezioni di midterm, i giochi si riaprono e il partito democratico americano ha iniziato a interrogarsi su chi candidare alla Casa Bianca in vista delle primarie del 2020.

Dopo la décle delle elezioni del 2016, il partito dell’Asinello è alla disperata ricerca di un nuovo leader, che possa sconfiggere Donald Trump e riconquistare l’elettorato perduto con Hillary Clinton.

Nelle scorse primarie, tutto l'establishment democratico aveva fatto squadra intorno a quella che sembrava l’unica candidata possibile, dopo che persino Obama, che nel 2008 le aveva soffiato il posto, aveva scoraggiato il suo vicepresidente Joe Biden a candidarsi.

Eppure Hillary non ha scaldato i cuori dell’America e, nonostante il sostegno dei vertici del partito e i $687 milioni raccolti per la campagna elettorale, ha perso le elezioni, non solo nei cosiddetti swing States, cioè negli Stati che oscillano fra un partito e l’altro, ma anche in quelli più tradizionalmente democratici come il Michigan o il Wisconsin, bastione dei blu dal 1988.

L’America non era ancora pronta per un Presidente donna? Al contrario, molti segnali provenienti dalla società americana mostrano un nuovo protagonismo delle donne, soprattutto in politica. Le ultime elezioni di midterm hanno visto un numero straordinario di candidate, 116 sono state le donne elette al congresso nel 2018, contro le 89 del 2016. Tra le neoelette, 36 sono alla loro prima volta e 28 sono madri di bambini piccoli. Alla Camera, le donne potrebbero dirigere almeno sei delle Commissioni più influenti. Nita Lowey presiederà la Commissione per gli stanziamenti della Camera, una commissione che assegna finanziamenti a settori strategici del paese quali la difesa o l’istruzione, mentre Maxine Waters e Nydia Velázquez dovrebbero presiedere rispettivamente le Commissioni per i servizi finanziari e le piccole imprese.

Nel caotico e litigioso laboratorio democratico, le donne potrebbero essere l’asso nella manica per tentare una riscossa. Sin dall’avvento di Donald Trump, sono state le donne a prendere l’iniziativa più organizzata e incisiva, portando in piazza milioni di persone con le womensmarch. “Posso dirvi che le donne stanno guidando la resistenza", ha detto Kirsten Gillibrand, senatrice di New York a un evento del Centre for American Progress a Washington. Il suo è uno dei nomi che circolano per la presidenza, insieme a quello della senatrice californiana Kamala Harris, della paladina anti-Wall Street Elizabeth Warren e della senatrice del Minnesota Amy Klobuchar.

Kirsten Gillibrand occupa il seggio lasciato da Hillary Clinton nel 2009.  Ha dedicato buona parte della sua carriera alle battaglie per la parità di genere ed è una delle più fiere sostenitrici della campagna #metoo. Nel momento in cui in America e nel mondo si discute di molestie sessuali, Gillibrand è nella posizione giusta per essere una portavoce credibile delle istanze delle donne. Sta guadagnando consensi e visibilità anche per gli scambi al vetriolo con il Presidente Trump, che più volte l’ha attaccata duramente. I suoi detrattori la accusano di un certo contorsionismo politico, per essere passata, in poco tempo, da posizioni molto conservatrici su questioni come le armi o l’immigrazione a posizioni più liberali. In una campagna elettorale agguerrita, i suoi voltafaccia potrebbero costarle caro.

Elizabeth Warren è un’ex professoressa di Legge di Harvard, è stata inserita più volte dalla rivista Time tra le 100 persone più influenti del pianeta. Senatrice del Massachussets, si è guadagnata il soprannome di “cane da guardia” di Wall Street dopo essere stata chiamata da Obama a creare un’Agenzia governativa per la difesa dei consumatori. Liberal di lunga esperienza, potrebbe mettere d'accordo le due anime democratiche: quella più moderata e quella più radicale, che adesso minaccia l’unità del partito. A differenza di Bernie Sanders, ha sempre fatto parte del partito democratico e ha una rete di relazioni molto solida.

La senatrice californiana Kamala Harris è sicuramente l’astro nascente del firmamento democratico. In parte indiana tamil in parte afro-americana, è diventata celebre grazie alle sue battaglie nella commissione Giustizia del Senato che indaga sul Russiagate. Harris ha un solido curriculum liberal: paladina delle lotte ambientaliste, da sempre favorevole alla libertà di scelta sull’aborto, ha condotto battaglie durissime contro la National Rifle Association per limitare l’acquisto di armi da fuoco. Con Elizabeth Warren, ha sostenuto la campagna a favore della copertura sanitaria universale, in una fase in cui la presidenza Trump stava tentando di abrogare l’Obamacare. A sinistra, è considerata troppo moderata ed espressione dell’establishment democratico, ma la sua popolarità è in forte ascesa.

Amy Klobuchar è la senatrice della porta accanto (come si definisce nel titolo di un suo libro). Al suo terzo mandato al Congresso, è il politico più popolare nel Minnesota.

Moderata sulle questioni più calde, come l'immigrazione, si è battuta per frenare il costo dei farmaci, per espandere i diritti di voto e per proteggere la privacy online. Nell’ultima tornata elettorale, ha avuto un buon risultato nelle aree rurali, una qualità inusuale per un democratico. In un’elezione generale, Klobuchar potrebbe certamente conquistare gli indipendenti e alcuni repubblicani centristi, ma il problema potrebbe nascere per lei proprio dalle primarie di partito e dagli elettori con il cuore a sinistra. La senatrice del Minnesota si allontana dall'ortodossia progressista su diversi fronti, dalla sanità all’istruzione.

Al trumpismo del resto, come si è visto nelle elezioni di novembre, si è opposto un antitrumpismo radicale, la base democratica si è spostata a sinistra. Il dibattito durante la campagna elettorale di midterm si è polarizzato, si è parlato soprattutto d’immigrazione, i temi economici sono passati in secondo piano.

Se è vero che molti dei “nuovi” democratici, nelle elezioni di midterm, hanno vinto in diversi stati del Midwest dove Trump aveva trionfato nel 2016, l’analisi dei risultati ha rivelato ancora persistenti fragilità nella compagine democratica.

Se è aumentato il consenso presso gli elettori (soprattutto bianchi) con livelli d’istruzione alti o medio-alti delle fasce urbane e suburbane, nelle aree rurali i democratici non hanno sfondato, anzi in alcune regioni, come il Missouri o l’Indiana, i repubblicani hanno guadagnato voti.

In un sistema elettorale dove gli elettori delle aree rurali sono pesantemente sovra-rappresentati, l’incapacità dei democratici di convogliare la loro adesione, potrebbe rappresentare un limite importante. Nella scelta del candidato ideale, bisognerà tenerne conto.

Inoltre, Trump gode ancora di un’enorme consenso nella sua base: secondo i sondaggi, il tasso di approvazione per il Presidente, tra gli elettori registrati come repubblicani, si colloca tra l’85 e il 90% e il partito repubblicano è saldamente nelle sue mani.

Una donna, con la sua carica di inevitabile novità, potrebbe sparigliare le carte...

@GiuScognamiglio