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Sri Lanka, la crisi della valuta estera, gli errori nella gestione economica, il ruolo della Cina


La drammatica escalation nel Paese potrà essere superata solo con un accordo tra le forze politiche e il Fondo monetario internazionale

Hanno fatto il giro del mondo le immagini dell’assalto dei manifestanti contro il palazzo presidenziale dello Sri Lanka, nazione multiculturale e a forte vocazione turistica che negli ultimi anni ha vissuto il dramma del terrorismo di matrice islamica e della pandemia da coronavirus. Il mix dei due fenomeni ha sicuramente rallentato le visite degli stranieri nel Paese a sud dell’India, ma non può certamente essere l’unica ragione che ha trascinato Colombo verso una crisi generale, arrivata pienamente ad aprile col mancato pagamento dei debiti contratti con la comunità internazionale.

La crisi economica e politica che attanaglia lo Sri Lanka poggia le basi su molteplici cause, alcune delle quali frutto delle scelte politiche a livello governativo. Con la fine della guerra civile nel 2009, che per 30 anni ha visto le forze regolari contro i Tamil nel nord dell’isola, Colombo ha impostato le sue azioni economiche sull’approvvigionamento interno, sostanzialmente non esportando beni e, di conseguenza, tenendo bassi i livelli di flussi monetari dall’estero. Al contempo, vista la grave inflazione, i prezzi dei prodotti importati hanno continuato ad aumentare, con la nazione che acquista dai mercati esteri più di quanto riesce ad esportare.

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