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Protagonisti - Emma Bonino, l’idea radicale del mondo

Il nostro direttore ne parla con Emma Bonino: la Turchia è Europa, il terrorismo ammazza più musulmani che occidentali, l’Europa deve ispirarsi agli Usa, i nostri leader hanno la vista corta...

Emma Bonino ha deciso venti anni fa di adottare la Turchia e la sua lunghissima traversata del deserto verso l’adesione alla Ue. La società civile turca, però, da qualche anno, sembra non trovare più l’equilibrio tra crescita, democrazia e tutela dei diritti, equilibrio che le aveva garantito un decennio di pace e prosperità, tra il 2002 e il 2012.

Malgrado i numeri di Eurobarometro (il 33% di Turchi ancora favorevoli all’adesione), la Turchia sembra allontanarsi dall’Europa. Colpa anche degli errori commessi dai leader dell’Unione? Esiste un “ostacolo” religioso all’ingresso dei Turchi in Europa?

I veri, grandi errori della politica di questi anni sono vista e memoria corta, dunque scarso pensiero strategico. Sia da parte della leadership europea che da parte di Erdogan. I politici dei nostri giorni sono ossessionati dai risultati elettorali nazionali, regionali, municipali... Questa ossessione preclude un’azione a medio e lungo termine. In Italia, per esempio, la riforma del diritto alla cittadinanza sulla base dello ius soli è parcheggiata, in attesa delle prossime elezioni comunali! Questo approccio “shortermista”, moltiplicato per i 28 paesi Ue, genera una confusione totale. L’Europa si è fermata a metà strada: funziona con il metodo comunitario ma, appena si entra in terreno intergovernativo, si blocca. Se il progetto europeo non scioglie questa impasse politica, si disgrega. Oggi, ogni vertice è di tipo emergenziale. Non vedo una volontà di ricominciare a progettare; in questa paralisi finisce anche la relazione con la Turchia.

Forse, non attiriamo più nessuno, non siamo più un riferimento. Questa crisi così profonda (non è stata solo una crisi finanziaria!) del nostro modello di convivenza civile, della nostra cultura democratica e della connessa efficienza di governance ha minato inevitabilmente la nostra immagine nei confronti delle società emergenti. Dunque, abbiamo forse un problema in più nel nostro rapporto con la Turchia...

Esatto! Dovremmo prendere esempio dagli Stati Uniti d’America, un sistema che ha ben combinato la parte sovrastatale, federale, con le differenze dei singoli stati, conservate nella loro storia e peculiarità. L’Europa ha invece iniziato mettendo in comune l’economia, pensando che la politica avrebbe seguito. Non è andata così. L’euro ha funzionato per dieci anni, finché l’economia ha tirato; alla prima crisi seria, la politica non ha saputo rimediare. Negli ultimi cinque anni, osservo un nervosismo crescente verso la Germania, ma non vedo controproposte coraggiose. Né si possono sempre accusare i “burocrati” di Bruxelles. Tutti i leader politici se la prendono a turno con l’Ue, senza tener conto dei grandi danni che producono nell’opinione pubblica, allontanandola dalla passione per un’Europa che, dopo i disastri e le tragedie delle due guerre mondiali, ha reso i nostri paesi i più ricchi al mondo. Oggi ci siamo seduti e addirittura pensiamo di poter fare a meno della costruzione europea con leggerezza...

La Germania è l’unico paese che in questo momento potrebbe assumere la leadership europea. La Merkel, però, dovrebbe prendersi l’Europa sulle spalle, anche a rischio di perdere la quarta elezione, dopo averne vinte tre di fila... Sui migranti l’ha presa questa responsabilità, senza preoccuparsi delle elezioni. Al di là dello spirito umanitario, la Merkel si è resa conto che l’Europa è un progetto politico su cui investire e che il declino demografico europeo ha bisogno di nuovi arrivi.

Il 14 novembre scorso l’Ue ha riaperto un capitolo negoziale con la Turchia e la crisi dei migranti fornisce forse al Paese qualche carta in più... Nel 2016 il muro di Cipro potrebbe finalmente cadere...

Nel frattempo però mi preoccupa la costruzione di nuovi muri, senza che nessuno a Bruxelles richiami Orbán & compagni al rispetto dei Trattati. Predichiamo democrazia alla Turchia (il veto di Cipro è un alibi), ma in Europa accettiamo che Orbán usi lo spettro dei migranti che non ha, a fini di politica interna. Nel frattempo – paradossalmente – gli Ungheresi emigrano per cercare migliori condizioni di vita. Senza coraggio, il progetto europeo si disgregherà.

Torniamo alla Turchia: questi ultimi due anni sconfortano chi ha sostenuto che il vero Erdoğan fosse quello democratico, dello sviluppo economico. Ora invece imprigiona giornalisti e reprime studenti...

In questi due anni, c’è stato un evidente cambiamento nella politica interna di Erdoğan. Lasciamo da parte le congetture sull’esistenza fin dall’inizio – come sostengono i suoi detrattori – di un’agenda nascosta. Restiamo ai fatti: oggi assistiamo a una virata autoritaria, senza dubbio. Analizzando le scelte di politica interna, tuttavia, non possiamo prescindere dalle responsabilità dell’Unione: un’istituzione che si rispetti non può nel 2005 votare un programma di adesione e pochi mesi dopo cambiare le carte in tavola. Non è serio. Erdoğan non ha voluto aspettare che la strada verso l’Europa si riaprisse e ha incaricato Davutoğlu di tentare la strada del primato regionale, proponendosi quali leader del mondo arabo, loro che Arabi non sono. Il risultato non è stato un gran che...

Il partito repubblicano e kemalista CHP, per anni elemento di progresso, negli anni Novanta è entrato in crisi e ha consegnato il potere a questa riedizione della “Democrazia cristiana” in salsa islamica, il partito AKP. Come mai l’Internazionale socialista continua a sostenere il CHP, quando risulta evidente da anni che il Partito repubblicano esprime idee vecchie e iper-nazionaliste, che farebbero ritornare il Paese indietro di 20 anni...

Esiste una seria responsabilità dell’Internazionale socialista, che non è altro che una somma di partiti nazionali, i cui leader s’incontrano, ma non si integrano, scrivono e leggono relazioni che nessuno ascolta. Nessuno osa accusare nessuno (lo stesso accade nel PPE), per non perdere deputati, voti. Penso che la laicità sia penetrata in molti strati della società turca, il successo del partito AKP origina da una chiara esigenza manifestata dagli elettori turchi di abbandonare il clima di corruzione e di cattiva gestione della cosa pubblica, che aveva caratterizzato l’ultimo decennio del CHP al potere. La Turchia è certo un paese con profonde differenze tra città e villaggi, tra costa e altopiano anatolico. La retorica vincente di Erdoğan è una retorica identitaria. Il velo, più che un simbolo religioso, è un elemento identitario. Deve essere chiaro a tutti che l’islam turco non è quello dell’Arabia Saudita.

È stata dunque la retorica identitaria a portare l’AKP dal 40% al 49% in soli tre mesi, nella doppia tornata elettorale del 2015?

Nelle ultime elezioni, ha contato molto la questione sicurezza. Tre mesi di attentati, la gente non ne poteva più. Erdoğan ha giocato la carta “senza di me, il paese è ingovernabile”, aiutato dagli errori e dagli estremismi del PKK.

Torniamo alla geopolitica: la mia sensazione è che il sostegno della Turchia ai movimenti islamici moderati nel Mediterraneo sia sfuggito di mano.

L’affermazione democratica di movimenti islamici moderati nel mondo arabo è stata l’illusione di tutti. Nel 2013, c’è stata la corsa ad armare e addestrare gruppi islamici moderati... io mi sorpresi! Dove sono questi moderati? I moderati sono tutti in esilio da tempo. Non ne vedevo in giro. Se li armiamo, che garanzia abbiamo su come saranno usate queste armi?

Non solo un errore dei Turchi, dunque, ma di tutta la comunità internazionale!

Tutti hanno armato tutti, ognuno ha avuto il suo gruppo moderato... Ma i Turchi hanno sbagliato, ritenendo più pericoloso il PKK che il Daesh, per l’ossessione di avere uno Stato curdo al confine e rischiare Diyarbakır...

Perché l’Iraq del nord, la Regione autonoma curda, formata ormai da anni, li ha preoccupati meno?

Se si aggiungono anche i Curdi siriani, che confinano con i Curdi turchi... scatta la sindrome del pancurdismo. Parlando con molti Curdi, sembra che non pensino seriamente a uno Stato che sarebbe bloccato, senza accesso al mare... comunque, anche tra loro ci sono posizioni diverse. Il partito HDP (filocurdo) ha retto bene anche nella seconda delle ultime due elezioni (malgrado il movimentismo militare del PKK), superando la fatidica soglia di sbarramento del 10%, un risultato storico. Credo che oggi questa sia diventata la preoccupazione principale di Erdoğan, inducendolo ad abbandonare la sua tradizionale politica di dialogo con il mondo curdo, almeno in questa fase. Ma Erdoğan passerà, mentre la Turchia resta lì, in una posizione strategica che noi non possiamo trascurare.

C’è un conflitto militare con l’Isis all’orizzonte? Sarà forse necessario sconfiggere l’ideale di uno Stato confessionale islamico.

Vedo tutti molto preoccupati del rischio che cambino i confini: i Russi, i Cinesi, hanno tutti paura delle frammentazioni e delle conseguenti spinte interne (Uiguri, Ceceni...). C’è grande confusione sulla questione, tutti balbettano, e non solo in Europa, anche le alleanze storiche con i paesi del Golfo traballano, ma meglio la confusione dei mille convegni e balbettii che i bombardamenti. Sperando che il dialogo dei convegni aiuti a ridurre la violenza.

Non sarebbe meno violenta una guerra sul terreno di questi bombardamenti indiscriminati che colpiscono tutti, anche i civili, innescando poi quelle reazioni scomposte che portano la morte nelle nostre case? Parigi è stata funestata da gravissimi attentati nel corso del 2015. Essere diventati obiettivo del terrorismo di Isis è più la conseguenza del fallimento dell’integrazione degli immigrati nelle banlieu o della politica muscolare di Parigi, quasi a ritagliarsi un ruolo da ministro della Difesa dell’Unione?

Un insieme delle due cose, penso, difficilmente separabili. Daesh ha come obiettivo primario il proprio territorio e ammazza molti più musulmani che occidentali, non sarebbe portata a fare incursioni fuori da quella che considera la sua espansione naturale. Il problema è che, dopo le fallimentari esperienze in Iraq e in Afghanistan, la comunità internazionale s’interroga giustamente sulle proprie capacità di gestire il dopoguerra e il rapporto con le popolazioni locali. Potenze regionali che 20 anni fa non avevano ambizioni, la Turchia, il Qatar, oggi hanno interessi contrapposti; è in corso una guerra intra-sunnita per la prevalenza finanziaria e ideologica, che coinvolge Fratelli musulmani e monarchie del Golfo. Tutti vogliono un islam politico, i Fratelli musulmani hanno scelto la via elettorale, le monarchie sono strutturalmente antidemocratiche. Al Jazeera è la voce dei Fratelli musulmani, Al Arabiya il megafono delle monarchie del Golfo. Ma attenzione: se crollassero le monarchie del Golfo, l’inferno siriano sarà niente a confronto, crollerebbe un sistema in equilibrio, anche se è un sistema che a noi non piace. Il paradosso è che noi sembriamo non avere mezze misure: migliori alleati o avversari da abbattere? Tremila morti nel cuore di New York non hanno neanche scalfito l’alleanza con l’Arabia Saudita! E nessuno sembra dare peso al fatto che gli unici due paesi che hanno riconosciuto il Governo talebano sono stati l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi...

@GiuScognamiglio

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