In questi giorni, lo sport preferito dei media in molti paesi è scrivere di quanto Emmanuel Macron e la sua accolita di professorini tecnicamente competenti ma politicamente incapaci abbiano fallito l’impresa di governare un grande Paese come la Francia.

Le cose, come spesso capita, sono più complicate di come sembrano. Macron e il suo movimento En Marche hanno avuto il grande merito storico di aver interrotto l’onda lunga populista che, da Brexit in giù, minacciava di travolgere tutta l’Europa (e non solo) democratica e liberale. Ma evidentemente, vincere le elezioni non sempre è sufficiente. Bisogna poi saper governare, con competenza, da un lato; intercettando i bisogni di base dei cittadini, dall’altro. Le storie parallele di Italia e Francia di questi ultimi 9 mesi sembrano dimostrare che c’è sempre qualcosa che manca: in Italia, la prima, in Francia, la seconda. Chi andrà a sbattere prima?

Il rischio di uomo solo al comando, che sta correndo Macron ma che ha già causato la fine politica di Renzi, può essere temperato rivitalizzando i famigerati corpi intermedi, che purtroppo da anni hanno perso per vari motivi dignità e capacità di proposta e di mediazione. Il potere francese è tradizionalmente un potere centrale, straordinariamente efficiente, che funziona alla perfezione in tempi ordinari, ma che mostra sistematicamente la corda nei periodi di tensione e di passaggio: dal Termidoro del 1794 al maggio ‘68, fino agli insopportabili gilet gialli (o forse dovremmo dire giallo-verdi) di questi giorni. Ma anche in un paese come l’Italia, che non ha nulla dell’efficientismo centrale tecnocratico transalpino, un governo di ispirazione populista (lo era probabilmente già quello renziano), trae la sua investitura solo dal popolo e si caratterizza per non dover mediare con nessuno potere costituito, nè con le autorità indipendenti nè con le associazioni di categoria; un tale governo può dunque avere problemi a intercettare gli umori cangianti dell’elettorato, come accaduto in occasione del recente referendum costituzionale e come potrebbe di nuovo succedere se non si fosse disponibili a cogliere i segnali che provengono dalla base, che non è solo quella dei social.

Ma se i corpi intermedi tradizionali sembrano essere decrepiti, cosa ci inventiamo? Qualcuno ha ragionevolmente indicato nel mondo del terzo settore, le Ong, un nuovo interlocutore che andrebbe inserito nel gioco politico, quale strumento di dialogo tra rappresentanti e rappresentati. Se muoiono in mare centinaia di migranti, non dovremmo attaccare le Ong ma concordare con loro una linea di azione: hanno finanziamenti diffusi, sono competenti, sono sul territorio. Attiviamo politiche di sostegno, favoriamone fiscalmente la proliferazione e il consolidamento, facciamole accomodare ai tavoli delle decisioni, come avviene ormai da anni alle Nazioni Unite.

È forse l’unico modo per anticipare queste ribellioni che non hanno partito, delle quali tutti vogliono impadronirsi ma che non hanno sbocco politico: i gilet gialli sono cavalcati sia dalla sinistra estrema di Liberation che dal qualunquismo cialtrone di Bernard Tapie e del suo giornale locale Provence. I 25 punti del programma sono un festival di elementi inconciliabili, molto più di quanto non fosse in origine tenere insieme gialli e verdi in Italia.

I 21 milioni di persone che hanno ascoltato il discorso televisivo di Macron (più della finale dei Mondiali vinta dalla Francia) testimoniano che i cittadini francesi, alla fine, è dal loro Presidente che si aspettano una soluzione. Forse, il macronismo non è ancora finito.

@GiuScognamiglio

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