La Turchia è permeata di un profondo nazionalismo legato indissolubilmente alla figura di Mustafa Kemal Ataturk e condiviso da tutta la comunità a prescindere dall’indirizzo politico. Il forte senso di appartenenza alla nazione e alla sua identità si è riscontrato anche lo scorso giugno in manifestazioni di nazionalismo patriottico in occasione della rielezione del sindaco di Istanbul, teatro di un’esuberante campagna elettorale, nelle piazze principali cosi come nelle periferie.

Escluse da questa profonda connessione identitaria sono le minoranze, il cui ruolo all’interno della società appare incerto. Minoranze storiche come i Curdi e gli Armeni hanno compiuto un processo di integrazione pur mantenendo la loro identità di popolo e continuano a lottare nella speranza di un riconoscimento da parte del Governo turco. Ancor più complicata è la situazione attuale dei rifugiati siriani, considerati “ospiti” sul territorio turco e la cui integrazione risulta complessa. La comunità siriana in Turchia attualmente conta 4 milioni di rifugiati, che considerano la penisola anatolica una tappa necessaria, in attesa di tornare in patria, e non un luogo in cui costruire il loro futuro.

Si afferma spesso che Istanbul, città cosmopolita per eccellenza, non sia rappresentativa della “vera” Turchia. Eppure molti osservatori nazionali e stranieri hanno affermato che dall’esito delle elezioni amministrative del 23 giugno, sarebbe dipeso il futuro dell’intero Paese. Istanbul è la roccaforte del Partito per la Giustizia e lo Sviluppo (AKP) da quando Erdogan ne divenne sindaco nel 1994, e dopo 25 anni di questa amministrazione la città si è trovata di fronte a un bivio.

Da un lato Binali Yildirim, storico leader dell’AKP ed ex Primo Ministro: in ogni suo manifesto durante la campagna elettorale era ben evidente il suo slogan, “noi lo abbiamo fatto, e noi lo rifaremo”, a rivendicare i risultati raggiunti. All’opposto, il nuovo volto del Partito Popolare Repubblicano (CHP) Ekrem Imamoglu: il suo motto, “sarà tutto bellissimo”, è stato il simbolo di cambiamento e speranza, diventato anche graffito sui muri, scritta su magliette e borse e canto negli stadi.

Il contrasto evidente era tra la proposta di status quo immutabile dell’AKP e le promesse di cambiamento e futura bellezza del CHP, le quali però soffrono di molta vaghezza.

Imamoglu è riuscito comunque a fare ciò che il CHP evita da decenni: stare in mezzo alla “gente reale”, essere un politico in cui potersi identificare. Curiosamente, questa strategia comunicativa segue i passi di quella sempre adottata da Erdogan, l’uomo del popolo per eccellenza.

Tuttavia, la svolta “populista” del CHP probabilmente non è bastata da sola a convincere l’elettorato: sono stati infatti i partiti minori i più determinanti in queste elezioni, scegliendo il contendente con cui schierarsi. Inoltre, è interessante osservare come proprio all’interno dell’AKP vi siano lotte intestine per il potere. La storica gerarchia verticale del partito, con a capo solo Erdogan, sta cominciando a crollare; soffre del tempo, ma anche e soprattutto della decisione del leader di ripetere le elezioni, contestata anche da membri storici del partito, tra cui Ahmet Davutoglu, ex Ministro degli Esteri e Primo Ministro. È una dimostrazione di questa timida dissidenza anche il fatto che Ali Babacan, pilastro dei precedenti Governi dell’AKP e da molti definito il vero artefice del boom economico turco, abbia tutte le intenzioni di formare un nuovo partito, compiendo così un attacco diretto alla leadership di Erdogan.

A fermare la corsa del Sultano hanno fortemente contribuito le ripercussioni della recessione economica. Nel 2018, infatti, la svalutazione della lira turca nei confronti del dollaro ha raggiunto il 40% con un conseguente aumento dell’inflazione che ha sfiorato pericolosamente il picco del 25% (ottobre 2018), valore in seguito assestatosi al 19%. La pressione sulla lira turca, accompagnata da un vertiginoso aumento dei prezzi dei generi alimentari, ha determinato una riduzione dei consumi, oltre ad aver indotto sempre più risparmiatori a domandare valuta estera al fine di proteggersi dal rischio di cambio e dall’alta inflazione.

A partire da febbraio, in vista delle amministrative, i comuni di Ankara e Istanbul, le due principali città in mano all’AKP, hanno avviato la vendita diretta di frutta e ortaggi a prezzi scontati, sovvenzionati dal Governo. Una scelta studiata a tavolino, ma che non è bastata ad alleviare il crescente malumore dei cittadini sull’andamento dell’economia. Proprio quest’ultima, che era stata uno dei principali punti di forza del Partito della Giustizia e dello Sviluppo, è stata motivo di dissenso alle urne del 31 marzo.

Quale futuro economico si prospetta per la Turchia? Le previsioni indicano una ripresa a partire dal biennio successivo, ma per finanziare il deficit la Turchia necessita l’apporto di capitali stranieri. A tal riguardo, va considerato decisivo il risultato delle amministrative del 23 giugno, che ha riconfermato la volontà di un cambiamento a partire dalla capitale economica del Paese.

Hanno scritto:

Camilla Blavet Di Briga (Roma) studia Relazioni Internazionali alla LUISS.

Matteo Bulzomì (Torino) studia Scienze Storiche all’Università di Torino.

Giulia Iacovelli (Roma) studia Scienze della Politica alla Sapienza.

Vittorio Pecoraro (Roma) è laureato in Giurisprudenza alla LUISS.

Raffaella Novacco (Firenze) studia Relazioni Internazionali e Studi Europei alla Cesare Alfieri.

Rebecca Zamperini (Milano) è laureata in Lingue e Relazioni Internazionali all’Università Cattolica del Sacro Cuore.