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La Catalogna: dalla politica ai tribunali

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La maggioranza dei catalani vorrebbe un referendum che possa mettere un punto fermo sul futuro del Paese. Intervista a Marcel Mauri, il portavoce dell’associazione indipendentista Òmnium Cultural

Marcel Mauri (Badalona, 1977) è vicepresidente e portavoce di Òmnium Cultural, una delle principali associazioni di stampo indipendentista della Catalogna, nata nel 1961 per difendere la cultura e la lingua catalana dalla censura imposta dal regime franchista. Giornalista e professore di Storia del giornalismo ed etica giornalistica presso l’Università Pompeu Fabra di Barcellona, rappresenta una delle principali voci dell’associazione da quando Jordi Cuixart, Presidente di Òmnium Cultural, è stato condannato al carcere, inizialmente sotto forma di misura preventiva, nell’ambito del processo istituito dopo la celebrazione del referendum indipendentista del 1° ottobre 2017 in Catalogna.

Il Tribunale Supremo ha condannato per sedizione nove dei dodici imputati del processo a carico dei leader dell’indipendentismo catalano, ritenendo però infondata l’accusa di ribellione formulata dal giudice istruttore Pablo Llarena. Nei loro confronti, in quattro sono stati condannati anche per il reato di malversazione di fondi pubblici, la giustizia spagnola ha stabilito pene detentive dai tredici ai nove anni di carcere. Altri tre imputati del processo sono stati invece ritenuti colpevoli del solo reato di disobbedienza, condannati ad interdizione dai pubblici uffici con pena pecuniaria accessoria. Qual è il suo giudizio sulla sentenza?

Nonostante sia caduta l’accusa di ribellione, quella più grave, la condanna per sedizione è molto preoccupante perché ha permesso che gli imputati siano rimasti in regime di custodia cautelare per più di due anni. La sentenza colpisce in primis quelli come noi, che non siamo politici, ma piuttosto attivisti, violando i nostri diritti fondamentali come il diritto a manifestare. Il nostro Presidente Jordi Cuixart è stato condannato per aver coordinato una manifestazione pacifica (il 20 settembre 2017 nei pressi del Ministero dell’economia catalano). D’ora in poi i movimenti sociali che vogliono protestare contro le decisioni giudiziarie considerate ingiuste, come può accadere in qualsiasi democrazia, potranno essere condannati per sedizione e finire in carcere. Questa sentenza può generare una giurisprudenza molto preoccupante, non soltanto nei confronti degli indipendentisti catalani, ma anche per il resto degli spagnoli e per i cittadini europei.

Lei non crede che gli imputati del processo abbiano agito in ogni caso contro la legge?

Non hanno commesso alcun reato da punire con il carcere. D’altronde anche la Germania e il Belgio hanno scartato le accuse contenute nei mandati di arresto europeo emessi dalla giustizia spagnola contro l’ex Presidente catalano Puigdemont e gli altri quattro ex consiglieri rifugiatisi con lui a Bruxelles, poiché non hanno ravvisato in alcun modo gli estremi dei reati di sedizione e ribellione contestati nei loro confronti dallo Stato spagnolo. Oltretutto in Spagna, secondo il codice penale, non costituisce più reato indire un referendum. Poiché non esisteva una fattispecie giuridica per poter perseguire ciò che è realmente accaduto in Catalogna, al massimo avrebbero potuto essere accusati di disobbedienza, che non comporta né la detenzione preventiva né tantomeno una condanna definitiva al carcere, il Tribunale Supremo ha dovuto inventare tutta questa storia della violenza per poterli condannare, scartando in ogni caso l’accusa di ribellione che non poteva essere ravvisata in alcun modo. Ripeto, l’unico reato che si potrebbe contestare agli imputati è la disobbedienza, trattandosi in ogni caso di una condotta imputabile ai soli ex membri del Governo catalano.

Molti settori dell’indipendentismo hanno parlato apertamente di sentenza di natura politica…

La giustizia spagnola ha dimostrato chiaramente di non essere indipendente dai voleri dell’esecutivo di turno, emettendo una sentenza dai connotati fortemente politici. Bisogna sottolineare che non siamo soltanto noi, le associazioni indipendentiste catalane, a parlare di condanne politiche, ma anche il Gruppo di lavoro sulla detenzione arbitraria delle Nazioni Unite, che, durante lo svolgimento del processo, ha chiesto l’immediato rilascio degli imputati sottoposti al regime di carcere preventivo, invitando oltretutto la Spagna a compensare il tempo trascorso in custodia cautelare. Parliamo della pronuncia di un’entità indipendente che vanta una reputazione enorme a livello internazionale, specializzata nel pronunciarsi tre volte l’anno su eventuali violazioni dei diritti umani. Accade molto raramente che Paesi ritenuti democratici, come nel caso della Spagna, abbiano ricevuto questo tipo di avvertimenti dalle Nazioni Unite.

Il Tribunale Supremo ha condannato per sedizione anche Jordi Cuixart e Jordi Sánchez, rispettivamente Presidente di Òmnium Cultural ed ex Presidente dell’Assemblea Nazionale Catalana (Anc) ovvero le principali associazioni indipendentiste della Catalogna. I giudici contestano loro di aver giocato un ruolo decisivo nell’organizzazione del piano separatista, orchestrato dall’ex Governo Puigdemont, grazie alla leadership esercitata sulle masse.

Jordi Cuixart non è un politico, così come non lo è Jordi Sanchez. Non ha votato alcuna legge e non ha proclamato alcuna indipendenza. Si tratta semplicemente di un attivista sociale che ha difeso il diritto di manifestare e di esprimersi in qualità di Presidente di Òmnium Cultural, un’associazione di stampo culturale. In questo caso siamo davanti a un grande paradosso, ovvero quello di dire che hanno infranto le leggi… Ma quali leggi possono mai aver infranto degli attivisti che operano come tali, senza ricoprire alcun incarico di natura politica? Ci tengo inoltre a sottolineare che la sentenza ha totalmente ignorato le dichiarazioni di Amnesty International e di altri organismi internazionali specializzati nella difesa dei diritti umani come l’Organizzazione mondiale contro la tortura (Omct) e Front Line Defenders, che hanno apertamente richiesto il rilascio del nostro Presidente.

Cosa pensa del diritto di autodeterminazione del popolo catalano, più volte sbandierato dall’indipendentismo come cavillo legale per giustificare la legittimità del referendum dell’ottobre 2017 e dell’intero processo indipendentista?

Non si tratta di un nostro capriccio o di un’invenzione tirata in ballo per giustificare la nostra posizione. Il diritto all’autodeterminazione del popolo catalano esiste ed è assolutamente reale. La stessa Costituzione spagnola riconosce espressamente i trattati internazionali che parlano del diritto all’autodeterminazione dei popoli e la Spagna ha firmato questi trattati. Abbiamo inoltre duecento professori di diritto costituzionale spagnolo (non catalani) che dicono la stessa cosa da anni, approvando la nostra richiesta di indire un referendum di autodeterminazione pienamente riconosciuto da Madrid. Anche la Corte costituzionale spagnola ha espressamente esortato la classe politica a risolvere la questione, senza fare ricorso alla sfera giudiziaria. Nonostante la repressione messa in atto dal Governo centrale, la gente continua a manifestare per le strade della Catalogna per difendere questo diritto, cosi come per sostenere la nostra libertà a esercitarlo.

Come giudica i violenti scontri avvenuti nel centro di Barcellona e in altre località catalane in risposta alla sentenza? Potrebbero seriamente danneggiare l’immagine della vostra crociata indipendentista, facendola apparire come un movimento composto, seppur parzialmente, da violenti facinorosi…

Da parte nostra condanniamo qualsiasi forma di violenza. Noi sosteniamo e appoggiamo la cittadinanza catalana che scende pacificamente per strada per proteggere dei diritti fondamentali. Le violenze a cui tutti abbiamo assistito ci fanno male, ma non credo che possano infangare l’immagine del movimento indipendentista catalano che è sempre stato pacifico. Tutta l’Europa è cosciente di questo aspetto, eccetto Madrid che, dal canto suo, ha sempre cercato di collegarci con delle false testimonianze di violenza e terrorismo, cosa che è stata esclusa dalla stessa sentenza del Tribunale Supremo. Abbiamo sempre difeso il dialogo perché crediamo fermamente che nessuna ideologia giustifichi il ricorso alla violenza. Questo tipo di condotta, oltretutto, è l’unica che può permetterci di conseguire il nostro obiettivo, ovvero l’indipendenza della Catalogna. La strada intrapresa dalla stragrande maggioranza degli indipendentisti catalani è quella che ci permette di continuare a credere ed avanzare nella nostra lotta. Disponiamo soltanto di queste risorse, facendo cioè ricorso alla disobbedienza civile per costringere lo Stato a dialogare e negoziare perché i conflitti politici si risolvono in questo modo. Non soltanto in Catalogna, ma in qualsiasi democrazia in giro per il mondo.

Se la disobbedienza civile non dovesse servire per ottenere l’indipendenza, Òmnium Cultural continuerà a oltranza a percorrere questa strada come unica forma legittima di protesta?

Non abbiamo alternative alla disobbedienza civile. Ribadiamo la richiesta al Governo spagnolo di sedersi per negoziare una via d’uscita per la Catalogna. Non parliamo di un problema nato ora o qualche anno fa, ma piuttosto di una problematica che affonda le sue radici nella storia, nel rapporto della Catalogna con la Spagna. Una relazione resa sempre difficile, al limite dell’impossibile, per la costante volontà dello Stato spagnolo di reprimere e porre fine a questo soggetto politico rappresentato dalla Catalogna, non riconoscendo i diritti culturali, linguistici, sociali, politici ed economici del territorio catalano che ha una società plurale e molto diversificata al suo interno. La Spagna è un Paese che ha sofferto a lungo a causa del terrorismo di Stato, soprattutto nei Paesi baschi, e ci è sempre stato detto che in assenza di dialogo con i terroristi non si poteva trovare alcuna soluzione, ma oggi abbiamo visto che questo è falso, perché ora, in assenza di violenza, non siamo liberi di affrontare determinate questioni in Parlamento. Vogliono punire il semplice fatto di parlare del diritto all’autodeterminazione tra i banchi parlamentari, come dimostra la condanna per sedizione comminata a Carme Forcadell, ex Presidente del Parlamento catalano. La ricetta referendaria è stata utilizzata in Paesi con una lunga tradizione democratica come il Canada, per quanto riguarda il Quebec, e il Regno Unito, relativamente alla Scozia e alla Brexit. Perché non può essere utilizzata come modalità per risolvere il caso catalano? Si tratta dell’unico modo per risolvere conflitti politicamente complessi.

Tralasciando il conflitto in corso sull’asse Barcellona-Madrid, gli ultimi mesi hanno però dimostrato che il fronte indipendentista non agisce in modo unito e compatto, soprattutto in termini di alleanze e posizioni comuni in occasione delle ultime elezioni spagnole…

Il movimento indipendentista catalano è politicamente diversificato e plurale, non esiste un’unità elettorale, ma questo non significa che non possano essere esplorate alleanze strategiche, cosa che chiediamo all’intera classe politica catalana. Mai come ora, in questo momento storico, c’è bisogno di unità di intenti sia in Catalogna che a Madrid per trovare una soluzione. È chiaro che l’indipendenza catalana è un movimento molto plurale, al cui interno convergono partiti della sinistra radicale e anti capitalista e partiti della destra conservatrice. Bisogna quindi trovare quegli elementi che sono di comune accordo ed interesse per poi aprire un processo di negoziati con lo Stato spagnolo in modo che i catalani possano decidere liberamente del loro futuro.

Come valuta la posizione del Governo spagnolo che, dal canto suo, ha sempre ribadito che non permetterà mai la celebrazione di un referendum indipendentista in Catalogna?

Dopo i disastri dell’esecutivo presieduto da Mariano Rajoy, ci tocca denunciare l’assoluta mancanza di coraggio politico dimostrata da Pedro Sánchez, che ha palesato di non essere in grado di dialogare non soltanto con la Catalogna, ma anche con la stessa sinistra spagnola per formare un Governo, portando il Paese a una situazione di totale instabilità. Si parla tanto di Catalogna, ma in Spagna verranno celebrate quattro elezioni in quattro anni ed è evidente che questo ha molto a che vedere col conflitto catalano. Fino a che non ci sarà normalità democratica da queste parti, è molto difficile che ci sia normalità democratica nel resto del Paese. Ci dispiace molto che il Governo spagnolo abbia deciso di non scommettere sul dialogo, puntando piuttosto a fare marketing elettorale in un momento così delicato come quello che stiamo vivendo. La repressione non risolve un conflitto puramente politico. Chiediamo un tavolo di negoziati perché si tratta dell’unica via d’uscita possibile, vogliamo che lo Stato spagnolo si sieda a negoziare perché solo attraverso il dialogo troveremo una soluzione. 

L’ultimo sondaggio del Centro di Studio di Opinioni (Ceo) evidenzia che il 44% dei catalani vuole l’indipendenza, rispetto al restante 48% a favore dell’unità nazionale. Si ricomporrà mai questa frattura sociale?

La società civile catalana è divisa in due per quanto concerne la questione dell’indipendenza, ma d’altra parte bisogna sottolineare che il 70-80% della popolazione crede che sia necessario votare un referendum per definire, una volta per tutte, il nostro futuro. Da non dimenticare inoltre che i sondaggi indicano come l’80% dei catalani sia contrario alla Monarchia in Catalogna, un dato estremamente rilevante, in aggiunta al 90% che ritiene che la Costituzione non sia più utile. C’è un grande consenso su molti punti in realtà, mentre la società spagnola è divisa e questo è preoccupante perché ci troviamo sospesi tra una destra sempre più estremista e intollerante e una sinistra incapace di fornire adeguate soluzioni politiche. In Catalogna c’è la stessa tensione sociale vissuta in altri Paesi come, ad esempio, la Francia, dove però nessuno dice che il Paese si stia rompendo.

In cosa si distingue il conflitto catalano dagli altri conflitti territoriali europei?

“La sentenza ha evidenziato chiaramente quale sia il nocciolo della questione, lasciando totalmente inevase alcune questioni decisive che altrove, in Europa, sono state risolte da tempo. I giudici spagnoli non hanno ad esempio chiarito se la Catalogna sia o meno un soggetto politico e se abbia o meno diritto all’autodeterminazione, argomenti che dovrebbero essere stati discussi in Parlamento da molti anni, evitando che la questione catalana diventasse materia di tribunali. La situazione catalana ha anche permesso la crescita dell’estrema destra di VOX, come dimostrano i risultati elettorali. Non è una coincidenza che a VOX sia stato permesso di esercitare il ruolo di accusa popolare nel processo contro i leader indipendentisti. Questo non sarebbe mai avvenuto nel resto d’Europa, mentre in Spagna all’estrema destra viene addirittura consentito di formare Governi regionali a Madrid e in Andalusia”.

Davanti all’intransigenza mostrata dalle autorità centrali, non crede che la vostra gente, il settore indipendentista, possa alla lunga stancarsi e arrendersi progressivamente?

La Catalogna è un Paese dove c’è sempre stata molta coesione sociale, dove non si parla di bandiere o di origini. La mia famiglia viene dall’Andalusia, la famiglia di Jordi Cuixart è originaria di Murcia, nelle nostre case parliamo indistintamente spagnolo e catalano. Noi lottiamo per difendere diritti umani e sociali, ovviamente anche quelli culturali propri della Catalogna, non ci sentiamo dei partitari del nazionalismo, che non rappresenta questo movimento politico. Siamo perfettamente coscienti che le persone preferirebbero andare al lavoro e continuare a fare la loro vita, ma alla fine scelgono di scendere in strada per protestare e difendere i loro diritti fondamentali. Di questo siamo orgogliosi come popolo. Quello di cui la gente è stanca è la costante repressione e violazione dei nostri diritti fondamentali.

@MarioMagaro

Questo articolo è pubblicato anche sul numero di novembre/dicembre di eastwest.

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