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Israele, cosa è cambiato dalle ultime elezioni

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Israele: dopo le terze elezioni in un anno, il Governo ha trovato un accordo. Il piano di Trump per il Medioriente non ha influito molto sugli equilibri elettorali

Israele, terze elezioni in un anno

Il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump e il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu durante la conferenza stampa sulla proposta del piano di pace in Medio Oriente alla Casa Bianca, a Washington, Stati Uniti, 28 gennaio 2020. REUTERS/Joshua Roberts

Questo articolo è stato pubblicato sul numero di marzo/aprile di eastwest. Per gli ultimi aggiornamenti sulla politica israeliana vai a questo link.

Manca poco alle terze elezioni israeliane di seguito in 11 mesi, e tutto sembra essere fermo al passato. Dopo le due consultazioni del 17 settembre e del 9 aprile scorso che si sono concluse con un nulla di fatto, la speranza è che queste nuove elezioni possano finalmente consentire la formazione di un Governo che sia in grado di governare il Paese. Nulla però appare scontato e le posizioni e i numeri sembrano riflettere lo stallo che ha impedito al Paese di avere un Governo e un premier legittimamente eletti e in carica. Le due principali formazioni politiche, il Likud dell’attuale premier Benjamin Netanyahu e il Blu e Bianco di Benny Gantz ancora una volta, secondo gli ultimi sondaggi, sono molto vicine, non riuscendo a raggiungere la maggioranza dei 61 seggi della Knesset, il Parlamento locale.

Il Likud si assesterebbe a 33 seggi mentre i Blu e Bianco di Benny Gantz a 35. Pur sommando gli altri partiti per la formazione di coalizioni, nessuno riuscirebbe a conquistare la maggioranza. Anche questa volta, quindi, nessuno sarà in grado di governare da solo e i due schieramenti dovranno sperare nell’aiuto del solito Avigdor Lieberman e del suo partito Yisrael Beiteinu, rappresentante dell’area russofona, che avendo rinunciato a prendere parte a qualunque governo, è stato una delle cause principali del ricorso a tutte queste elezioni. Ma su tutto pesa anche l’incriminazione di Netanyahu che oramai è diventata una realtà giudiziaria e il premier potrebbe presto entrare in tribunale. Non solo: presidente di Israele e procura generale potrebbero decidere che, stante l’incriminazione (prima volta nel paese) Bibi potrebbe non essere eleggibile o incaricabile per un nuovo mandato da premier.

Il piano del secolo per il Medioriente presentato da Donald Trump a fine gennaio, non ha spostato gli equilibri elettorali e politici israeliani più di tanto. Sia Netanyahu che Gantz hanno annunciato che procederanno a tappe forzate per realizzarlo, compresa la controversa annessione della valle del Giordano, messa solo in attesa fino a dopo le elezioni dopo una accelerata all’indomani della pubblicazione del piano. Anzi, chi ha perso da questo piano è sicuramente Gantz che, infatti, ha annunciato che nessun accordo potrà essere attuato tra il suo partito e la coalizione dei partiti arabi, proprio alla luce del piano americano. Quella che durante i tentativi della formazione del governo dopo le elezioni di settembre, con un appoggio anche esterno a Gantz da parte della Joint List degli arabi, sembrava essere una opzione più che praticabile, è ora stata esclusa. Dall’alto canto, Netanyahu deve fare i conti con il malcontento dei coloni che nel piano americano vedono un ridimensionamento delle loro aspettative di espansione ai danni dei palestinesi.

In ogni caso il piano di Trump è riuscito in Palestina a far riavvicinare, almeno a parole, Fatah e Hamas per fare fronte comune contro Usa e Israele, ed è anche riuscito a stimolare l’elettorato arabo che, stando alle previsioni, dovrebbe andare in massa a votare. Alle scorse elezioni i voti arabi sono stati il 10% in più delle precedenti elezioni, arrivando al 59% della comunità. Per il 2 marzo, sono molti a puntare su un aumento, anche pronosticando i livelli del 1999, quando votò il 78,7% di arabi. A settembre, invece il voto degli ebrei è sceso al 72% e potrebbe quindi esserci un sorpasso in termini di voti percentuali nelle comunità.

Stando ai sondaggi, gli arabi dovrebbero riuscire ad avere da 13 a 16 seggi, in lieve aumento rispetto alla scorsa volta, mentre il partito di sinistra Labor Gesher Meretz si dovrebbe attestare a 10 seggi. Sette infine i seggi che acquisterebbero i partiti ultra ortodossi United Torah Judaism e Shas, troppo pochi per consentire a Netanyahu di avere la maggioranza e governare in caso di alleanza con loro.

A causa di questa incertezza imperante, si cerca di portare dalla propria parte comunità, gruppi, associazioni, minoranze. Il Blu e Bianco sta cercando di fare leva sulla parte più progressista del paese, in primo luogo sulla comunità omosessuale, sulla minoranza dei drusi e sugli immigrati dall’Etiopia e dall’ex Unione sovietica. Il Likud sta invece cercando di portare dalla sua parte i piccoli commercianti e gli autisti di taxi. Netanyahu inoltre è riuscito a portare dalla sua parte anche un ex parlamentare Blu e Bianco, Gadi Yevarkan, di origine etiope, e spera attraverso di lui di portare via un po’ di voti a Gantz. Quest’ultimo, per cercare di arginare il problema, si sta affidando in queste ore invece a Pnina Tamato Shata, altra parlamentare di origine etiope che, per tentare di frenare la fuga di altri etiopi israeliani verso Netanyahu, sta incontrando la comunità etiope in Israele promettendo battaglie contro la discriminazione e diversi benefits in caso di vittoria. Altro tema assai sensibile su cui si sta improntando la campagna elettorale è la riforma del sistema sanitario. I sondaggi hanno infatti evidenziato come occuparsi delle complicate condizioni del sistema sanitario israeliano è considerato un punto chiave per gli elettori. Venendo però agli uomini e non ai partiti, i recenti sondaggi hanno evidenziato come gran parte della popolazione continui a dare fiducia a Netanyahu. Il 44% delle persone interpellate hanno detto di preferire l’attuale premier, grazie ad una economia che continua a volare e una percezione alta di sicurezza. Il 32% preferirebbe invece Gantz, il 16% non ha preferenze e l’8% non sa rispondere.

In questo clima di rinnovata incertezza, una cosa è certa: Israele ha bisogno di un Governo legittimo, forte di un consenso elettorale. Il presidente Rivlin difficilmente lascerà piombare il Paese in un altro baratro elettorale. Ci ha provato già a settembre, ma stavolta è in discussione la credibilità dell’intero sistema politico israeliano.

Ma se Atene piange, Sparta non ride. Il piano di Trump ha spostato gli equilibri in Palestina, dove si cerca una squadra dopo la promessa di elezioni che non si tengono nel paese dal 2005, per il presidente, e dal 2006, per il Parlamento. L’uccisione da parte degli americani del generale iraniano Soleimani, ha in qualche modo riunito Fatah e Hamas. I secondi, infatti, da sempre sono legati al regime degli Ayatollah dai quali vengono finanziati. La cosa ovviamente, ha sempre complicato i rapporti già tesi con Israele, che già prima dell’uccisione del capo delle Guardie della Rivoluzione e ancora oggi, insiste con raid in Siria contro basi iraniane. Anche perché se è vero che geograficamente i confini tra Israele e Iran sono lontani, non lo sono politicamente.

A parte il confine con Giordania ed Egitto e il mare, Israele è circondato da Iran: a nord con gli Hezbollah libanesi, a est con la Siria nel Golan, a sud con Gaza. L’uccisione del generale, che ha fatto seguito a Gaza a quella del leader della Jihad Islamica Palestinese, è stata ovviamente salutata come una vittoria da Israele. Hamas ha perso invece un punto di riferimento, anche se è continuato l’afflusso di aiuti da Teheran. Per la prima volta da molto tempo, Hamas e Fatah si sono parlati nel nome dell’opposizione al comune nemico americano e al suo piano che, come ha detto Abu Mazen al consiglio di sicurezza ONU, rende la Palestina uno “stato gruviera”. Il Presidente palestinese ha anche annunciato una visita a Gaza.

Se davvero la Palestina dovesse andare alle prime elezioni in 14 anni, che ne sarà di Abu Mazen? Fatah continua a dire che sarà lui il candidato presidente. Hamas, per sparigliare le carte, ha annunciato che potrebbe appoggiare quel Marwan Barghouti, in carcere da tanti anni, antagonista storico di Abu Mazen. Fioccano anche le indiscrezioni sul reale stato di salute dell’ottuagenario presidente palestinese che non starebbe benissimo.

Mentre però il medico cerca la cura, il malato muore. Secondo i dati della Banca mondiale, il Pil pro-capite nominale palestinese nel 2018 è stato di 2951 dollari (circa 3000 dollari in Cisgiordania e 1300 dollari a Gaza). Altissima resta la disoccupazione, specie a Gaza. Attualmente un quarto dei palestinesi vive con meno di 5,50 dollari al giorno. E tutto questo, è destinato a pesare sulle scelte economiche e politiche dell’area, costringendo a scelte che puntino più sull’economia e lo stato di necessità che sulle battaglie dei diritti. Ed è su questo che, segretamente, puntano Israele, Usa e i sostenitori del piano di Trump, soprattutto i Paesi del Golfo, per l’approvazione dello stesso.

@nellocats

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