L'alleanza impossibile

I due alleati di Governo, Lega e M5S, si preparano al duello elettorale, ma senza farsi troppo male...

Matteo Salvini stringe la mano al Ministro dell’Interno polacco Joachim Brudzinski durante la sua visita a Varsavia. Dal palco di Piazza del Popolo a Roma, Salvini ha lanciato la sua campagna chiedendo il mandato di negoziare con l’Europa. Agencja Gazeta/Slawomir Kaminski via REUTERS/Contrasto
Matteo Salvini stringe la mano al Ministro dell’Interno polacco Joachim Brudzinski durante la sua visita a Varsavia. Dal palco di Piazza del Popolo a Roma, Salvini ha lanciato la sua campagna chiedendo il mandato di negoziare con l’Europa. Agencja Gazeta/Slawomir Kaminski via REUTERS/Contrasto

Il quadro che emerge dai primi mesi di Governo gialloverde è quello di una grande anomalia mai apparsa naturale e mai spacciata per tale, come dimostra il ricorso a un termine dal sapore privatistico quale “contratto” per indicare un accordo di coalizione. Proprio perché fondata su termini contrattuali, questa grande anomalia si è nutrita inizialmente dell’illusione che potesse durare un’intera legislatura, nonostante l’evidente scontro tra gli interessi dei due elettorati di riferimento.

Pur senza un’esplicita clausola rebus sic stantibus − cioè che i patti sono patti finché nuovi fatti non previsti inizialmente autorizzino la loro modifica − la crescita nei sondaggi della Lega ai danni dell’altro alleato ha iniziato a far percepire il contratto come superato e l’esecutivo come perennemente in bilico.

Da qui l’urgenza di andare a vedere, come in una mano di poker, le carte dell’avversario, di contarsi i voti e quindi l’effettiva forza degli azionisti di Governo, per poi agire di conseguenza. È questo il paradosso politico delle elezioni europee di maggio per Lega e Movimento 5 Stelle (M5S): farsi campagna contro senza farsi troppo male, ma soprattutto senza far cadere il Governo prima del tempo.

Proprio per evitare di esacerbare le spaccature esistenti nella maggioranza, i due partiti sembrano puntare su temi diversi ma non divisivi, in una dimensione spaziale più ampia per non trattare questioni interne. In netta controtendenza rispetto alle precedenti due tornate di europee, quando sia Matteo Renzi che il quarto Governo Berlusconi chiesero una conferma elettorale del proprio insediamento.

Diventano dunque temi di campagna politica il viaggio di Matteo Salvini a Varsavia per cercare un’intesa con la destra polacca, come la costruzione di improbabili coalizioni pre-elettorali da parte di Luigi Di Maio. In una campagna più europea i colpi reciproci ci sono, ma sono tutti sopra la cinta, legittimi e non aspri come quelli che erano abituati a scambiarsi M5S e Lega prima del 4 marzo 2018.

Dal palco di Piazza del Popolo a Roma, Salvini ha lanciato la sua campagna chiedendo il mandato di negoziare con l’Europa. Anche se pronunciate nel vivo della trattativa con Bruxelles sulla manovra, le sue parole si riferivano a un mandato generale per cambiare l’assetto istituzionale europeo, sulla scia di chi, come Orbán, si dichiara non contro l’Europa ma contro “questa” Europa.

Insignito del titolo di personaggio da tenere d’occhio nel 2019 dall’influente media bruxellese Politico, Salvini ha detto di voler salvare il sogno europeo. È in parte una riformulazione della linea leghista, in precedenza influenzata da una schiera di storici no-euro come Claudio Borghi e Alberto Bagnai − oggi anche Presidenti di due delicate commissioni parlamentari − imbarcati quando Salvini aveva cercato di allargare la base e “nazionalizzare” la Lega.

Mentre Salvini si riscopre “europeista”, la campagna del M5S è invece un ritorno alle origini, sfruttando l’opportunità di poter giocare, almeno in Europa, a fare l’opposizione. La campagna è partita formalmente con un’improvvisata di Di Maio e Di Battista a Strasburgo a bordo di un minivan guidato dal vicepremier per chiedere l’abolizione della doppia sede del Parlamento Europeo.

L’operazione Strasburgo è stata un monumento alla disintermediazione politica, con quel senso di avventura e di assalto ai palazzi del potere, il tutto documentato quasi esclusivamente via social media con conseguente marginalizzazione dei giornalisti (e dunque eliminazione del contraddittorio).

L’idea per le europee è quella di esportare la logica del contratto di Governo su vasta scala, spingendo su un manifesto che costituirà la base del futuro gruppo parlamentare a guida pentastellata. Può farne parte cioè chi aderisce a principi quali promozione della democrazia diretta e lotta agli sprechi, indipendentemente dalla connotazione politica di appartenenza.

L’assalto in minivan di Strasburgo è anche stato il primo colpo grillino all’alleato di Governo, seppur indiretto. È davanti al Parlamento europeo che Di Maio ha accusato la Lega di voler confluire in un gruppo di forze politiche che stanno negando la redistribuzione dei migranti in tutta Europa e che hanno sostenuto l’austerity.

Se non si può attaccare direttamente l’alleato, si attaccano i suoi alleati, il che rende centrale il nodo alleanze in queste elezioni. Al momento i grillini hanno terra bruciata attorno in Europa anche e soprattutto per i rapporti con la Lega. I verdi europei hanno recentemente affermato che sono stati in contatto con la truppa pentastellata, ma hanno smesso di parlarle non appena andati al Governo con Salvini. Anche per i liberali dell’ALDE, vicini a un accordo con Casaleggio a metà dell’attuale legislatura, hanno detto che un accordo con il M5S non è più un terreno battuto.

Esaurite le strade che portano alle famiglie politiche tradizionali e costretti, causa Brexit, a lasciare il matrimonio di convenienza con l’UKIP di Nigel Farage, sono ora alla ricerca di vere anime gemelle, che forse neanche esistono. In più la strategia di provare a formare un gruppo parlamentare prima delle elezioni, oltre che inusuale, può rivelarsi infruttuosa se non dannosa.

Al momento sono riusciti ad avvicinare solo partiti marginali come i polacchi di Kukiz’15, i populisti croati di Zivi Zid e i finlandesi di Liike Nyt. Questi ultimi hanno un solo seggio al Parlamento finlandese e quasi nessuna possibilità di prendere uno dei 14 che spettano al Paese nordico a Strasburgo. Le poche adesioni di scarso rilievo, da una parte rischiano di vanificare l’operazione, dall’altra sono uno smacco all’ambizione del gruppo.

La Lega d’altro canto è chiamata a una mission impossible: creare un nuovo polo della destra europea unendo l’internazionale sovranista di Marine Le Pen e in conservatori dell’ECR, oggi dominati dai polacchi del PiS di Kaczyński, che Salvini ha incontrato a gennaio a Varsavia. Qualora non riuscisse nell’avvicinare due famiglie distantissime su temi quali il ruolo della Russia in Europa, Salvini potrebbe mirare a sostituire i tories britannici nel gruppo dei conservatori europei.

Al di là delle divisioni, un tema che unisce i due alleati così diversi è l’utilizzo a scopo politico di un diffuso sentimento antifrancese. Più che evidenziare interessi confliggenti in campo economico (come nei casi Vivendi e Fincantieri-Stx) e politico (la questione libica su tutte), gli esponenti di Lega e M5S sembrano quasi voler cavalcare aspetti più folcloristici della rivalità radicati nella coscienza collettiva.

Se quelli di Salvini restano semplici strali contro il Presidente francese Macron, la linea offensiva antifrancese del M5S sembra più ricercata: dal supporto ai gilet gialli alle accuse di colonialismo francese in Africa fino a quelle di voltare le spalle all’Europa sui migranti. Le risposte francesi, dal «non faremo a gara di stupidità con l’Italia» del Ministro Ue Loiseau fino a quelle di Macron secondo cui il popolo italiano merita leader all’altezza della sua storia, non fanno che alimentare il fuoco della campagna politica.

Ma non è sempre stato così. Anche se oggi sembrano distanti anni luce, En Marche e il M5S si sono in passato cercati. Lo scorso marzo era circolata l’ipotesi di un contatto, poi smentita, mentre ad aprile la delegazione 5 Stelle al Parlamento Europeo aveva apprezzato le parole in plenaria di Macron, dichiarandosi disponibili a collaborare con lui. A far naufragare tutto, ancora una volta la Lega. «Non parliamo con chi governa con gli amici di Le Pen», era stata la risposta giunta d’Oltralpe dopo il giuramento del Governo gialloverde.

@gerardofortuna

Questo articolo è pubblicato anche sul numero di marzo/aprile di eastwest.

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