Gibilterra, la rocca della discordia

Per risolvere la plurisecolare contesa tra Spagna e Regno Unito è stato deciso l'intervento dell'Ue. E Madrid ha vinto: un altro effetto di Brexit negativo per i sudditi di Elisabetta

La roccia del territorio oltremare britannico di Gibilterra, storicamente rivendicata dalla Spagna, è vista dalla città spagnola di La Linea de la Concepcion, nel sud della Spagna, 24 novembre 2018. REUTERS/Jon Nazca
La roccia del territorio oltremare britannico di Gibilterra, storicamente rivendicata dalla Spagna, è vista dalla città spagnola di La Linea de la Concepcion, nel sud della Spagna, 24 novembre 2018. REUTERS/Jon Nazca

Barcellona - Le convulse trattative intavolate a novembre dello scorso anno sull’asse Londra-Bruxelles, in vista della ratifica dell’accordo raggiunto tra le parti in merito all’entrata in vigore della Brexit, hanno avuto la colonia britannica di Gibilterra tra gli indiscussi protagonisti, atavico pomo della discordia nelle relazioni bilaterali tra la Spagna e il Regno Unito.

«Con la Brexit perdiamo tutti, ma per quanto riguarda Gibilterra vince la Spagna. Siamo in una posizione di forza mai avuta in precedenza con il Regno Unito. A partire da adesso potremo quindi parlare di tutto, compresa la questione della sovranità, per risolvere un conflitto che esiste da 300 anni», dichiarava il premier spagnolo Sánchez a margine dell’intesa sottoscritta con Londra e il Consiglio Europeo sul futuro di Gibilterra.

La Spagna aveva infatti minacciato di opporsi all’accordo sulla Brexit qualora quest’ultimo, nell’ambito di successivi negoziati tra Ue e Regno Unito, non avesse riconosciuto a Madrid un diritto di veto su questioni riguardanti Gibilterra. L’intransigenza spagnola è stata alla fine premiata, ottenendo che la futura relazione dell’Europa con Gibilterra viaggiasse su un binario parallelo rispetto a quello con Londra. Sono stati inoltre sottoscritti 4 memorandum relativi a diverse tematiche, tra cui l’ambiente e i diritti dei lavoratori frontalieri che quotidianamente arrivano nella colonia britannica.

Un accordo inizialmente limitato ai 21 mesi del periodo di transizione della Brexit, fino alla fine del 2020, che ha dovuto però fare i conti con la bocciatura inferta dal Parlamento britannico all’intesa raggiunta dall’esecutivo di Theresa May con i 27 Stati membri dell’Ue in merito alle condizioni dell’uscita di Londra dall’Europa.

Prescindendo dall’incertezza riguardo alla futura relazione tra Ue e Regno Unito, che condizionerà l’effettiva portata degli accordi sottoscritti da quest’ultimo con la Spagna, la Brexit ha prepotentemente riproposto la questione Gibilterra agli occhi dell’Europa. Un territorio di soli 6,7 km quadrati, strategicamente situato all’imboccatura dell’omonimo stretto, convertitosi nella principale spina nel fianco dell’orgoglio patrio spagnolo da quando, nel 1713, fu ceduto alla Corona inglese per effetto del trattato di Utrecht, che sancì la fine della guerra di successione spagnola.

Madrid non si è mai rassegnata alla perdita della sovranità su Gibilterra, facendo oltretutto leva su alcune risoluzioni Onu che riconoscono il diritto all’integrità territoriale della Spagna e invitano il Regno Unito a porre fine allo status coloniale del “Peñon”. Il Governo britannico, dal canto suo, fa appello al diritto di autodeterminazione di Gibilterra, certificato, secondo la tesi sostenuta da Londra, dal risultato del referendum tenutosi nel 1967, che vide la popolazione locale esprimersi col 99,64% delle preferenze in favore della sovranità britannica.

Nel 2002 il Governo di Gibilterra ha poi indetto un ulteriore referendum avente a oggetto una possibile sovranità compartita tra Spagna e Regno Unito, ipotesi scartata dai circa 30mila abitanti della colonia che hanno nuovamente ribadito, col 98,48% dei voti, la propria esclusiva fedeltà alla Corona inglese.

La disputa territoriale tra Londra e Madrid ha vissuto il periodo di maggior tensione durante il regime franchista, che nel 1969 dispose la chiusura della frontiera, poi riaperta nel 1982. Negli ultimi anni però, il tenore esclusivamente nazionalista della contesa ha lasciato spazio, piuttosto, alle problematiche legate al dislivello economico che separa la colonia britannica dalla confinante provincia di Campo de Gibraltar.

Gibilterra non fa parte del Regno Unito, non essendo quindi membro a pieno titolo dell’Ue. Il legame con Londra ha però garantito l'accesso al mercato interno, senza integrarsi nell'unione doganale e rimanendo fuori dal campo di applicazione dell'Iva. Una condizione eccezionale di cui le autorità del piccolo territorio hanno approfittato per sviluppare un modello economico basato sul dumping fiscale, che ha permesso a Gibilterra di accumulare un Pil pro capite tra i più alti al mondo, circa 100 mila dollari nell’ultimo esercizio fiscale, con un tasso di crescita del 6% nel corso dell’ultimo anno. Numeri che attestano una condizione di benessere di tenore opposto rispetto all’altro lato della frontiera, dove La Linea de la Concepción, il municipio spagnolo situato a ridosso del confine, fa registrare da oltre 10 anni un tasso di disoccupazione superiore al 30%, ai primi posti del relativo ranking europeo.

Le preoccupazioni spagnole si concentrano soprattutto sul contrabbando di tabacco, stimolato dal basso costo del prodotto a Gibilterra. Oltre il 30% del tabacco contrabbandato in Spagna proviene dalla colonia britannica, dove un pacchetto di sigarette costa in media due euro, ma le autorità locali sostengono che la massiccia importazione di sigarette -  nel 2017 ne sono stati importati 72 milioni di pacchetti che hanno fruttato 180 milioni di euro - serve a soddisfare la domanda dei circa 10 milioni di turisti che annualmente visitano il “Peñon”. Uno dei memorandum sottoscritti da Londra e Madrid prevede che la differenza media del prezzo dei prodotti di tabacco venduti a Gibilterra, dopo l’entrata in vigore della Brexit, non supererà del 32% il costo dei prodotti equivalenti stabilito dalla Spagna.

In aggiunta alla questione del tabacco, la Spagna vorrebbe vedere limitate le transazioni finanziarie che fanno di Gibilterra un’oasi mondiale dell’offshore, invitando costantemente il Governo locale a una maggiore trasparenza relativa allo scambio di informazioni di natura fiscale. Quello finanziario si è convertito in uno dei pilastri dell’economia di Gibilterra insieme al settore del gioco d’azzardo, con decine di operatori di scommesse online che hanno optato di registrarsi nella colonia britannica, attratti dalle permissive leggi locali in tema di concessione delle apposite licenze.

«Se sei spagnolo o di altra nazionalità europea e risiedi o lavori a Gibilterra, avrai tutti i diritti garantiti in futuro, che il Regno Unito lo decida o meno», affermava il Primo Ministro di Gibilterra, Fabian Picardo, nei mesi successivi al referendum sulla Brexit. Nonostante la volontà di rimanere sotto la sovranità britannica, il 96% degli abitanti della colonia ha votato in favore del remain in Europa, risultando una delle circoscrizioni più europeiste del Regno Unito. Scelta motivata in primis dallo spauracchio di lunghi controlli al confine con la Spagna, una volta sancita l’uscita di Londra dall’Ue, che renderebbero impossibile l’apporto dei circa 12mila lavoratori frontalieri di origine spagnola all’economia locale, impiegati principalmente nel settore turistico.

«Per noi sarebbe più sicuro rimanere in Europa, ma se il Regno Unito ha deciso diversamente ci tocca garantire la protezione di Gibilterra nel contesto della Brexit», ha sottolineato lo stesso Picardo. I recenti memorandum d’intesa sottoscritti da Madrid con l’esecutivo britannico hanno stabilito che “non verranno discriminati” i cittadini spagnoli che lavorano a Gibilterra, così come gli abitanti della colonia britannica con interessi in Spagna. Una formula generica per calmare le acque in attesa che Londra definisca la propria relazione con l’Europa.

Quello in corso risulta essere un anno decisivo per Gibilterra anche sul fronte interno, con la celebrazione di nuove elezioni che definiranno la composizione del Parlamento locale. I sondaggi pronosticano una vittoria dell’alleanza tra laburisti e liberali, già affermatasi nel 2011 e nel 2015, ma il premier Picardo, uomo di punta del partito laburista, ha affermato che i comizi elettorali, che dovrebbero tenersi a novembre del 2019, non saranno convocati fino a che il Regno Unito non sarà ufficialmente uscito dall'Ue, sottolineando come un’eventuale elezione anticipata sarebbe una decisione irresponsabile, nonostante il vantaggio attribuito dai sondaggi al suo partito.

@MarioMagaro

Questo articolo è pubblicato anche sul numero di marzo/aprile di eastwest.

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