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Il coraggio di Christine

Grinta e coraggio sono le doti del nuovo Presidente della Bce, che sulle orme di Mario Draghi contrasterà la fragilità dell'economia europea e mondiale

Christine Lagarde e Mario Draghi insieme a una conferenza al Ministero dell’Economia a Parigi. REUTERS/Charles Platiau
Christine Lagarde e Mario Draghi insieme a una conferenza al Ministero dell’Economia a Parigi. REUTERS/Charles Platiau

Nella finanza il coraggio è donna, di questi tempi, e ha il volto di Christine Lagarde. Ci vuole fegato a sostituire Mario Draghi al vertice della Banca centrale europea. Non solo perché guidare l’istituzione di Francoforte in una fase di guerre commerciali, di Brexit minacciosa, di rallentamento dell’economia e di scarse munizioni in arsenale sia un’impresa da far tremare le vene ai polsi. Anche perché, forse soprattutto, raccogliere l’eredità del banchiere centrale italiano è una sfida che può dare le vertigini: la presidenza Draghi è stata così autorevole, così determinata e così importante per la salvezza dell’area euro, ma anche controversa, che chiunque ne sia il successore deve necessariamente temere il confronto, la frase “Però quando c’era SuperMario…”. Pur non avendo esperienza di central banking, Lagarde ha raccolto la sfida: saranno oneri e forse saranno onori. Per ora, chapeau.

Draghi ha preparato il terreno della successione nelle ultime riunioni del Consiglio dei Governatori che ha presieduto, cioè nell’organo di 25 membri che decide la politica monetaria. Ha fatto passare la sua linea di stimolo ulteriore all’economia dell’Eurozona, che è in rallentamento deciso: il tasso d’interesse sui depositi che le banche effettuano presso la Bce è passato da negativo per lo 0,4% a negativo per lo 0,5% e l’acquisto di titoli sui mercati (il cosiddetto Quantitative Easing) che era stato sospeso con l’inizio del 2019, ripartirà. Ciò significa che l’ombra del banchiere italiano, delle sue scelte di sostegno all’economia, rimarrà su Francoforte ancora per abbastanza tempo. Rovesciare la politica monetaria estremamente espansiva varata sotto la guida di Draghi sarà infatti difficile nel breve-medio periodo: ogni stretta alla manovra provocherebbe reazioni molto pesanti sui mercati. Anche se tra i Governatori si creasse una maggioranza favorevole ad alzare i tassi d’interesse, sarebbe difficile farlo fino a quando i dati della crescita e dell’inflazione nell’area euro non saranno migliorati.

Questo era l’obiettivo di Draghi e si può immaginare che lo abbia condiviso con Lagarde, la quale ha affermato di volere seguire le sue stesse tracce. In altri termini, il Presidente uscente ha preparato il terreno per un atterraggio il meno accidentato possibile della Presidente entrante: la strada è segnata, almeno per un po’ di tempo. In questo, Draghi ha ribadito, anche negli ultimi giorni della sua presidenza, la straordinaria capacità di mettere nella direzione da lui scelta il Consiglio dei Governatori quando si tratta di decidere la politica monetaria. Abilità politica già dimostrata in tutti e otto gli anni di guida della Bce, in particolare per arginare le critiche del Presidente della Bundesbank Jens Weidmann.

Lagarde ha bisogno di questo ingresso, il meno tumultuoso possibile. Per almeno due ragioni. Per un verso, non ha esperienza di central banking: di formazione è un avvocato; certo, ha guidato il Ministero del Tesoro francese e poi il Fondo monetario internazionale, ma non ha mai dovuto prendere direttamente decisioni che fanno muovere, in certi casi violentemente, i mercati finanziari. Questo significa – e in questo Draghi è stato abilissimo – da un lato sapere interpretare i dati economici e finanziari e dall’altro costruire un’argomentazione forte e coerente nel tempo su dove si intende andare. Serve insomma una chiarezza sui meccanismi dell’economia e della finanza e la capacità di tenere saldo il timone, pena la perdita di credibilità, che è il peggio che possa succedere a una banca centrale. Avere qualche mese senza forti tensioni e opposizioni permetterà a Lagarde di entrare meglio nei meccanismi della Bce: sia per trattare con lo staff di ottimi economisti della banca sia per gestire le importantissime conferenze stampa che seguono le riunioni dei Governatori, il momento chiave nel quale le decisioni di politica monetaria vengono trasmesse ai mercati.

Per un altro verso, probabilmente ancora più significativo, Lagarde deve aspettarsi un’accoglienza di battaglia nella banca centrale. Alla riunione di settembre del Consiglio dei Governatori, nove membri hanno espresso perplessità sulla scelta di abbassare ulteriormente i tassi d’interesse o di fare ripartire il quantitative easing. E sette membri hanno votato contro. I tassi negativi hanno effetti collaterali negativi via via crescenti, come lo stesso Draghi ha ammesso: penalizzano le banche; creano sconcerto tra i risparmiatori che non sanno come impiegare il loro denaro; mettono in difficoltà le compagnie di assicurazione e i fondi pensione che investono in titoli, che però oggi non danno rendimenti, anzi danno ritorni negativi; gonfia i prezzi di Borsa, quindi può creare bolle, e favorisce chi ha azioni, cioè la parte di popolazione più abbiente.

Su questi timori, nel Consiglio della Bce si sta creando un fronte contrario alla linea di Draghi – e presumibilmente di Lagarde, viste le sue dichiarazioni: alcuni ritengono ingiustificato il nuovo stimolo monetario, secondo loro l’economia può cavarsela da sola; e comunque ritengono che l’effetto di tassi sempre più bassi e di acquisto di titoli sui mercati avrà effetti scarsi sull’economia ma effetti collaterali negativi significativi. Non finisce tutto qui, però. Nei Paesi del Nord Europa, si sono levate voci decisamente contrarie all’alleggerimento monetario deciso dalla Bce in settembre. Critiche pubbliche sono venute subito da Weidmann e dal governatore olandese Klaas Knot e da esponenti austriaci e francesi. Poi, la tedesca Sabine Lautenschläger si è dimessa dal Comitato Direttivo della Bce - cioè dall’organismo di sei membri che guida la banca - in reazione alle decisioni prese in settembre. Infine, in ottobre è stata pubblicata una lettera nella quale un gruppo di ex banchieri centrali di Germania, Olanda, Austria e Francia dicono: “Stiamo assistendo con preoccupazione crescente allo svilupparsi della crisi della Bce”; firmato tra gli altri da due ex capo-economisti della Bce, Otmar Issing e Jürgen Stark, e appoggiato dagli ex governatori della Banque de France, Christian Noyer e Jacques de Larosière.

È un’offensiva, non contro Draghi, ma finalizzata a mettere pressione su Lagarde, a farle sapere che la politica dei tassi negativi e di quantitative easing troverà un’opposizione forte dentro e fuori le discussioni della Banca centrale europea. I binari sui quali Draghi ha messo la politica monetaria, difficili da cambiare in tempi brevi, le potranno forse evitare scontri nei primi mesi della sua presidenza.

Tutto questo non è per dire che la ex managing director dell’Fmi è debole. Piuttosto è per affermare che ha accettato una presidenza che si annuncia difficile e probabilmente soggetta a scontri non indifferenti. Oltre al coraggio, Lagarde ha però alcuni punti di forza notevoli. Grandi capacità politiche, che ha saputo mettere in campo nei rapporti interni al Fmi, dove le frizioni tra i rappresentanti dei diversi Paesi si fanno spesso sentire, e in alcune crisi finanziarie serie, in particolare quelle di Argentina e Grecia. Inoltre, ha una grande abilità nel gestire il proprio staff. Infine, ha visione politica e questo le servirà molto: ha già invitato i Governi europei a dare stimoli di bilancio all’economia, perché quelli monetari non bastano. Soprattutto, ha fatto capire di essere favorevole a un budget dell’Eurozona significativo, da nutrire anche con l’emissione di Eurobond. Non è la Bce a poter decidere il lancio di Eurobond: le capacità politiche di Lagarde, le sue straordinarie relazioni con i leader europei, la sua amicizia con Angela Merkel saranno però armi di pressione perché titoli dell’Eurozona vengano messi sui mercati. Anche su questo, però, dovrà affrontare una battaglia, silenziosa ma dura: i Paesi del Nord, guidati dalla Germania, continuano a essere contrari a ogni forma di Eurobond. Vista la discesa in campo degli ex banchieri centrali della Bundesbank, sacerdoti dell’ortodossia tedesca, anche questo sarà uno scontro tra protagonisti formidabili. Serve davvero coraggio.

@danilotaino

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