Orbán decide di truccare la storia ungherese

Intervista allo storico Gábor Egry sui progetti del Governo per modificare e reinventare il passato dell’Ungheria e perfino l’architettura di Budapest

Gábor Egry, direttore dell’Istituto di Studi politici di Budapest, è esperto di nazionalismo ungherese, si è occupato di minoranze e delle politiche governative dedicate alla memoria storica.
Gábor Egry, direttore dell’Istituto di Studi politici di Budapest, è esperto di nazionalismo ungherese, si è occupato di minoranze e delle politiche governative dedicate alla memoria storica.

Lo storico ungherese Gábor Egry è tra i più lucidi osservatori delle manipolazioni operate dalla dirigenza magiara in campo storico. Direttore dell’Istituto di Studi Politici di Budapest, ha studiato per anni le sfaccettature del nazionalismo ungherese, occupandosi prima delle minoranze nei Paesi limitrofi e poi delle politiche governative dedicate alla memoria storica.

Partirei proprio da queste politiche: quali sono stati i provvedimenti concreti varati dal Governo Orbán, al potere dal 2010, per diffondere la propria narrazione della storia nazionale?

Possiamo individuare due fasi distinte. Il secondo mandato di Orbán (2010-2014) è stato caratterizzato dalla produzione di normative funzionali a costituzionalizzare una certa storia, anche tramite la fondazione di istituti di ricerca al servizio di questa politica memoriale, come l’Istituto Veritas (un nome evocativo). L’esempio più eclatante è stato il nuovo Preambolo alla Costituzione approvato dal Parlamento, il cosiddetto “credo nazionale”. Stabilisce che la sovranità nazionale ungherese venne interrotta nel 1944, con l’invasione nazista, e restaurata solo nel 1990, mettendo quindi tra parentesi l’intera esperienza socialista. Altri emendamenti costituzionali hanno decretato che lo stato comunista e le sue istituzioni satelliti siano da considerarsi alla stregua di organizzazioni criminali, così come i loro successori. Coerentemente, è stata allora approvata anche una serie di leggi secondarie che proibiscono di intitolare vie e strade a qualunque personaggio, organizzazione o istituzione legati al periodo comunista. Molte strade sono state rinominate. A partire dal terzo mandato (2014-2018), l’attenzione si è invece maggiormente spostata sull’alterazione del paesaggio urbano, specialmente quello della capitale. Sono state commissionate imponenti ricostruzioni nel centro della capitale ed edificati svariati monumenti. Un’operazione di restyling urbano.  

Due mesi fa è stata rimossa la statua di Imre Nagy, l’eroe della rivoluzione anti-sovietica del 1956, da una delle principali piazze di Budapest.

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Si sta operando una totale riconsiderazione della rivoluzione del ’56. I fatti in breve: Imre Nagy viene eletto segretario Primo Ministro, prova ad attuare delle riforme invise a Mosca e addirittura dichiara l’Ungheria Paese neutrale; poche settimane più tardi, le armate del Patto di Varsavia invadono il Paese, reprimendo la rivolta e re-instaurando una dirigenza filo-sovietica. Nagy viene rapito, recluso e giustiziato due anni più tardi. La riscrittura propagandistica dei fatti dell’autunno ’56 è necessaria al Governo poiché la memoria di quegli eventi è iscritta troppo profondamente nella legittimità del periodo post ’89 per permettere che venga semplicemente rimossa. Fin da subito dopo l’indipendenza è scoppiato un dibattito riguardo al significato di quei 30-40 giorni epocali. Sebbene ci siano interpretazioni diverse, la maggioranza degli storici concorda che, dietro la facciata nazionalista di quell’insurrezione, si celassero istanze sociali. Era un tentativo di inaugurare una sorta di “Terza via”, di carattere comunque socialista. Ma ciò che importa a questo Governo è solo l’aspetto di eroismo nazionale di quella insurrezione: gli ungheresi hanno sempre lottato fieramente per la loro libertà, e lo dimostrarono anche opponendosi ai carri armati sovietici nel 1956. L’idea che i manifestanti volessero qualcosa di diverso, “qualcosa di sinistra”, non può che essere problematica per la classe ora al potere, poiché, secondo la loro visione della nostra storia, la sinistra è sempre stata ai margini della nazione. Essere progressista equivale essere anti-ungherese, sembrano sottintendere. 

Come viene descritto, allora, il periodo socialista (1948-1990) oggi in Ungheria?

Come un’occupazione straniera, sostenuta in parte da quinte colonne autoctone. In termini legali è stato rimosso dalla storia, come dicevamo sopra. Questo significa che anche le sue conseguenze durature devono essere ignorate: il Governo ha carta bianca per modificare a suo piacimento qualunque istituzione, bollandola come un lascito indesiderato del comunismo. In termini prettamente storiografici, istituti e progetti finanziati dallo stato, come il Comitato per la Memoria Nazionale, si dedicano a narrare il periodo comunista come un classico caso di totalitarismo. Da un lato, si sostiene che in quel periodo non esistesse alcuno spazio libero dall’intervento statale. Dall’altro si diffonde l’idea che quel regime fosse solo il prodotto di una minoranza, capace di sfruttare una società inerme dipinta come una mera vittima. Si studiano le istituzioni repressive, la legittimazione della violenza statale, il potere giudiziario e l’apparato di sicurezza, ma manca una riflessione più ampia sulla politica e la società di quella fase storica. A livello simbolico, il comunismo non merita di appartenere alla storia nazionale. La mancanza di questa discussione pubblica è funzionale alle autorità: permette loro di giocare con il passato, adattandolo alle esigenze propagandistiche del momento.

Questa rimozione è evidentemente un modo per screditare i messaggi progressisti e liberali che vengono proposti oggi, specie da Bruxelles, rappresentandoli come intrinsecamente alieni alla “magiarità”. A cosa mira questo tipo di narrazione storica?

Lo scopo finale, a mio avviso, è riscrivere letteralmente una storia della nazione depurata di tutti quegli aspetti che potrebbero contestare l’idea che questo Governo sia l’unico legittimo rappresentante della nazione. La politica memoriale che abbiamo tratteggiato sopra intende ricreare un passato ungherese mai esistito che serva a istituire una continuità tra un momento imprecisato della storia nazionale, situato da qualche parte prima della Seconda Guerra mondiale, e l’attuale regime al potere in Ungheria. Punta inoltre a relativizzare l’importanza del cambio di regime politico nel 1990 per presentare le elezioni del 2010 (l’inizio del dominio incontrastato di Orbán, dopo il mandato incolore 1998-2002) come la vera restaurazione della storia nazionale, il momento in cui gli ungheresi hanno ripreso a marciare fieramente nella loro direzione storica naturale. Ma c’è di più. Il passato posticcio che Fidesz vuole connettere con l’Ungheria odierna è stato un periodo storico in cui la politica ungherese era dominata da messaggi di tipo comunitario, improntati ad un certo nazionalismo organicista ultra-conservatore. Nell’Ungheria interbellica governata con il pugno di ferro dall’ammiraglio Miklós Horthy, i governanti non ambivano solo ad amministrare un sistema di governo, ma implementavano riforme ispirate al pensiero sociale cristiano – e infuse di anti-semitismo. La loro idea fondante era che la nazione fosse un’entità organica: ciascun suo membro ha un ruolo e ha il dovere di lavorare per il bene collettivo della nazione. Mi paiono evidenti le affinità con provvedimenti recenti come la legge schiavitù [che porta a 400 le ore di straordinari che un datore di lavoro può chiedere ad un dipendente, permettendogli inoltre di pagarle a distanza di tre anni, ndr]. Inoltre le autorità del periodo interbellico erano mosse dalla convinzione di incarnare il gruppo sociale destinato a condurre questa nazione, in quanto consapevole delle necessità organizzative e dotato delle competenze innate per attuare radicali riforme sociali. In questo, l’affinità tra il governo attuale e quello al potere nel periodo interbellico non si estrinseca solo tramite affinità ideologiche, ma anche attraverso politiche concrete. Alcuni provvedimenti nel campo delle politiche sociali o educative, così come il corporativismo imperante di oggi, risalgono precisamente a quell’epoca, gli anni ’30. E, se la nazione è organica e indifferenziata al suo interno, la conseguenza logica è una sola: una nazione unita deve avere una storia univoca. Questo Governo la sta creando.

In chiusura, molti giornali israeliani hanno ravvisato tratti antisemiti nella crociata lanciata da Orbán contro il finanziere filantropo Soros, ebreo americano di origine ungherese. Anche questo è un aspetto legato al passato?

L’Olocausto è un problema per l’Ungheria di oggi. La legislazione antisemita venne varata nel nostro Paese ben prima che arrivassero i nazisti, per quanto oggi si tenti di glissare su questo aspetto poco nobile. L’antisemitismo è un’eredità del regime autoritario di Horthy, quel regime che il Governo vuole riabilitare. Per questo motivo si tenta, grottescamente, di presentare l’Olocausto come esclusiva responsabilità dei tedeschi. Un’interpretazione storica interamente revisionista. 

@simo_benazzo

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