L’11 settembre dimenticato

1973: colpo di Stato in Cile. Nanni Moretti paragona le accoglienze di allora e di oggi. E non è mai banale...

Il regista, attore e produttore cinematografico Nanni Moretti sul red carpet dopo la proiezione del film "Mia madre" in concorso al 68° Festival di Cannes, Francia, 16 maggio 2015. REUTERS/Eric Gaillard
Il regista, attore e produttore cinematografico Nanni Moretti sul red carpet dopo la proiezione del film "Mia madre" in concorso al 68° Festival di Cannes, Francia, 16 maggio 2015. REUTERS/Eric Gaillard

E se fossero stati neri?

Ecco la prima domanda che mi è venuta in mente guardando ieri Santiago, Italia, nuovo film documentario di Nanni Moretti in cui il regista racconta il colpo di stato verificatosi in Cile nel ’73, a opera di Pinochet, e che pose fine al governo socialista di Salvador Allende.

Un Moretti per altro in gran forma, ieri al cine Odeon di Catania in una bella serata organizzata dai fratelli Serrano, proprietari dello storico cinema, che si è lasciato fotografare e ha rilasciato battute e autografi per tutti.  

È una bella storia di ideali, di passione, di libertà, quella di Santiago, Italia. E anche di accoglienza. Che racconta il ruolo giocato dall’Ambasciata italiana a Santiago del Cile che, facendo leva sull’immunità territoriale riconosciuta alle rappresentanze diplomatiche, diede ospitalità a centinaia di cileni che scappavano dal regime di terrore imposto dalla giunta militare di Pinochet, prima di inviarli in Italia con un salvacondotto e offrire loro la possibilità di rifarsi una vita.

Ma forse, e da qui la mia domanda iniziale, è la storia anche di un’accoglienza edulcorata dalla percezione della similitudine più che della diversità, dall’aprirsi a un popolo che ci somiglia e che ha poco a che fare con “l’uomo nero”. Una cultura dell’accoglienza – tema che si sta già definendo quale argomento centrale di oggi e dei prossimi anni – su cui sarebbe il caso di confrontarsi al netto della deriva ideologica attuale e che, a mio giudizio, va di pari passo con quello dell’istruzione.

Perché non ci può essere una vera accoglienza del diverso se non vi è consapevolezza di sé e non ci può essere consapevolezza di sé se non si ha un’appropriata conoscenza della propria storia e dei fatti tragici e fondativi che la caratterizzano.

«Ci sentiamo allo stesso modo cileni e italiani», dice uno dei testimoni intervistati da Moretti, «siamo ricchi perché abbiamo due identità nazionali» - aggiunge un’altra: «Il Cile è stato con me un patrigno cattivo; l’Italia una madre buona e accogliente», racconta nel documentario una signora tra le protagoniste di una vicenda che è intrisa di una grandissima carica umana ed emozionale e che porta con sé dunque anche umane contraddizioni (o che a me tale sono parse) su cui può essere utile soffermarsi.

Nel tentativo infatti di raccontare un’Italia migliore di quella di oggi, colpisce il pensiero di uomini e donne che inseguivano il sogno marxista di Allende e trovarono riparo nell’Italia democristiana di Moro e Andreotti; che forse lo stesso Moretti di allora avrebbe raccontato con meno indulgenza di quello di oggi e che fu l’unico Paese del blocco occidentale, per intenderci, che non riconobbe il governo di Pinochet.

Ma è il tema della diversità, strettamente legato a quello dell’accoglienza, che nonostante le assonanze suggerite dal regista, più mi pare lontano dalla realtà odierna. Gli esuli cileni non sembravano diversi: per il mondo “dell’intellighenzia” della sinistra italiana erano compagni cileni e dunque furono accolti nel segno della similitudine e della fratellanza. E poi, erano bianchi. Di tratti quasi mediterranei nella loro simpatia. Siamo sicuri che, se fossero scappati dalla Libia, anziché dal Cile, sarebbero stati accolti allo stesso modo? Forse è un po’ autoindulgente, da parte nostra, pensare che questo grande momento di accoglienza italiana, che rimane una bella pagina di storia del nostro Paese e che Moretti ha fatto benissimo a raccontare, in realtà si fondasse sull’accogliere la diversità. Quella che fa paura davvero, quella che non si conosce, che ha un altro colore della pelle e prega un dio diversissimo dal nostro.

Già: anche la religione, o meglio la chiesa cattolica, entra a fa parte di questa bella storia con l’arcivescovo di Santiago del Cile, Raúl Silva Henríquez, che nonostante fosse ben lontano dalla politica di Allende, offrì a queste persone una copertura straordinaria, salvando molte vite. Quando uno dei testimoni intervistati da Moretti ricorda la sua figura, si commuove, e quando Moretti gli chiede perché, lui risponde «perché penso all’enorme statura morale di Henriquez. E da ateo penso che egli era proprio come ogni grande uomo di chiesa, ogni cardinale, dovrebbe essere». Dovrebbe, appunto.

Ma se c’è un tratto comune, che unisce il racconto dei testimoni, che hanno vissuto in prima persona questa vicenda così drammatica, è il grande senso di umanità e l’immensa forza morale, che traspare dal racconto di ciascuno di loro. L’attuale generazione che governa questo mondo, e noi che lo viviamo, è la prima della storia moderna europea che non ha conosciuto la guerra in senso stretto. E quindi chi ci governa oggi non ha, e non può avere, quella struttura valoriale ed empatica che derivava dall’aver visto l’orrore della guerra, dall’averne conosciuto le atrocità tanto dei vinti, quanto dei vincitori.

Proprio come tutti noi siamo digiuni di quel tratto di sofferenza sociale, non avendo vissuto momenti di catarsi generazionale dovuta a un grande trauma collettivo.

E poiché non possiamo certo augurarci che, affinché le nuove generazioni recuperino questa dimensione sociale, vivano esse stesse i medesimi drammi, andrebbe ampiamente sostenuto lo sforzo meritorio, come quello di Moretti, di raccontare fatti di così grande portata sociale e di struttura collettiva. Di sollecitare la memoria storica del Paese.

Nelle scuole e nelle Università bisognerebbe maggiormente focalizzarsi sulla storia del ‘900. La storia orribile del “secolo breve” e delle sue catastrofi, le cui conseguenze ci porteremo ancora a lungo sulle spalle.

Anche l’analisi politica della vicenda raccontata da Moretti, mi pare buono spunto per una riflessione generale e per provare ad abbandonare, almeno per un secondo, la politica della contrapposizione totale per riappropriarsi di una riflessione politica libera, che non necessariamente porti a schierarsi con l'uno o con l’altro, con la curva sud o quella nord. Il governo Allende fece tante mosse sbagliatissime, probabilmente disastrose, che ridussero il Cile in una condizione sofferente e sull’orlo del baratro. E si può, o si deve, criticare la politica di Allende disprezzando pienamente il golpe di Pinochet, che con i suoi carri armati rappresenta la più grande violazione della democrazia  come quella di ogni azione violenta volta a sopraffare istituzioni democraticamente elette.

Il tema della perdita di struttura e coesione sociale di questo Paese, con le varie implicazioni connesse alla rivoluzione tecnologica, non sono certo una novità nel panorama del dibattito nazionale. Ma prima che stigmatizzare i ragazzi e la loro vita sui social, forse un’autocritica più severa andrebbe fatta anche nei confronti del nostro sistema scolastico e di conoscenze che ignora, o profondamente ridimensiona, la dimensione collettiva della ricostruzione civile fatta all’indomani della Seconda Guerra Mondiale. Anche dall’Italia democristiana e cattolica. Da quella radicale e comunista e da quella riformista e socialista. E a livello mondiale, in primis dagli Americani e dalle loro mille contraddizioni, secondo cui, mentre consentivano all’Italia e al mondo occidentale di affermarsi nella libertà economica e civile, sostenevano Pinochet e altri orrori non degni del loro ruolo di potenza egemone sul piano culturale, prima che politico.

Onore dunque al bravissimo Moretti, alla sua parzialità, rivendicata anche nel suo documentario e a quelle che a me sono parse alcune contraddizioni di un’opera molto bella e libera come tutte quelle che non vogliono essere imparziali.

@ClaudioCorbino

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