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Una promenade zoppa

Un anno e mezzo dalla marcia scandita dall'Inno alla Gioia, Macron percorre con enormi difficoltà un cammino presidenziale gradito solo al 21% dei Francesi

Una manifestazione sugli Champs-Elysees, dove i “gilet gialli” hanno sfilato a migliaia contro l'aumento dei prezzi del carburante. Un movimento cresciuto spontaneamente senza avere dietro partiti o sindacati e che è dilagato in tutta la Francia. REUTERS/Gonzalo Fuentes/Contrasto
Una manifestazione sugli Champs-Elysees, dove i “gilet gialli” hanno sfilato a migliaia contro l'aumento dei prezzi del carburante. Un movimento cresciuto spontaneamente senza avere dietro partiti o sindacati e che è dilagato in tutta la Francia. REUTERS/Gonzalo Fuentes/Contrasto

Riguardando oggi le immagini della camminata di Emmanuel Macron sulla spianata del Louvre la sera della sua vittoria alle elezioni presidenziali, sembra di assistere al prologo di uno spettacolo rimasto incompiuto, senza quel lieto fine immaginato all’inizio della messa in scena.  

Eppure, all’indomani del suo insediamento all’Eliseo Macron si è lanciato ventre a terra in un vasto programma di riforme, mostrando uno zelo degno del nome scelto per il suo partito: La République en marche. Forte della totale assenza di opposizioni e sindacati, insieme a una schiacciante maggioranza parlamentare (ben 308 deputati su 577 nell’Assemblea nazionale) l’autoproclamato Presidente “jupiterien” (da Jupiter, Giove in italiano) è riuscito nel primo anno del suo mandato a riformare a tempo di record settori cruciali per l’economia del paese, come il lavoro o la sicurezza. Un vasto cantiere di stampo liberale, volto a scardinare i totem sociali ed economici della Francia in una delicata operazione che forse avrebbe richiesto maggiore cura nell’agire su alcuni nervi sensibili del paese.   

L‘avanzare dei lavori, infatti, non è andato di pari passo con l’indice di gradimento nell’elettorato, che con il passare dei mesi è sprofondato nei sondaggi, fino ad arrivare al 25% delle opinioni favorevoli a fine novembre. «I francesi sono divisi tra il desiderio di liberalizzare ancora di più l’economia e la volontà di avere uno stato provvidenziale che garantisca i diritti sociali. C’è spesso una contraddizione tra una domanda di liberalizzazione e una domanda di protezione. Macron si è ritrovato vittima di questa tendenza», spiega il politologo e costituzionalista Olivier Rouquan.

Troppi gli imprevisti incontrati negli ultimi mesi.  Dallo “scandalo Benalla”, scoppiato dopo che un collaboratore della sicurezza presidenziale è stato riconosciuto in un video mentre aggrediva dei manifestanti durante un’operazione di polizia, al rimpasto del governo arrivato a ottobre in seguito alle dimissioni dei ministri dell’Interno, Gérard Collomb, e della Transizione ecologica, Nicolas Hulot. Incidenti che agli occhi dei francesi sono apparsi come l’espressione di un potere eccessivamente centralizzato e impermeabile anche ai suoi più fedeli collaboratori.

Misure come la soppressione dell’Imposta sul patrimonio o la riduzione degli aiuti agli alloggi hanno contribuito a costruire l’immagine di un “Presidente dei ricchi”, lontano dai problemi quotidiani dei cittadini e soprattutto della Francia rurale e periferica, troppo impegnata ad arrivare alla fine del mese per interessarsi a quello che succede nei palazzi del potere di Parigi. «La République en marche non ha una forte presenza territoriale, dispone di pochi rappresentanti in Francia e Macron non è mai stato eletto in una realtà locale», nota Rouquan, secondo il quale il presidente francese «non ha cercato di compensare questa carenza all’inizio del suo mandato».  

La protesta dei “gilet gialli” nata a novembre contro il rincaro dei carburanti rappresenta l’espressione di un disagio trasformatosi in un dialogo tra sordi. Un movimento “fluido”, cresciuto spontaneamente sul web senza avere dietro partiti o sindacati, e che si è riversato disordinatamente nelle strade di tutto il Paese.

Intanto, al di fuori dell’Esagono la congiuntura internazionale non sembra essere delle più favorevoli.

Sul piano diplomatico il Presidente si è eretto a cantore di un multilateralismo sempre aperto al dialogo con le parti, anche nei momenti più critici.

L’inquilino dell’Eliseo si è così lanciato in alcune iniziative strategiche, come l’attacco portato ad aprile in Siria al fianco della Gran Bretagna sotto la guida degli Stati Uniti o la riapertura del dialogo con la comunità internazionale per il finanziamento, ancora incompleto, del G5 Sahel, il dispositivo militare congiunto tra Mali, Burkina Faso, Niger, Ciad e Mauritania volto combattere il terrorismo nella regione sahelo-sahariana, dove la Francia è impegnata con l’operazione Barkhane. In Libia, poi, il Presidente ha mostrato un eccesso di foga (e di ottimismo) nell’illusione di organizzare delle elezioni entro dicembre nel tentativo di sorpassare a destra l’Italia.

Una strategia generale che si è più volte scontrata con la realtà dei fatti, tra promesse mancate e risultati ancora attesi, in uno scenario internazionale caratterizzato dai capricci protezionistici del presidente statunitense Donald Trump. Nonostante le visioni diametralmente opposte, i due leader sono diventati degli ottimi nemici-amici, alternando calorose pacche sulle spalle a tweet al vetriolo.

Sul fronte europeo, invece, lo sguardo si è rivolto subito verso l’altra sponda del Reno. Il Presidente francese contava proprio sulla cancelliera Angela Merkel per avviare il suo ambizioso progetto di riforma della zona euro esposto nell’ormai famoso discorso alla Sorbona, che prevede una serie di nuove misure come quelle riguardanti un budget comune, la creazione di un Ministro delle Finanze europeo e la trasformazione del Meccanismo europeo di Stabilità (Mes). Ma le chiavi per far ripartire il motore franco-tedesco sembrano essere cadute nelle pieghe dei meccanismi europei.

Sbarcando all’Eliseo, il Presidente francese sperava in un sostegno più forte della Germania, che dal canto suo ha risposto con una freddezza inaspettata. «Dopo la vittoria alle presidenziali, Macron si è reso conto che tutto era più complicato di quanto era stato previsto» ricorda Rémy Bourgeot, economista all’Istituto delle relazioni internazionali e strategiche di Parigi. Secondo Bourgeot, le ambizioni europeiste della Francia sono state frenate dalla “svolta conservatrice” arrivata in Germania dopo le legislative nel settembre del 2017.

Macron si è affiancato quindi a una partner indebolita dalla propria politica interna e ormai prossima all’uscita di scena dopo la fine del suo mandato nel 2021. Un brutto colpo per il leader transalpino, che alle elezioni europee di maggio rischia di interpretare il ruolo di cavaliere solitario contro le forze populiste. La sfida tra “progressisti e nazionalisti” lanciata proprio dal Presidente francese potrebbe rivelarsi una scommessa rischiosa.

Eppure, i due hanno fatto di tutto per cercare di mostrarsi uniti. Le immagini girate a novembre durante le commemorazioni del centenario dell’armistizio della Prima Guerra mondiale a Compiègne li hanno immortalati fianco a fianco, in un significativo quanto forte esercizio allegorico che ha rievocato un altro momento altrettanto emblematico: quello del presidente François Mitterrand insieme al cancelliere Helmut Kohl mano nella mano davanti all’ossario di Douaumont, nei pressi di Verdun, nel 1984.

Ma al di là dei reciproci sforzi simbolici, l’intesa tra Parigi e Berlino non è mai realmente decollata. L’accordo di Meseberg arrivato a giugno è apparso più come un compromesso utilitaristico per entrambe le parti, con la Merkel che ha ottenuto garanzie sull’immigrazione e Macron che è rientrato a Parigi con la promessa, seppur ridimensionata, di un budget per la zona euro da instaurare entro il 2021 insieme a una trasformazione del Mes. La tiepida accoglienza riservata a novembre dall’Eurogruppo al progetto di un bilancio comune ha testimoniato inoltre la reticenza da parte di molti Paesi membri alle proposte francesi.

Alla luce delle difficoltà riscontrate, le ambizioni franco-tedesche di una difesa comune sbandierate a più riprese da Parigi e Berlino assumono un significato particolare.  «L’idea di una difesa europea viene tirata fuori ogni volta che c’è un blocco su altri dossier, serve come compensazione all’impasse in cui è finito il progetto sulla zona euro» spiega Bourgeot.  L’Eliseo ha puntato molto in questo settore, sia da un punto di vista strategico con l‘Iniziativa europea di intervento, che dal punto di vista industriale, attraverso una collaborazione franco-tedesca per lo sviluppo di diversi progetti comuni.

Intanto, Macron cerca di trovare un nuovo impulso alla sua marcia presidenziale, nel tentativo di riprendere lo slancio inziale.

@DaniloCeccarell

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