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Hong Kong in rivolta 

Grandi proteste contro la legge sull’estradizione in Cina e scontri con le forze dell’ordine nell’ex colonia britannica, a 5 anni dalla “rivoluzione degli ombrelli”

I manifestanti protestano in strada contro la proposta di estradizione a Hong Kong, Cina, 12 giugno 2019. REUTERS/Athit Perawongmetha
I manifestanti protestano in strada contro la proposta di estradizione a Hong Kong, Cina, 12 giugno 2019. REUTERS/Athit Perawongmetha

Forti tensioni a Hong Kong in seguito alla proposta di legge, ancora in discussione, che permetterebbe l’estradizione dei cittadini (o dei residenti temporanei) in Cina. I manifestanti hanno tentato l’irruzione all’interno del Consiglio Legislativo, respinti dalla polizia con gas lacrimogeni, spray al peperoncino e proiettili di gomma. Il Capo Esecutivo dell’ex colonia britannica, Carrie Lam Cheng Yuet-ngor, si trova nella scomoda posizione di proseguire verso la votazione della legge — che porterebbe a un clima infuocato e pericoloso — o ritirare la proposta, prestando il fianco alle accuse di debolezza.

Il punto nevralgico della legge prevede l’estradizione in Cina dei cittadini accusati di reati gravi quali l’omicidio e la violenza sessuale. Ma la paura dei manifestanti è che questa norma possa essere aggirata permettendo l’invio nella Cina continentale dei dissidenti politici. I timori sono vivi tra chi protesta nelle strade e nelle piazze della città con status speciale, dato che dalla fine del controllo britannico, avvenuto nel 1997, la Cina ha inesorabilmente limitato alcune libertà. A oggi, Hong Kong ha raggiunto diversi accordi bilaterali relativamente al tema dell’estradizione, aspetto non ancora normato in relazione con Cina, Taiwan e Macao.

Nel 2014 la ribattezzata “rivoluzione degli ombrelli” si scagliò contro la decisione di Pechino di poter valutare i candidati per la posizione di Chief Executive. Un comitato elettorale di 1200 persone nominato dal Governo cinese impose Carrie Lam Cheng Yuet-ngor, che guadagnò 777 voti alle elezioni del 2017. Gli accordi sottoscritti nel 1984 tra Margaret Thatcher e Deng Xiaoping prevedevano la formula “un Paese, due sistemi”, garantendo a Hong Kong la continuazione (fino al 2047, anno della fine dello status di Regione Amministrativa Speciale) del proprio sistema di Governo, legale, economico e finanziario. Ma la visione di Pechino sembra lontana da quella del patto sino-britannico.

Sul caso della legge per l’estradizione è intervenuto, non a caso, il Governo di Sua Maestà. La dimissionaria Theresa May ha sottolineato che la normativa proposta deve rispettare i diritti e le libertà sancite dalla dichiarazione sino-britannica del 1984. “Siamo preoccupati” — ha detto la PM al Parlamento — “per i potenziali effetti della nuova legge sui numerosi cittadini britannici di Hong Kong”.

@melonimatteo

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