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Guerra nel cyberspazio

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Mentre la Cina costruisce il suo impero per il controllo cibernetico, i sistemi di difesa americani si preparano alla prima guerra dell'era digitale

Meng Wanzhou, Executive Board Director di Huawei, durante un Forum a Mosca. Secondo l’intelligence americana, le reti del gigante tech cinese potrebbero esser già state usate per cyber-spionaggio. REUTERS/Alexander Bibik
Meng Wanzhou, Executive Board Director di Huawei, durante un Forum a Mosca. Secondo l’intelligence americana, le reti del gigante tech cinese potrebbero esser già state usate per cyber-spionaggio. REUTERS/Alexander Bibik

Le manovre protezionistiche dell’amministrazione Trump, le quote del debito americano in mano cinese e la diffusione internazionale del renminbi sono alcuni dei motivi che spiegano le tensioni fra Usa e Cina. Tuttavia, gli aspetti più intriganti della competizione tra queste superpotenze emergono nella sfida tecnologica per il dominio sul cyberspazio: il controllo delle reti, fisiche e immateriali, dove Governi, colossi del digitale, hacker e gruppi criminali hanno sviluppato nuove aree di influenza, capacità di attacco e difesa.

Già 10 anni fa, gli hacker cinesi avevano sabotato i sistemi informatici di Google e altre 35 grandi compagnie americane. L’obiettivo dell’attacco, passato alle cronache come Operazione Aurora, era sottrarre informazioni sensibili sull’intelligence e sui cinesi che vivevano negli Usa. Gli attacchi continuarono nel 2010 contro grandi colossi industriali, come Westinghouse nel settore nucleare, e U.S. Steel, secondo gruppo americano dell’acciaio. Si scoprì che dietro gli attacchi informatici c’era una sezione segreta dell’esercito cinese, con sede a Shanghai, che agiva sotto lo pseudonimo di UglyGorilla (oggi ufficialmente conosciuta come Unità 61398). Gli attacchi cibernetici cinesi contro l’economia americana sono stati talmente frequenti e diffusi, che nel 2014, James Comey, allora direttore dell’FBI dichiarò: “Possiamo distinguere le grandi aziende americane in due categorie: quelle che sanno di esser state attaccate dagli hacker cinesi e quelle che ancora non lo sanno.” Secondo l’FBI, tutti o quasi i big dell’economia Usa erano stati hackerati dalla Cina. La prima cyber-escalation si concluse nel 2015, quando Obama e Xi Jinping raggiunsero un accordo sulla cybersecurity per ridurre lo spionaggio economico e il furto di informazioni sensibili. Tra i risultati dell’intesa: una “linea rossa” Washington-Pechino per le comunicazioni d’emergenza e due incontri annuali per la cooperazione sul cyberspazio.

La competizione tra Usa e Cina sul futuro del web è tornata alla ribalta lo scorso dicembre, con l’arresto di Meng Wanzhou, figlia del fondatore di Huawei. Secondo le agenzie di intelligence Usa, Huawei non è un gruppo indipendente dal regime cinese e le sue reti potrebbero esser già state usate per cyber-spionaggio e attacchi cibernetici. I dubbi derivano dal fatto che Ren Zhengfei, fondatore di Huawei, era un ingegnere dell’Esercito Popolare di Liberazione e oggi è un potente membro del partito comunista cinese. Inoltre, dando attuazione al principio della national cyber sovereignty annunciato da Xi Jinping nella Dichiarazione di Wuzhen, dal 2017 la legge cinese impone alle compagnie delle telecomunicazioni di partecipare a operazioni di intelligence se richiesto dal Governo. Condizioni che hanno spinto Washington ad allertare gli alleati a non servirsi di Huawei per i propri network 5G, mentre dalle dichiarazioni di Ken Hu, chairman di Huawei, si scopre che la società cinese avrebbe già accordi con 66 Paesi. Si comprende anche perché il Pentagono ha voluto bloccare le collaborazioni sul 5G tra Huawei e i giganti digitali Usa come AT&T e Verizon.

La reazione di Washington non riguarda solo il caso Huawei. A preoccupare la Casa Bianca è il rischio di vedere l’Occidente nella morsa digitale cinese. Pechino ha infatti lanciato politiche e cantieri internazionali per unire il mondo con progetti non solo economico-finanziari e commerciali (come la Banca asiatica d’investimento per le infrastrutture o la Belt and Road Initiative), ma anche tecnologici e informatici. Sia nel 13° Piano quinquennale sia nel documento Made in China 2025, il Governo cinese ha dichiarato “strategici” gli interessi legati alle tecnologie per il cyberspazio. Se la Cina dovesse raggiungere questi traguardi, un numero enorme di informazioni sensibili saranno gestite da tecnologie cinesi, dai social alle dinamiche elettorali, dalle transazioni finanziarie alle innovazioni industriali, fino ai settori della difesa.

Vale la pena notare che nel Worldwide Threat Assessment − rapporto sulle minacce globali pubblicato a gennaio dalle agenzie federali Usa che costituiscono l’Intelligence Community − oggi il terrorismo è solo la quarta minaccia alla sicurezza nazionale. Ai primi posti: attacchi cibernetici, interferenze nella politica nazionale e il rischio nucleare. Si legge che i maggiori pericoli in termini di cybersecurity provengono da Cina e Russia, e Pechino avrebbe già i mezzi tecnologici per bloccare o distruggere infrastrutture fisiche nel territorio Usa, come la rete di trasporto del gas.

La nuova cyber-escalation potrebbe attenuarsi o degenerare in vista del possibile accordo commerciale fra Pechino e Washington, ma restano aperti tanti altri fronti dello scontro tecnologico. Tra i motivi che hanno spinto gli americani ad alzare i livelli di guardia è la rivoluzione del quantum computing e le applicazioni dell’AI per scopi militari. L’esempio più importante è il multidomain command and control, tecnologia che combina in tempo reale i dati di tutti gli ambiti delle operazioni di attacco e difesa in una visione olistica (senza tralasciare il cyberspazio).

La questione più delicata è quella della gestione trasparente e neutrale delle tecnologie cinesi che stanno rinnovando le infrastrutture del web dalle quali passeranno infiniti flussi di informazione. Saranno usate per cooperare con o contro gli Usa? Cosa succederà in caso di attacchi alla democrazia americana? Il tema è molto delicato, nonostante l’inchiesta guidata da Robert Mueller abbia acclarato l’assenza di ingerenze nella campagna elettorale del 2016. Pensiamo al caso del deepfake, cioè la manipolazione iper-realistica di video mediante nuove funzioni dell’AI che creerà le prossime ondate di disinformazione sul web. Gli esperti del deepfake spiegano le capacità di inganno di questa tecnologia: “non basterà vedere per credere”. La Defense Advanced Research Projects Agency sta sviluppando algoritmi capaci di smascherare il deepfake. Tuttavia, sono sforzi vani se la rete, e i suoi supporti tecnologici, si riveleranno contrari alle manovre difensive Usa o non collaborativi. Gli Usa e l’Occidente possono fidarsi delle tecnologie made in China?

Trump ha dato grande attenzione alla cybersecurity, firmando pochi mesi dopo il suo insediamento un ordine esecutivo per rafforzare la difesa informatica delle infrastrutture critiche. Nonostante le nuove misure di sicurezza, secondo Rob Joyce della National Security Agency, l’accordo del 2015 sarebbe stato violato dalla Cina. Ecco perché, lo scorso settembre, con la pubblicazione della National Cyber Strategy, la Casa Bianca è tornata ad accusare Pechino. Nello stesso mese, l’attuale Consigliere per la sicurezza nazionale dell’amministrazione Trump, John R. Bolton ha dichiarato che il Presidente aveva siglato un ordine esecutivo “classificato” per dare più potere alla National Security Agency e al Cyber Command. Bolton si è limitato a dire che Trump ha concesso maggiore libertà d’azione all’intelligence per estendere e velocizzare le cyber operation necessarie per la difesa della sicurezza nazionale, forse anche confidando in un effetto deterrenza.

Gli Usa stanno dando un segnale chiaro al mondo: Washington non starà a guardare mentre la Cina costruisce il suo impero per il controllo del cyberspazio e i sistemi di difesa americani sono pronti alla prima vera grande guerra dell’era digitale. A riguardo, uno spunto utile lo offre Graham T. Allison, della Harvard Kennedy School e autore del libro Destinati alla guerra. Possono l’America e la Cina sfuggire alla trappola di Tucidide? Ricordando Tucidide, il dilemma delle relazioni fra Cina e Usa appare evidente: l’ascesa della potenza dell’una e la paura dell’altra rese la guerra inevitabile. Lo scontro tra raising power cinese e ruling power americano è iniziato da tempo e ora che l’accordo del 2015 è di fatto superato, non sappiamo fin dove si spingeranno Pechino e Washington.

@MatteoLaruffa

Questo articolo è pubblicato anche sul numero di maggio/giugno di eastwest.

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