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Jakarta, tra Cristianesimo e Islam

Il Presidente uscente si ricandida contro il vecchio sfidante Subianto. La strategia di Widodo punta sulla scelta del proprio vice, un leader musulmano

Il Presidente Indonesiano Joko Widodo tra i suoi sostenitori a Jakarta. REUTERS/Darren Whiteside/Contrasto
Il Presidente Indonesiano Joko Widodo tra i suoi sostenitori a Jakarta. REUTERS/Darren Whiteside/Contrasto

BANGKOK - È una replica della sfida del 2014. Stessi due candidati e, a meno di incredibili rovesciamenti rispetto alle previsioni, probabilmente lo stesso vincitore: il Presidente uscente Joko “Jokowi” Widodo. Ma l’Indonesia che arriva al voto presidenziale del 17 aprile, le quarte elezioni dirette del proprio leader dalla caduta di Suharto nel 1998, non è lo stesso Paese di cinque anni fa. A livello economico è ovviamente cresciuto, seppure meno del proprio potenziale e portandosi dietro i soliti fardelli di inefficienza e corruzione. Ma soprattutto, è una società in cui l’Islam conservatore ha più peso, il che ha già avuto un’influenza in campagna elettorale. Il rischio è che, a prescindere dal risultato di aprile, ciò abbia conseguenze sull’intolleranza verso le minoranze, in un arcipelago dal delicato mosaico etnico e religioso.

Widodo (55 anni) si propone per un secondo mandato da netto favorito. Da mesi i sondaggi gli assegnano oltre venti punti di distacco nei confronti dello sfidante Prawobo Subianto, un ex generale di 66 anni sconfitto di poco alle elezioni del 2014. Come spesso in Indonesia, tra i due candidati non ci sono differenze ideologiche di rilievo, né ideologie opposte a separarli: entrambi sposano una linea nazionalista anche in economia. Ciò che è davvero diverso è il loro background: “Jokowi”, figlio di un falegname e piccolo imprenditore provinciale, è il primo leader politico indonesiano a venire davvero dal basso. Anche prima di diventare Presidente, da sindaco di Surakarta si era guadagnato la fama di essere un pragmatico “uomo della gente”, capace di ascoltarne le lagnanze e agire di conseguenza. Subianto, figlio di un economista con incarichi governativi ed ex genero di Suharto, ha una vita di legami ad alto livello.

Nei cinque anni di Governo Widodo, l’economia è cresciuta tra il 5 e il 6%. Il Presidente ha ridotto i sussidi sul carburante, utilizzando le maggiori entrate per lanciare un massiccio programma di espansione delle infrastrutture. In un Paese dalla corruzione dilagante, è tuttora considerato “pulito”. Nell’ultimo anno ha sapientemente coltivato il terreno per una rielezione offrendo aumenti di stipendio a settori chiave e facendo crescere le spese per lo sviluppo di comunità locali, espandendo il welfare per i più poveri con benefici per scuola e istruzione. A livello economico, l’acquisizione statale di una quota di oltre il 51% della miniera d’oro e rame di Grasberg dalle società Freeport McMoRan e Rio Tinto, nell’enorme provincia di Papua, è stata un’altra importante vittoria, consentendo a Widodo di porsi come il leader che difende gli interessi dell’Indonesia contro gli appetiti stranieri. Ma ha dei punti deboli: l’inflazione rimane un problema, e la rupiah si è deprezzata toccando il suo minimo di sempre contro il dollaro a dicembre, per poi recuperare a inizio anno.

La campagna elettorale di Subianto, che nel 2014 ottenne quasi il 47% dei voti, ha invece deluso le aspettative. Cinque anni fa si propose come un coriaceo “uomo forte” capace di giocare sporco pur di sconfiggere il rivale, e per poco non ci riuscì con una clamorosa rimonta. Stavolta è sembrato riluttante a candidarsi: si dice che l’abbia fatto solo dopo forti pressioni del partito Gerindra, nel quale la sua famiglia ha investito molto nell’ultimo decennio. La sua macchina elettorale è apparsa subito a corto di fondi e senza il piglio del 2014. Scegliendo come suo vice il giovane businessman Sandiaga Uno, un ex vicegovernatore di Jakarta, punta a raccogliere voti tra i giovani. Propone una politica economica nazionalista, e critica Widodo per non aver fatto abbastanza per combattere le disuguaglianze. Ma a meno di un tonfo dell’economia poco prima delle elezioni, sarà difficile per lui ribaltare l’enorme svantaggio iniziale.

Parlando di vice, la scelta del Presidente uscente è la più interessante perché è chiaramente un tentativo di cautelarsi su un campo dove è attaccabile: quello religioso. Widodo ha scelto Ma’ruf Amin, un leader religioso di 75 anni con un passato di posizioni conservatrici e a capo dell’influente Consiglio degli ulema indonesiani (Mui). Non che gli abbia portato voti, anzi: gli elettori di Widodo più progressisti si ricordano gli editti del Mui contro la comunità Lgbt, le donne e la minoranza musulmana degli Ahmadiyyah. Ma la scelta di Amin rende Widodo meno esposto alla retorica dei conservatori islamici, il cui crescente peso è stato evidente nel 2016 quando sono riusciti a mandare in carcere per blasfemia l’allora governatore di Jakarta, Basuki Tjahaja Purnama.

L’affare “Ahok”, il soprannome di Purnama, si staglia come un’ombra su queste elezioni. Ex vice di Widodo quando quest’ultimo era proprio governatore della capitale, Ahok era un leader stimato e considerato incorruttibile. La sua unica “colpa” è stata quella di essere un cristiano della minoranza sino-indonesiana, fatto che lo rendeva indisposto ai conservatori islamici: era vietato per un devoto di Allah votare per un politico non musulmano, dicevano. Estrapolando una sua frase in cui Ahok sembrava criticare il Corano, mentre in realtà invitava solo a non travisarne il messaggio dissuadendo i musulmani a non votarlo, un’inedita alleanza di gruppi islamici scese ripetutamente nelle strade di Jakarta alla vigilia della possibile rielezione del governatore. Fu in sostanza un verdetto popolare contro Ahok, che dopo aver perso al voto fu condannato a due anni per blasfemia. Paradossalmente, il candidato vicepresidente Amin all’epoca si era schierato con quelle folle che chiedevano la testa di Ahok e ha deposto al processo nei suoi confronti; ora sostiene di essersi pentito.

Le intimidazioni della piazza musulmana avevano provocato timori per la tenuta della fragile democrazia dell’Indonesia, e soprattutto per il diffondersi del conservatorismo religioso nel Paese con la più numerosa popolazione musulmana al mondo. Allo stesso tempo, l’anti-terrorismo di Jakarta ha continuato nel tentativo di estirpare sul nascere ogni attività di gruppi militanti, alcuni di essi affascinati dall’ascesa dell’Isis in Medio Oriente. Dopo quella vittoria, l’insolita alleanza di gruppi islamici nota come “movimento 212” (il 2 dicembre fu indetta la più grande delle loro manifestazioni) si è però gradualmente sfibrata. Il governo Widodo ha messo fuori legge l’organizzazione islamica radicale Hizb ut-Tahri, parte della coalizione, ma tra i vari componenti dell’alleanza anti-Ahok sono spuntate altre divisioni. 

Una potenziale fonte di destabilizzazione in vista del voto di aprile sembra quindi contenuta, o almeno meno preoccupante di quanto ci si aspettava. Ciò non vuol dire però che sia sparita. Subianto, pur con poca naturalezza (poco nella sua vita, così come in quella del suo vice Uno, fa pensare a una particolare devozione), continua a corteggiare il voto dei conservatori islamici, facendosi vedere alle loro manifestazioni. E le intimidazioni costringono progressisti ed esponenti delle minoranze a un profilo basso. Lo stesso Ahok, tornato in libertà in gennaio, ha fatto sapere di voler essere chiamato col suo nome d’anagrafe, non più col nome di origine cinese Hakka. E lo scorso novembre la politica sino-indonesiana e cristiana Grace Natalie, a capo di un partito pro-Widodo, è stata messa sotto indagine dalla polizia per aver detto di non voler sostenere leggi locali basate “sulla Bibbia o la sharia”. Anche nel suo caso, ovviamente, i conservatori islamici hanno subito parlato di blasfemia.

@aleursic

Questo articolo è pubblicato anche sul numero di marzo/aprile di eastwest.

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