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Il "deal" americano nel Golfo

Usa, Arabia Saudita, Emirati, Qatar e Israele si sono appena riuniti in Bahrein per il piano economico di Jared Kushner, che vuole riscrivere i rapporti di forza nel Golfo

Una manifestazione a Gaza a favore del Qatar. Doha versa mensilmente, con il placet israeliano, milioni di dollari a Gaza. L’intelligence sostiene che ci sia anche un flusso di soldi non ufficiale verso Hamas. REUTERS/Ibraheem Abu Mustafa/Contrasto
Una manifestazione a Gaza a favore del Qatar. Doha versa mensilmente, con il placet israeliano, milioni di dollari a Gaza. L’intelligence sostiene che ci sia anche un flusso di soldi non ufficiale verso Hamas. REUTERS/Ibraheem Abu Mustafa/Contrasto

Questo articolo è pubblicato anche sul numero di luglio/agosto di eastwest.

La stretta di mano tra il Primo Ministro del Qatar, lo sceicco Abdullah bin Nasser al-Thani e il re saudita Salman bin Abdulaziz accompagnato da suo figlio ed erede Mohammed bin Salman al vertice del Consiglio della Cooperazione nel Golfo (Gulf Cooperation Council, GCC) alla Mecca in Arabia Saudita lo scorso 30 maggio, è stato solo un atto formale, non sicuramente un riavvicinamento tra i due Paesi del Golfo che da due anni oramai non hanno rapporti. Tra l’altro, l’invito a Doha da Riad pare sia partito solo dopo pressioni americane, l‘amico di entrambi con interessi, seppur diversi, in ambedue i paesi, che cerca di mediare nella situazione che dal 5 giugno del 2017 vede l’emirato qatarino di fatto isolato dagli altri paesi del Golfo come Bahrein ed Emirati Arabi Uniti, oltre che dall’Egitto che, capeggiati dall’Arabia Saudita, hanno imposto un embargo al Qatar. L’accusa è quella di foraggiare il terrorismo, sullo sfondo c’è il controllo dell’area che vede l’Iran essere lo spauracchio dei sauditi.

Dopo due anni di embargo, il Qatar ha sicuramente subito notevoli problemi, con la sua economia cresciuta a ritmi molto più lenti (in risalita verso il 3% nel 2018 dopo un crollo all’1,5% nel 2017), ma l’azione saudita non solo non ha raggiunto il suo intento ma, semmai, quello opposto. Già, perché anziché allontanare quello che Riad chiama il “pericolo terrorismo”, cioè i gruppi che in un modo o nell’altro sono legati al Qatar e, soprattutto, diminuire l’influenza iraniana nella regione, il blocco ha aumentato in qualche modo la presenza di Teheran nell’area.

I rapporti tra i Paesi del Golfo e i viciniori, sono di fatto vissuti in maniera duopolistica: sciiti e sunniti, petrolio e gas, per identificarne due. Il Qatar è l’unico Paese che li attraversa tutti e quattro: è il più grande produttore al mondo di gas naturale ma ha una piccola riserva di petrolio (lì dove l’Arabia Saudita la fa da padrone, seguita dagli Emirati Arabi nella coalizione anti Qatar); è un Paese sunnita ma ha rapporti, unico Paese del genere in quel luogo, con l’Iran sciita. Questo perché il più grande giacimento di gas al mondo, il South Pars nel Golfo Persico, oltre cinque volte più grande di quello russo di Urengoy, è di proprietà congiunta dell’Iran e del Qatar. Inoltre il Qatar ha ottimi rapporti con movimenti islamici con i quali, invece il regno dei Saud e altri Paesi che hanno appoggiato l’embargo contro Doha, non vogliono avere nulla a che fare. In particolare, quei Fratelli Musulmani che hanno come costola l’Hamas palestinese e che in Egitto appoggiavano l’ex Presidente Morsi.

Eppure, sia Arabia Saudita che Qatar seguono la stessa tradizione sunnita hanbalita, dalla quale hanno avuto origine sia il wahabismo diffuso in Arabia che il salafismo diffuso in Qatar. Entrambi gli orientamenti, sia il salafismo che il wahabismo, sono stati considerati non sunniti, in qualche modo “distaccati”, dalle risoluzioni della conferenza islamica mondiale di Grozny, in Cecenia, nel 2016. La decisione della conferenza di estromettere dalla “corretta via” del sunnismo i wahabiti e i salafiti, scatenò le proteste saudite, che accusarono la Russia di orchestrare il tutto da dietro le quinte.

La questione però ha anche a che fare con la percezione del terrorismo nel mondo. Osama bin Laden era saudita, i Taliban sono molto vicini al wahabismo che è stato identificato, nella sua accezione di riportare l’Islam e la vita musulmana sulla via della corretta interpretazione letterale, nella pedissequa osservanza della Sunna, come una accezione ortodossa che travalica il limite dell’intransigenza, quindi del fondamentalismo. Nemici di questa visione, negli anni, non sono stati solo gli “infedeli”, ma anche i musulmani non aderenti a questa dottrina, gli sciiti primi fra tutti.

Negli anni, gli attentati terroristici che avevano come matrice il fondamentalismo islamico, ultimi quelli dello Sri Lanka la scorsa Pasqua, sono stati avvicinati a movimenti influenzati dal wahabismo. Ma non necessariamente foraggiati dall’Arabia Saudita. Certo, da Riad negli anni sono partiti fiumi di denaro per finanziare moschee e centri culturali, scuole e luoghi di aggregazione dove il fondamentalismo wahabita è stato diffuso, soprattutto come vera dottrina contro gli eretici sciiti, nascondendo con questo, di fatto, una guerra più politica saudita nei confronti dell’Iran, che del sunnismo verso lo sciismo. Anche recentemente, nel periodo precedente alle elezioni indonesiane dell’aprile scorso, diversi rapporti di intelligence americana hanno evidenziato la preoccupante espansione del wahabismo sostenuto dai sauditi nel più popoloso Paese a maggioranza musulmana del mondo.

Da qualche anno, l’Arabia Saudita sta cercando di dimostrare che è lontana da quel Paese presente nell’immaginario collettivo, di finanziatore di terroristi. Il Presidente americano Donald Trump fece il suo primo viaggio all’estero proprio a Riad, dal 20 al 22 maggio del 2017. In quella occasione, insieme a re Salman inaugurò nella capitale saudita il Global Centre for Combating Extremism. Durante la sua visita, Trump affermò un’idea già diffusa tra i suoi predecessori, ma per realizzare la quale nessuno, lui compreso, ha mai investito più di tanto: la necessità di combattere il terrorismo non tanto sul campo, con azioni militari, ma bloccandone la diffusione ideologica. L’invito fu raccolto dal principe ereditario saudita, Mohammed bin Salman, che alla fine dello stesso anno ribadì la determinazione del suo Paese nel distruggere l'ideologia estremista. E qualche passetto avanti si è visto. A parte le pubbliche ed esecrabili esecuzioni di “terroristi”, le ultime a fine maggio, il principe ereditario ha messo in opera una vera e propria azione di repulisti (spesso più per motivi politici) nei confronti di esponenti religiosi legati all’estremismo. Come hanno notato alcuni analisti, la sua influenza si è vista anche all’estero, con un ridimensionamento della Muslim World League, una volta megafono saudita per esportare il wahabismo nel mondo, il cui leader è arrivato addirittura alla condanna della negazione dell’Olocausto, chiedendo a tutti i musulmani in giro nel mondo di integrarsi nelle società nelle quali vivono, in contrasto con l’idea originaria wahabita.

Il Qatar, di contro, anche formalmente queste distanze non le ha prese. A Doha c’è una sorta di ambasciata dei Fratelli Musulmani e c’era anche quella di Hamas, l’unica a farne le spese. Ma Doha continua a pagare il gruppo palestinese ritenuto terroristico sia, secondo l’intelligence, sottobanco ma anche attraverso i milioni di dollari che mensilmente fa arrivare a Gaza. Con il placet israeliano.

Il sostegno ai Fratelli Musulmani (il Qatar è stato accusato d foraggiare in passato Isis, Al Qaeda e Al Nusra tra gli altri), ha avvicinato Doha a Ankara. Con l’embargo anti qatariota deciso dai paesi del Golfo, i voli della Qatar Airways hanno potuto volare sorvolando l’Iran, mentre le scorte di cibo, che una volta arrivavano nel piccolo stato desertico del Golfo dalla vicina Arabia Saudita, unico confine terrestre del Paese, ora arrivano dalla Turchia, dove l’AKP di Erdogan è molto vicino ai Fratelli Musulmani osteggiati da Riad e Cairo e che gli Usa vogliono includere nell’elenco delle organizzazioni terroristiche. Situazione che, ovviamente, ha aumentato la presenza e l’influenza della Turchia, come dell’Iran, nell’area del Golfo.

E Israele? Quello che una volta era il nemico comune di tutti, che riusciva anche ad avvicinare sciiti e sunniti, iraniani e sauditi nell’odio o nell’avversione verso il Paese con la stella di Davide, è riuscito a cambiare le regole di ingaggio nell’area. Complice un’operazione notevole di Benjamin Netanyahu nell’area che, avrà pure problemi politici interni ma ha dimostrato lungimiranza in politica estera; complice la sempre più stretta alleanza con l’America di Donald Trump (che ha notevoli interessi economici in Arabia Saudita per uno scambio armi-petrolio e ha la sua più grande base militare del Golfo in Qatar soprattutto in chiave anti iraniana), i rapporti fra Israele e i Paesi del Golfo vanno verso un’inaspettata normalizzazione. È di pochi mesi fa l’annuncio che Israele parteciperà con un suo proprio padiglione all’Expo di Dubai del 2020, nonostante i due Paesi non abbiano relazioni diplomatiche. Ai voli israeliani è stato permesso di sorvolare sia Emirati Arabi che Arabia Saudita e Netanyahu ha stretto ottimi legami con il sultanato dell’Oman anche se i rapporti diplomatici sono interrotti dagli anni ’90. A Manama, in Bahrein, il 25 e 26 giugno, si terrà il forum economico sul Medio Oriente voluto da Trump e dal suo genero-consigliere Jared Kushner che dovrebbe svelare parte del piano economico contenuto nel Deal of the Century, il piano americano per il Medio Oriente osteggiato dalla Palestina. All’incontro parteciperanno, oltre a Usa e Israele, anche Arabia Saudita, Qatar ed Emirati Arabi, mentre Marocco e Giordania non hanno ancora sciolto la riserva. Il tutto, anche per riscrivere i rapporti di forza nel Golfo Persico.

@nellocats

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