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Washington-Riad: amicizia pericolosa

Se Obama aveva aperto il dialogo con l’Iran, Trump ha rilanciato l’alleanza con Riad. Vediamo perché

Il Presidente americano Donald Trump durante la sua visita in Arabia Saudita. Durante il primo viaggio a Riad, Trump ha affermato di aver firmato accordi per la vendita di 110 miliardi di dollari di armi americane. REUTERS/Jonathan Ernst/Contrasto
Il Presidente americano Donald Trump durante la sua visita in Arabia Saudita. Durante il primo viaggio a Riad, Trump ha affermato di aver firmato accordi per la vendita di 110 miliardi di dollari di armi americane. REUTERS/Jonathan Ernst/Contrasto

La scelta del Presidente Trump di allearsi strettamente con l’Arabia Saudita non è sorprendente. In fondo è quello che avevano fatto tutti i suoi predecessori, almeno a partire dalla rivoluzione khomeinista in Iran, con la sola eccezione di Obama, che aveva negoziato l’accordo nucleare con Teheran nella speranza di aiutare i moderati a emergere nella Repubblica islamica.

Nel caso dell’attuale capo della Casa Bianca, oltre agli interessi comuni tradizionali tra Washington e Riad, a spingerlo ci sono anche questioni economiche personali e nazionali e la speranza che il regno Saudita aiuti il genero Jared Kushner a convincere i palestinesi ad accettare il suo piano di pace con Israele. Forse però a Trump sfugge la gravità della lotta in corso all’interno dello stesso mondo sunnita e quindi gli effetti che la sua scelta di campo ha su queste relazioni altrettanto storiche e vitali per gli americani, come quelle con la Turchia e il Qatar, senza considerare poi i persistenti sospetti della complicità di Riad con alcuni gruppi terroristici.

Sul piano politico, la decisione del capo della Casa Bianca di tornare a scommettere sull’alleanza con i sauditi ha diverse spiegazioni. La prima sta nel fatto che lui ha sempre bocciato la linea di Obama del dialogo con l’Iran, che aveva portato all’accordo nucleare nella speranza che non solo frenasse lo sviluppo delle armi atomiche, ma aiutasse i moderati ad avere la meglio nel regime degli ayatollah. Non è chiaro quanto questa inversione di rotta sia dipesa dalle convinzioni geopolitiche di Trump e quanto da quelle dei suoi consiglieri, ma comunque la strada è stata imboccata fin dal principio della sua presidenza. Infatti Trump ha compiuto il primo viaggio all’estero del suo mandato proprio a Riad, dove è stato accolto con tutti gli onori, e dove il 20 maggio 2017 è stato premiato da re Salman con la massima onorificenza civile del regno, il collare di Abdulaziz al Saud. La speranza di Trump era che Riad diventasse il perno della stabilità nel Medio Oriente, magari frenando anche chi aveva aiutato gruppi terroristici come l’Isis in chiave anti iraniana, proprio perché non era più necessario appoggiarli, visto il fermo ritorno di Washington all’alleanza con i sunniti. Questa stabilità riguarda anche Israele, il principale punto di riferimento nella regione per Trump, convinto che l’Arabia possa costringere i palestinesi ad accettare il piano di pace preparato da suo genero Jared Kushner. Il Jerusalem Post infatti ha scritto che il principe Mohammed bin Salman ha offerto dieci miliardi di dollari ad Abbas affinché firmi l’intesa, senza successo però.  

L’altra ragione che ha spinto il presidente degli Stati Uniti a rilanciare il rapporto con Riad è quella economica. I più sospettosi vedono alla radice di questa scelta anche interessi personali. Nel 1991, quando era in serie difficoltà finanziarie, Donald Trump aveva venduto per 20 milioni di dollari il suo yacht personale al principe Alwaleed bin Talal, che poi nel 1995 gli aveva comprato anche l’hotel Plaza per 325 milioni di dollari, con il contributo di investitori di Singapore. Nel frattempo Alwaleed è caduto in disgrazia, ma nel 2001 i sauditi hanno acquistato l’intero 45esimo piano della Trump World Tower, trasformandolo poi in parte nella loro missione all’Onu. Lo stesso futuro presidente, durante un comizio elettorale tenuto nel 2015 in Alabama, era stato molto esplicito su queste relazioni: “L’Arabia Saudita e io andiamo molto d’accordo. Comprano appartamenti da me. Spendono 40, 50 milioni. Come potrebbero non piacermi?”.

Agli interessi personali si aggiungono quelli nazionali. Durante il primo viaggio a Riad, il capo della Casa Bianca aveva detto di aver firmato accordi secondo cui il regno si impegnava ad acquistare armi dagli Stati Uniti per 110 miliardi di dollari. Non era proprio così, ma questi scambi esistono e sono forti. Il segretario all’energia Perry ha segretamente approvato anche la vendita di sei reattori nucleari ai sauditi, che ha generato molte polemiche. Se infatti l’Arabia Saudita volesse dotarsi di risorse energetiche alternative al petrolio, potrebbe facilmente puntare sul solare. Ma la tecnologia atomica ha un doppio uso, anche militare, che forse è il vero obiettivo dell’operazione. Trump ha detto di recente che Riad ha speso complessivamente 450 miliardi di dollari negli Stati Uniti. Anche questa cifra è discutibile, e lui stesso ha rivelato di aver avuto una dura telefonata con il re, proprio per spingerlo a fare di più per finanziare la difesa del suo Paese. Nonostante questi screzi, non c’è dubbio che le relazioni economiche siano forti e abbiano un peso significativo anche su quelle geopolitiche. Ad esempio gli Stati Uniti hanno chiesto all’Arabia Saudita di aumentare la produzione di petrolio per tenere sotto controllo il prezzo del barile, dopo la decisione di imporre sanzioni per bloccare le esportazioni iraniane. L’oro nero alla fine potrebbe diventare un fattore di attrito fra i due Paesi, perché l’incremento delle estrazioni americane farà diminuire gli acquisti fatti dai pozzi sauditi, ma non siamo ancora al punto di rottura.     

Queste sono le ragioni principali per cui Trump ha puntato sull’Arabia Saudita e ha evitato di criticarla anche dopo l’omicidio di Jamal Khashoggi, o l’arresto di cittadini americani. Gli interessi economici e geopolitici sono troppo forti, per sacrificarli sull’altare del rispetto dei diritti umani. Due fattori, però, potrebbero ancora incrinare o complicare l’amicizia. 

Il primo è il sostegno per il terrorismo, che non è ancora superato. Gli aiuti sauditi che arrivavano all’Isis per contrastare l’Iran, prima ancora che Assad, si stanno forse esaurendo, ma ciò non ha impedito alla rivista Foreign Policy di pubblicare un recente saggio con questo titolo: “È ora che l’Arabia Saudita la smetta di esportare l’estremismo”. Trump in sostanza ha dato tutto il sostegno possibile a Riad, inclusa la volontà di dichiarare i Fratelli Musulmani un gruppo terroristico, ma in cambio non avrebbe ottenuto il guinzaglio al wahhabismo radicale che si aspettava. 

Questo punto si collega anche al secondo problema, cioè la sfida epocale in corso nella regione, che complica i piani degli Stati Uniti. Al confronto storico tra gli sciiti iraniani e i sunniti, si è aggiunta ora anche una profonda spaccatura nel secondo gruppo. Arabia, Egitto ed Emirati sono alleati da una parte, uniti dall’odio per i Fratelli Musulmani, mentre la Turchia e il Qatar li appoggiano. Questa lotta riguarda indirettamente anche l’Italia, perché viene combattuta per procura pure in Libia, dove il primo gruppo sunnita appoggia il generale Haftar, mentre il secondo sta col Governo di Sarraj. Puntando sull’Arabia Saudita, Trump ha fatto una scelta di campo anche in questa disputa epocale. E così non ha solo spiazzato Roma, da sempre più vicina a Sarraj, ma ha anche sancito la quasi rottura con la Turchia, Paese membro della Nato e tradizionale alleato militare degli Stati Uniti, che adesso vuole comprare missili e aerei dalla Russia.   

@PMastrolilli

Questo articolo è pubblicato anche sul numero di luglio/agosto di eastwest.

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