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Alleanze e fratellanze pericolose

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Con Erdogan, la Turchia si è riconciliata con la propria anima orientale e islamica, oltre che a storici nemici, suoi e dei suoi alleati occidentali

Il Presidente iraniano Hassan Rouhani, il Presidente russo Vladimir Putin e il Presidente turco Recep Tayyip Erdogan durante un incontro a Sochi per la promozione del processo di pacificazione siriano. Sergei Chirikov/Pool via REUTERS
Il Presidente iraniano Hassan Rouhani, il Presidente russo Vladimir Putin e il Presidente turco Recep Tayyip Erdogan durante un incontro a Sochi per la promozione del processo di pacificazione siriano. Sergei Chirikov/Pool via REUTERS

La Turchia di Erdogan nel mondo arabo ne ha indovinate poche in questi anni e forse anche per questo si aspetta, prima o poi, una rivincita. L’attenzione oggi si sta concentrando sul Nordafrica e la Libia dove Arabia Saudita ed Emirati, insieme all’Egitto del generale al-Sisi, sostengono il capo della Cirenaica Khalifa Haftar. Mentre Ankara, con il Qatar e in parte all’Italia, appoggia il Governo di Tripoli, la città di Misurata e la Fratellanza Musulmana.

In realtà la Turchia ha già subito nel quadrante arabo disfatte da cui non è ancora uscita. La maggiore è stata in Siria dove Erdogan, insieme alle monarchie del Golfo e con l’approvazione occidentale, ha appoggiato i gruppi jihadisti per far fuori Bashar Assad e il regime baathista di Damasco. L’altra è stata la caduta dei Fratelli Musulmani del presidente Mohammed Morsi a opera del colpo di stato di al-Sisi nel 2013, una ferita lancinante. Qui Arabia Saudita ed Emirati, diventati avversari dei Fratelli Musulmani dopo averli usati per decenni, hanno sostenuto e continuano a finanziare al-Sisi in una convergenza di interessi tra l’America di Trump, Riad e Abu Dhabi, determinati a eliminare l’Islam politico ritenuto una minaccia alla stabilità delle monarchie assolute del Golfo. Questo asse è stato denominato “Nato araba”, dovrebbe coinvolgere l’Egitto e soprattutto ha come “guardiano” esterno Israele.

Gli effetti di questo quadro di alleanze hanno riflessi sull’atteggiamento della Turchia nel mondo arabo ma anche nell’Egeo dove si gioca la partita del gas con il progetto Eastmed che secondo l’accordo 2017 firmato da Israele, Italia, Grecia e Cipro dovrebbe attraversare l’Egeo per sfruttare le risorse di gas di questi Paesi ma anche dell’Egitto. Una partita energetica e strategica cui la Turchia è ipersensibile e attiva.

La sconfitta in Siria è stata arginata dai rapporti con la Russia, con la quale Erdogan era stato sull’orlo della guerra dopo l’abbattimento nel novembre 2015 di un caccia Sukhoi. Ma anche dalle relazioni più intense intrattenute con la Repubblica islamica dell’Iran che ha combattuto a fianco di Assad e in Iraq insieme alle milizie sciite e agli Hezbollah libanesi.

Un paradosso: per frenare l’ascesa delle milizie curde schierate contro l’Isis, ritenute da Ankara strette alleate del Pkk, la Turchia, membro storico della Nato dal 1953, ha dovuto scendere a patti con Putin e con gli ayatollah. Non è un caso che quando si è verificata la crisi tra le monarchie del Golfo e il Qatar nel 2017, scatenata proprio dal sostegno dei qatarini ai Fratelli Musulmani, con l’assedio economico e diplomatico guidato da sauditi, siano venuti in soccorso di Doha sia i turchi (che in Qatar hanno un consistente contingente militare) che gli iraniani.

Ma da dove vengono i rapporti dell’attuale dirigenza turca con i Fratelli Musulmani? In realtà tra turchi e arabi c’è sempre stata una certa diffidenza. Il problema è insito nella doppia identità turca, radicata contemporaneamente in due mondi diversi, quello occidentale − ovvero il continente e la civiltà europea − e quello asiatico, di cui il patrimonio culturale islamico-arabo è parte inseparabile. È dalla sua nascita come Repubblica, nel 1923, che la Turchia vive il conflitto ideologico, culturale e politico che deriva da questa doppia origine: la Turchia di Erdogan ha tentato di trasformarla in un asset per allargare la sua influenza politica ed economica nel Medio Oriente.

Vediamo come si è arrivati al legame tra Turchia e Fratelli Musulmani e quali sono state le conseguenze.

La fine dell’Impero ottomano e la dissoluzione dopo la Prima guerra mondiale del Califfato da parte di Mustafa Kemal Ataturk aprono una crisi nel mondo musulmano: la prima risposta islamica è la creazione del 1928 in Egitto da parte di Hassan al-Banna dei Fratelli Musulmani.

L‘Islam, dice al-Banna, è un ordine superiore e totalizzante che deve regnare incontrastato sulle società musulmane perché è al tempo stesso dogma e culto, patria e nazionalità, religione e Stato, spiritualità e azione, Corano e spada.

L’obiettivo di al-Banna - del quale, alla vigilia della caduta di Mubarak nel 2011, incontrai al Cairo Gamal, l’anzianissimo fratello minore - è imporre la supremazia della sharia, la legge islamica, con un processo di integrazione tra gli Stati islamici che deve sfociare nell’abolizione delle frontiere e nella proclamazione del Califfato. Insomma l’Isis, che proclamò con al-Baghdadi il Califfato a Mosul nel 2014, non era poi così lontano dall’ideologia dei Fratelli Musulmani.

Le origini del rapporto della Turchia con i Fratelli Musulmani risalgono ancora agli anni Trenta e Quaranta e si svilupparono negli anni Settanta quando le organizzazioni islamiste vennero usate per contrastare l’ideologia comunista.

Il primo “Fratello” turco eminente è proprio Necmettin Erbakan − come confermò pubblicamente nel ’96 uno dei leader dei Fratelli Musulmani egiziani − capo del movimento nazionalista religioso Milli Gorus che poi diventerà Primo Ministro. Mentore di Erdogan, sarà sbalzato dal potere da un “golpe bianco” dei militari.

Ma c’è una storia che quasi nessuno racconta legata alla confraternita della Naqshbandyya, una “tariqa” molto antica, che vantava la sua origine dai discendenti di Maometto e fu in seguito associata al grande mistico del 14° secolo Muhammad Baha al-Din al Naqshbandi, da cui ha preso la denominazione.

I Naqshbandi, detti anche Naksibendi in Turchia, hanno avuto un ruolo chiave nelle sotterranee solidarietà della politica mediorientale. In Turchia la confraternita dei Naksibendi nel dopoguerra trova il suo rinnovatore nell'imam Mehmet Zahid Kotku. È lui a trasformare il sonnolento ordine della Naqshbandyya in una vera scuola socio-politica: sono stati seguaci di Kotku il Presidente Turgut Ozal, che fece diverse aperture ai Paesi arabi, il premier islamista Erbakan e lo stesso Presidente Erdogan, poi capo del partito musulmano Akp.

Izzat Ibrahim al Douri, vice di Saddam Hussein, era anche lui un membro della confraternita Naksibendi e furono queste credenziali religiose che lo avevano reso affidabile anche gli occhi del Califfato e del suo capo Abu Baqr al-Baghdadi che si vantava di essere membro di questa tariqa. Non stupisce quindi che i baathisti iracheni abbiano dato una mano importante all’ascesa dello Stato Islamico di al-Baghdadi nel Levante, come dimostrava il messaggio caloroso rivolto ai jihadisti con cui nel 2014 era riaffiorato alle cronache Izzat Ibrahim al-Douri dopo un decennio da imprendibile latitante tra Siria e Iraq.

Fu un altro fratello musulmano, Khaled Meshal, capo di Hamas e allora in esilio a Damasco (e poi in Qatar), a convincere nel 2011 il Ministro degli Esteri turco Davutoglu e lo stesso Erdogan che la rivolta contro Assad avrebbe avuto successo.

Fu allora che si progettò di aprire l’”autostrada del Jihad” dalla Turchia alla Siria che portò migliaia di jihadisti ad affluire nel Levante arabo con gli effetti devastanti che conosciamo.

Tutto questo lo hanno scritto i giornalisti turchi, lo hanno visto i cronisti che hanno seguito sul campo le battaglie siriane e lo racconta anche in un’intervista in carcere a Homeland Security l’“ambasciatore” del Califfato Abu Mansour al-Maghrabi, un ingegnere marocchino che arrivò in Siria del 2013. “Il mio lavoro era ricevere i foreign fighters in Turchia e tenere d’occhio il confine turco-siriano. C’erano degli accordi tra l’intelligence della Turchia e l’Isis. Mi incontravo direttamente con il Mit, i servizi di sicurezza turchi e anche con rappresentanti delle forze armate. La maggior parte delle riunioni si svolgevano in posti di frontiera, altre volte a Gaziantep o ad Ankara. Ma i loro agenti stavano anche con noi, dentro al Califfato.”

L’Isis, racconta Mansour, era nel nord della Siria e Ankara puntava a controllare la frontiera con Siria e Iraq, da Kessab a Mosul: era funzionale ai piani anti-curdi di Erdogan e alla sua ambizione di inglobare Aleppo.

E quando il Califfato, dopo la caduta di Mosul, ha negoziato nel 2014 con Erdogan il rilascio dei diplomatici turchi ha ottenuto in cambio la scarcerazione di 500 jihadisti per combattere nel Siraq. “La Turchia proteggeva la nostra retrovia per 300 chilometri: avevamo una strada sempre aperta per far curare i feriti e avere rifornimenti di ogni tipo, mentre noi vendevamo la maggior parte del nostro petrolio in Turchia e in misura minore anche ad Assad.” Mansour per il suo ruolo era asceso al titolo di emiro nelle gerarchie del Califfato e riceva i finanziamenti dal Qatar.

Adesso in gran parte i reduci del jihadismo, di Al Qaida e dell’Isis, che hanno avuto il sostegno della Turchia e di alcune monarchie del Golfo sono asserragliati a Idlib, nel nord siriano, a poche decine di chilometri dal confine turco. La loro via di uscita è possibile con un accordo tra la Turchia e la Russia di Putin che ha appena fornito i suoi missili S-400 ad Ankara sfidando la Nato.

Ma dipende anche dal ruolo dei Paesi arabi: i sauditi, che sono decisi a farla finita con la Fratellanza Musulmana, i tunisini che hanno avuto nel Levante migliaia di foreign fighters, e avranno un’influenza le stesse vicende della Libia, dove contro Haftar combattono miliziani addestrati in Turchia.

Quando si pensa ai legami che uniscono o dividono i protagonisti della scena mediorientale niente deve essere trascurato e alcuni di questi possono apparire sorprendenti soltanto perché li ignoriamo o vogliamo ignorarli.

@negrialbe

Questo articolo è pubblicato anche sul numero di settembre/ottobre di eastwest.

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