Passato il voto di metà mandato, la carovana di migranti centroamericani ha ripreso ad agitare la Casa Bianca.


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Il primo scoop è del Military Times e di Newsweek, che scrivono che l’amministrazione Trump ha dato l’autorizzazione alle truppe schierate al confine con il Messico di utilizzare la forza – anche letale, se necessario – contro i migranti per difendere gli agenti di polizia frontaliera da eventuali aggressioni. Attualmente ci sono circa 5900 soldati in servizio alla frontiera sud-occidentale: li ha fatti mandare Trump a fine ottobre e aveva detto di volerne alzare il numero fino a 15mila, cioè più di quelli impegnati in Afghanistan.

In sostanza il “memorandum”, così è stato descritto, permette ai militari di svolgere alcuni compiti di sicurezza pubblica, inclusa la possibilità di compiere arresti. Il segretario della Difesa JimMattis ha cercato di minimizzare l’estensione dei poteri, ma è probabile che anche questa ordinanza possa venire sospesa da un giudice, dato che potrebbe entrare in conflitto con una legge – il Posse Comitatus Actdel 1878 – che proibisce di utilizzare l’esercito al posto delle forze dell’ordine, salvo alcuni casi particolari. Secondo Politico, il capo dello staff John Kelly e la segretaria della Sicurezza interna Kirstjen Nielsen si sarebbero inizialmente opposti alla misura, spinta invece dal “falco” e consigliere del presidente Stephen Miller. Trump non va d’accordo con Nielsen, e circola la voce che potrebbe licenziarla dalla Casa Bianca.

L’altro scoop – passato più sottotraccia – è invece del Washington Post e porta la firma del giornalista Nick Miroff, molto ben informato su questi temi. Gli Stati Uniti, si legge in alcuni documenti ufficiali, starebbero preparando un piano per impedire l’ingresso sul suolo americano a quei richiedenti asilo che non dimostreranno di provare un “ragionevole timore” per la propria incolumità in Messico.

Il piano si chiama Remain in Mexico e segnerebbe una svolta nelle politiche americane sull’immigrazione. Finora i richiedenti asilo che superavano il questionario iniziale potevano infatti rimanere negli Stati Uniti ed evitare la deportazione fino a quando un giudice non avesse esaminato il loro caso e accolto o respinto la domanda: l’attesa poteva durare mesi, se non anni. A Donald Trump questo sistema, soprannominato catch and release (cattura e rilascia), non piace affatto e ha sempre detto di volerlo riformare.

Ma c’è un problema. Il piano Remain in Mexico, come indica già il nome, prevede che i richiedenti asilo negli Usa – oggi sono soprattutto centroamericani – restino in Messico ad aspettare il giorno dell’udienza davanti ad un giudice dell’immigrazione. Le leggi messicane però non consentono questa cosa, e quindi gli Stati Uniti avranno necessariamente bisogno di un accordo con il Messico.

Tra pochi giorni, il 1° dicembre, avrà ufficialmente inizio il mandato di Andrés Manuel López Obrador (Amlo), il nazionalista di sinistra che guiderà il Messico per i prossimi sei anni. Ma non è ancora chiaro quale sarà l’approccio della nuova amministrazione nei confronti di Trump: a settembre però Washington e Città del Messico stavano negoziando un accordo migratorio – ne avevano parlato sia il New York Times che il settimanale messicano Proceso –, e il team di Amlo si era mostrato assolutamente contrario. C’è molto in ballo nella relazione tra Messico e Stati Uniti e per questo è importante mantenere rapporti di buon vicinato: ma i tempi sono incerti, sostiene l’Economist.

Questa settimana si è discusso di militari e del loro ruolo anche in Messico. La crisi della sicurezza nel Paese è molto grave e i corpi di polizia sono male addestrati e sottodimensionati, quindi è l’esercito a mantenere l’ordine nelle strade. Ma questa strategia, in vigore dal 2006, si è rivelata un disastro: la violenza non è diminuita, mentre sono aumentati gli abusi verso i civili.

In campagna elettorale López Obrador aveva promesso il rientro dei soldati nelle caserme. Ma ora ha cambiato idea: ha detto anzi che la Polizia federale andrà a scomparire per lasciare il posto alla Guardia nazionale, ossia un corpo intermedio di sicurezza formato sia da militari che da civili, sotto la direzione dell’esercito.

La Costituzione messicana impedisce però alle forze armate di agire nell’ambito della pubblica sicurezza. Il partito di López Obrador, Morena, ha dunque presentato questa settimana una proposta di riforma costituzionale in modo da legalizzare l’operato della Guardia nazionale: Animal Político ne riassume bene i punti principali. Per modificare la Costituzione è necessario il voto favorevole dei tre quarti del Congresso, e la coalizione di Morena possiede tutti i voti richiesti senza doversi appoggiare ai partiti esterni alla maggioranza.

Temendo rischi per i diritti umani, il segretario generale di Amnesty International Kumi Naidoo ha chiesto a López Obrador di ripensarci e di non proseguire sulla strada della militarizzazione, ma di investire piuttosto nel potenziamento delle forze di polizia.

@marcodellaguzzo