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RETROSCENA

Usa: il trumpismo violento dell’estrema destra

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Usa: mai come durante la presidenza Trump l’estrema destra è stata protagonista della scena politica. Ma quanto populismo, fake news e teorie del complotto saranno un pericolo per l’America lo scopriremo presto

Membri del Boogaloo Bois tengono un rally fuori dallo State Capitol a Lansing, Michigan, Stati Uniti, 17 ottobre 2020. REUTERS/Rebecca Cook

Nei giorni successivi al voto del 3 novembre, mentre l’America seguiva un conteggio lento ma scontato, il Presidente Trump, i suoi figli e diverse figure importanti dell’universo trumpiano lanciavano la loro guerra contro il furto del voto. I toni erano quelli di una minoranza politica che vive in un Paese dove un partito domina gli apparati e gestisce a suo piacimento il risultato elettorale, rendendo l’opposizione una minoranza permanente. Peccato che quella minoranza sieda alla Casa Bianca, abbia la maggioranza in Senato, controlli due Stati (Arizona e Georgia) di quelli dove il conteggio delle schede è durato a lungo e possa contare su una solida maggioranza alla Corte Suprema.

Nelle stesse ore i principali social network chiudevano pagine, segnalavano i tweet del Presidente Trump come fuorvianti e cancellavano in maniera permanente un video nel quale l’ex consigliere della Casa Bianca Steve Bannon consigliava di decapitare il dottor Anthony Fauci e di appiccare la sua testa sui cancelli della Casa Bianca a monito: se si serve il presidente si applica la sua linea. Toni simili a quelli usati sui social network da Don jr, il primogenito di Trump, che parla di Repubblica delle banane e di guerra. I toni usati sono quelli dell’estrema destra, non del conservatorismo tradizionale.

La violenza razzista

Mai come durante la presidenza Trump l’estrema destra statunitense è stata protagonista della scena politica ed ha avuto accesso e ascolto ai piani alti delle istituzioni. E, in tempi moderni, mai come durante la presidenza Trump si sono verificati episodi di violenza razzista. La pubblicazione di un rapporto dell’FBI sulla minaccia terroristica interna, la cui pubblicazione era prevista per giugno scorso, è stata rinviata a dopo il voto – si dice per non disturbare il Presidente, già in conflitto con il capo dell’agenzia, reo di non perseguire Obama, Clinton e Biden per i complotti orditi ai suoi danni. Certo è che la minaccia terroristica interna esiste e sebbene non vada necessariamente esagerata, basta ricordare che per come circolano le armi negli States non serve una organizzazione capillare ed efficiente per produrre una strage: sono diverse quelle che lupi solitari hanno perpetrato negli ultimi anni, un combinato di follia e marginalità nutrito di idee razziste, suprematiste bianche e teorie del complotto.

A partire dal 2016 una galassia di gruppi, organizzazioni cresciute in rete e personaggi che catalizzano l’attenzione mediatica sono riusciti nell’intento di guadagnarsi un posto alla luce del sole e divenire protagonisti. Si tratta di una destra estrema rinnovata nei simboli, nelle modalità organizzative e persino nelle parole d’ordine. I nomi di questa galassia che è stata sospinta ed ha sospinto la presidenza Trump sono molti: Alt-right, Boogaloo Bois, i Proud Boys. A differenza dei vecchi Ku Klux Klan, delle organizzazioni neofasciste e neonaziste, questi sono gruppi senza un’organizzazione, cresciuti in rete e nei social media meno noti come 4Chan e Redditt grazie a hashtag e meme lanciati in rete e a una presenza in strada pensata per creare episodi di tensione da riprendere in video e usare per reclutare. Questi gruppi riusano e rimasticano vecchie idee ma adattandole alla contemporaneità, si parla di orgoglio occidentale e maschile, di sostituzione etnica dei bianchi da parte degli immigrati e si diffondono pregiudizi anti islamici e messicani. Non tutte queste realtà sono necessariamente violente ma creano un clima nel quale la violenza e certi atti vengono giustificati. Se la civiltà occidentale e l’identità del maschio occidentale sono in pericolo occorrerà pur reagire.

Trump e l’elettorato di estrema destra

E la grande affluenza alle urne dell’elettorato di destra, che ha portato il Presidente a perdere le elezioni come il secondo candidato presidente più votato della storia (essendo Biden il primo), ci racconta di una parte importante della società statunitense che non è a disagio a stare in compagnia di certi gruppi. La relazione tra l’amministrazione Trump e questi gruppi passa per molti canali: c’è l’interlocuzione su Twitter, con la ripresa di meme e teorie da parte del Presidente e il rilancio da parte degli account della galassia di destra di improbabili teorie presidenziali, da ultimo durante i giorni dello spoglio del voto.

C’è il sostegno esplicito dato da figure come Richard Spencer, leader della Alt-right, al grido di “Heil Trump”, naturalmente derubricato come una cosa scherzosa – il grido veniva scandito da Spencer e dalla sala chiusa agli estranei che assisteva al suo discorso in un video rubato diffuso dal mensile The Atlantic. E poi ci sono le figure che occupano posti all’interno dello staff del Presidente. La vice direttrice della comunicazione del Presidente, Julia Hahn, cui l’HateWatch del Southern Poverty Law Center dedica un ritratto, ha lavorato per Breibart News quando alla testa c’era Steve Bannon e prima ancora ha lavorato a The Social Contract, casa editrice e trimestrale nazionalista bianco fondato da un vecchio guru del suprematismo John Tanton. Un esempio di quel che ci si può trovare viene da questo articolo. “Perché una società sana di mente dovrebbe accogliere un gran numero di nemici storici? La correttezza politica è una scelta suicida per la nostra civiltà. Siamo infestati da una forza aliena che cerca, come i Borg, di assimilarci al suo sistema totalitario di religione e società”. Hahn ha anche avuto contatti frequenti con Peter Bigelow, fondatore di Vdare e altra figura storica dell’estrema destra razzista americana che ha elogiato le politiche migratorie dell’amministrazione Trump perché in effetti “i messicani sono specializzati nello stupro dei bambini”.

A proposito di immigrazione, Hahn è una sodale di Stephen Miller, stratega del Presidente cui si devono tutte le misure sull’immigrazione, dal muslim ban fino alla separazione delle famiglie al confine. Miller è uno dei pochi non di famiglia ad aver avuto il privilegio di rimanere al fianco del presidente per i quattro anni del mandato. L’ossessione di Miller per l’immigrazione e la sostituzione dei valori occidentali si è tradotta in una delle poche costanti dell’azione dell’amministrazione repubblicana che lascerà la Casa Bianca nel gennaio 2021.

I Proud Boys

L’episodio più visibile di questo legame è il rifiuto di Trump di condannare i Proud Boys durante il primo dibattito con Joe Biden. I “ragazzi fieri” sono il gruppo più popolare del 2020 e sono un mix di conservatorismo spinto (l’impresa al centro, isolazionismo, culto delle armi e della mascolinità) e cultura digitale. Il gruppo è un’idea di Gavin McInnes, tra i fondatori di Vice News, barba, taglio di capelli, tatuaggi e occhiali hipster, sembra il barista di un locale alla moda di Brooklyn. Cinquant’anni, canadese, McInnes è capace di svicolare dalla questione sull’essere di estrema destra con grande abilità e presentando il suo come un club di bravi ragazzoni. L’idea di vestire la maglietta Fred Perry gialla e nera da portare alle marce deve essere di McInnes, una divisa di gruppo, un segno di riconoscimento fa identità e la Fred Perry è un simbolo della subcultura skinhead – tolta per questo dal commercio negli Stati Uniti dal marchio. Essere un Proud Boy in un mondo che cambia è insomma non sentirsi marginalizzati perché si odiano la globalizzazione, il femminismo e i diritti degli omosessuali e la propria serata ideale è quella in cui si tracanna birra, ci si dà delle grandi pacche mentre si ride per battute sessiste e razziste che prendono in giro quegli smidollati dei liberal. L’iconografia è quella dei simboli della rivoluzione americana e delle aquile dipinte sulle auto con l’aerografo.

Una buona sintesi di come questi gruppi evitino di precipitare nel vecchio suprematismo la fa Derek Black, un ex membro intervistato dalla radio pubblica americana NPR: “Non si usano epiteti razzisti ma il linguaggio delle vittime: la maggioranza silenziosa. Le vere vittime sono persone come te e me, che si battono contro le forze del politicamente corretto, contro le forze della discriminazione. La vera discriminazione è contro le persone che ci assomigliano”.

Le teorie del complotto

Fare la vittima di complotti è uno degli sport preferiti dal Presidente Trump, che perde le elezioni perché l’oscuro deep state ha ordito una trama per farlo fuori. Di teorie del complotto si nutre anche questo popolo, che rilancia le teorie QAnon, che vogliono che lo Stato sia in mano a pedofili satanisti e che Trump sia lì per combatterli. Probabilmente molte delle figure chiave di queste aree politiche non credono affatto a queste sciocchezze, ma sanno che in giro c’è chi ci cascherà e per questo le rilanciano.

Su Vdare, mentre la campagna Trump invocava l’azione per difendere il voto, leggiamo (prendiamo frasi a caso): “Il partito democratico è diventato il partito dei neri e se vincerà le implicazioni saranno enormi. 27mila rifugiati pronti a entrare, 27mila Ilhan Omar (la rappresentante di origine somala del Minnesota) pronte a disperdersi nelle cittadine d’America. Biden non ha fatto campagna perché sapeva – lui o i suoi uomini − che tutto si sarebbe aggiustato”. Nel partito repubblicano figure estreme come l’astro nascente Jim Jordan tendono a rilanciare le teorie sulle frodi elettorali (come hanno usato quelle contro Hunter Biden in campagna elettorale) e resta da capire se e come, dopo la sconfitta di Trump continueranno ad avere un ruolo centrale. Il successo elettorale del presidente in termini di voti – e quindi anche potenzialmente di eletti in sintonia con lui – lascia immaginare una lunga partita dentro al partito repubblicano.

Che ruolo giocheranno nella partita tutti i gruppi estremi cresciuti negli anni di Trump? Quanto sapranno usare la sconfitta e la retorica sui neri che fanno vincere i democratici (a Detroit, Atlanta, Philadelphia) per reclutare e rendersi visibili? E soprattutto, quanto le teorie del complotto disseminate in rete in questi anni produrranno mostri come Dylan Roof, che nel 2015 uccise 9 persone afroamericane in una chiesa di Charleston o Patrick Crusius che nel 2019 uccise 23 latinos in un centro commerciale di El Paso. La dinamica del reclutamento, della conversione del lupo solitario, la ricerca di identità, il sentirsi parte di qualcosa non è dissimile dalla dinamica che osserviamo nei giovani di seconda generazione reclutati dall’Isis. Cambiano pratiche e il fatto che in America circolano troppe armi.

In questi anni abbiamo visto azioni dimostrative dei gruppi dell’estrema destra: confronti di piazza con i manifestanti di Portland, tensioni con Black Lives Matter, violenze e provocazioni. E anche qualche morto. Ma anche la presenza di militanti armati nell’edifico dell’Assemblea statale del Michigan per protestare contro il lockdown. Mesi dopo, un gruppetto di militanti preparava il rapimento della governatrice dello Stato Whitmer. Se, come e quanto anni di propaganda, fake news e teorie del complotto e il disagio di una componente della società bianca diverranno un pericolo per gli Stati Uniti lo scopriremo presto. Già nei mesi che separano Donald Trump dal trasloco di fine gennaio.

Questo articolo è pubblicato anche sul numero di novembre/dicembre di eastwest.

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@minomazz

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