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ITALIA CHIAMA EUROPA

Vaccino Covid: cosa c’è dietro lo sprint inglese

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Perché in Inghilterra stanno già procedendo alla somministrazione del vaccino Covid e in Europa partiremo solo a fine gennaio? La risposta sta nell’azzardo di chi ha voluto la Brexit

Grace Thomson riceve il vaccino Pfizer/BioNTech da Paula McMahon, il primo giorno del più grande programma di immunizzazione nella storia britannica, al Louisa Jordan Hospital, a Glasgow, Scozia, Gran Bretagna, 8 dicembre 2020. Jeff J Mitchell/Pool via REUTERS

Ma perché il Regno Unito ha iniziato a vaccinare i sudditi di Sua Maestà e in Italia (e nel resto d’Europa) le prime dosi verranno somministrate solo a fine gennaio 2021? La risposta non sta nella prontezza degli inglesi ma semplicemente nell’azzardo dei suoi governanti.

Le procedure per l’autorizzazione del vaccino infatti vengono applicate dall’Ema, l’Agenzia medica europea che aveva sede proprio a Londra e che dopo la Brexit si è trasferita in Olanda. Si tratta di protocolli rigorosi, pur soggetti a un iter detto “fast track” che ha saltato numerosi passaggi tecnico-burocratici, protocolli atti a evitare effetti collaterali da parte di chi riceverà il siero che scatenerà la reazione immunitaria. Ma l’Inghilterra della Brexit, stremata più di ogni altro Paese d’Europa da questa pandemia, per dimostrare che non ha bisogno dell’Unione, ha deciso di fare da sola. In fondo i consiglieri scientifici di Boris Johnson sono gli stessi che avevano predicato a inizio pandemia l’immunità di gregge, da raggiungere senza particolari misure e precauzioni.

Il primo a rendersi conto della sciaguratezza di quella politica sanitaria (ma sarebbe meglio dire dell’assenza di una politica sanitaria), come è noto, è stato lo stesso Boris Johnson, che poi ha cambiato parzialmente la rotta.
In realtà l’Unione europea, attraverso la Commissione guidata da Ursula von der Leyen, è stata la prima occuparsi dei vaccini, finanziando a febbraio la ricerca (500 milioni di euro), negoziando – durante l’estate –  con le multinazionali farmaceutiche produttrici più affidabili l’acquisto delle dosi (due miliardi in tutto, per 460 milioni di abitanti circa) e naturalmente sottoponendole ai severi controlli dell’Ema (la prima autorizzazione dovrebbe arrivare il 29 dicembre).

Procedure lente? Non molto, se pensiamo che i tempi di sviluppo di un vaccino sono in media dieci anni e in questo caso ce ne abbiamo messo uno. Oltre questo tempo, anche se siamo nel secondo millennio, varchiamo i confini dell’ignoto, perché in campo scientifico per conoscere con approssimazione le conseguenze di un farmaco bisogna aspettare la reazione sulle cavie e sui volontari. Ci vuole tempo e il tempo non siamo ancora riusciti a produrlo.

La distribuzione, come è noto, spetterà ai Governi nazionali, che hanno la sovranità assoluta in campo medico e sanitario. L’Italia, ad esempio, sta organizzando la somministrazione di 202 milioni di dosi. Quelle che avanzeranno in tutta Europa, dopo i richiami, verranno donate ai cosiddetti Stati “amici”, come i Paesi balcanici fuori dall’Unione e ad altri Stati del Terzo Mondo (cui l’Unione ha già donato 18 miliardi a fondo perduto per potenziare i sistemi sanitari). Quanto alla Gran Bretagna, Dio salvi la Regina, che ha già annunciato che si sottoporrà al vaccino, e i suoi sudditi. Perché il “salto” di molte procedure di sicurezza, in campo scientifico, può costare molto caro.

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L'AUTORE

Francesco Anfossi

Caporedattore di Famiglia Cristiana e responsabile web per lo stesso settimanale.
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