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Brexit, i nodi vengono al pettine

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La Brexit sta già portando non pochi problemi alle piccole e medie imprese. Le organizzazioni di categoria sono furibonde con Johnson, che ha anche le colpe di una cattiva gestione della pandemia

Un pescatore tira una rete di sardine al porto di Newlyn, Gran Bretagna, 29 dicembre 2020. REUTERS/Tom Nicholson

Chicken are coming home to roost” è il modo in cui gli americani dicono “I nodi vengono al pettine”. La versione britannica di questi giorni potrebbe essere “I pesci tornano al mare”. Ma anche la carne o i camion delle imprese che fanno logistica. I primi giorni del 2021 e della Brexit stanno facendo scoprire ai cittadini di Sua Maestà britannica i costi dell’uscita dall’Europa. Il risveglio più brusco è per i proprietari di piccole e medie imprese. I media d’Oltremanica sono pieni di segnalazioni e i valichi frontalieri intasati, da una parte e dall’altra del mare.

Il mercato del pesce e della carne

I primi e più arrabbiati sono i pescatori, che come ricorderete sono stati uno degli ultimi scogli all’accordo con l’Europa, assieme al confine tra Repubblica d’Irlanda e Irlanda del Nord. I camion frigorifero dei pescatori scozzesi un paio di giorni fa sono scesi su Londra e hanno circondato Westminster per protestare per la situazione. I mercati del pesce sono vuoti e, si lamentano allevatori di salmone e pescatori, le carte da riempire per passare la dogana sono troppe. Nel caso specifico, come in quello di altri prodotti a deperimento rapido, il tema è quello del tempo necessario per riempire le bolle di accompagnamento di prodotti che devono attraversare le nuove frontiere.

Con i pescatori, hanno protestato anche importatori ed esportatori di carne: il Times racconta di decine di camion fermi a Rotterdam e Calais. Le lungaggini burocratiche, che impediscono al pesce di arrivare fresco sui banchi di vendita e quindi accorciano il tempo in cui questo si può vendere, stanno facendo calare i prezzi. Alcuni pescatori non escono, mentre altri viaggiano fino in Danimarca per scaricare e vendere. L’industria della lavorazione locale, pure, ne sta soffrendo. I mercati all’ingrosso, come mostrano le foto del più grande mercato del pesce europeo a Peterhead, sono vuoti. A lamentarsi non solo gli scozzesi, anche il Sud Est, che a differenza della Scozia ha votato per uscire, non se la passa troppo bene. Le perdite giornaliere per il settore si aggirano intorno al milione di sterline. Non sfugga che Peterhead si trova in Scozia, quella parte del Paese che potrebbe decidere di tenere un secondo referendum sull’indipendenza e per il ritorno nell’Unione europea.

Le organizzazioni di categoria sono furibonde con Boris Johnson e il suo Governo. Sia il premier che, ad esempio, il Segretario per il Nord Irlanda, hanno provato a spiegare che la causa degli scaffali vuoti sono le difficoltà dell’economia generate dal coronavirus. Nessuna tra le categorie coinvolte sembra crederci. In una lettera, la National Federation of Fishermen’s Organisations accusa il premier conservatore di aver sacrificato l’industria: “Non è il fatto che siete stati costretti a cedere di fronte a un avversario intransigente e potente che causa rabbia in tutto il nostro settore, è che avete cercato di presentare l’accordo come un grande successo quando è palesemente chiaro che non lo è”.

Piccole e medie imprese

Ma non dal pesce che rischia di andare a male vengono i guai. Avalara, impresa di consulenza fiscale segnala che fino all’anno scorso erano 150mila gli esportatori che vendono prodotti online e che verranno colpiti dai nuovi costi. Naturalmente si tratta di piccole e medie imprese, che i colossi, si sa, si attrezzano, pagano consulenti, hanno modo di riorganizzare produzione o distribuzione. Ma i piccoli, che fino a ieri usavano codici fiscali e partite Iva britanniche oggi devono aprirne in ciascun Paese europeo (scrive ITV), il che implica una spesa attorno alle 30mila sterline. Awesome Books, libreria nuovo e usato online con sede a Oxford, ha dovuto alzare i prezzi di copertina del 15-20% per coprire le perdite. Il risultato lo immaginate da soli. Il New York Times racconta di una fabbrica di pitture speciali di Hull che teme di non poter reperire materiali e sostanze indispensabili alla sua produzione. “Una preoccupazione che è diffusa in tutta l’industria chimica britannica, che vale 33 miliardi di sterline all’anno”.

Esempi diversi di un accordo arrivato all’ultimo momento e senza che tutti i dettagli fossero chiari. Specie per le imprese. Il paradosso – per un voto che, come altri sommovimenti populisti e sovranisti degli ultimi anni, nasce molto contro la globalizzazione e l’impatto della concorrenza dei grandi gruppi internazionali – è che a pagare sono quei ceti medi imprenditoriali che avrebbero dovuto guadagnarci. Probabilmente nei mesi a venire le imprese si adegueranno, si abitueranno ai nuovi passaggi e li sbrigheranno in minor tempo.

Probabilmente nei mesi a venire le imprese si adegueranno, abitueranno ai nuovi passaggi e li sbrigheranno in minor tempo. Nel frattempo molti avranno chiuso e nell’ultimo sondaggio disponibile, il Labour party ha superato i conservatori di Boris Johnson che, non dimentichiamolo, porta anche qualche colpa per la gestione della pandemia.

L'AUTORE

Martino Mazzonis

Giornalista e ricercatore, è autore di Come cambia l’America (con Mattia Diletti e Mattia Toaldo, 2009) e di Tea party (con Giovanni Borgognone, 2011).
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