Questo viaggio inizia negli edifici del potere della capitale degli Stati Uniti, Washington DC, per poi spostarsi nelle sale riunioni dalle pareti di vetro dei grattacieli newyorkesi fino a culminare nel palcoscenico della politica internazionale, la sala dove si riunisce l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite.

Spesso la politica statunitense e le decisioni prese dalle istituzioni internazionali, occupano i titoli dei giornali, ma è difficile immaginare i retroscena di quelle decisioni e i responsabili chiamati a prenderle dietro delle porte chiuse.

Dal punto di vista della politica interna, il tema dell’immigrazione infiamma le piazze e gli animi politici degli americani, mentre le posizioni dei senatori e dei membri del congresso vanno al di là dell’appartenenza partitica e rispecchiano la complessità della società americana. Da un lato all’altro dell’Atlantico ci si interroga su come gestire questo fenomeno di massa della società contemporanea che sembra sempre più connessa e allo stesso tempo sempre più chiusa in sé stessa.

Per quanto riguarda invece la politica estera, le relazioni transatlantiche resistono alle tempeste mediatiche e alle minacce di guerra commerciale, al tempo stesso la cooperazione è sempre più necessaria su temi quali la sicurezza in Medio Oriente, il fallimento dello Stato libico, la cybersecurity e la lotta al cambiamento climatico, per citarne alcuni.  

Inoltre Washington è la sede prescelta da due importanti istituzioni quali il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale. Il primo porta avanti il delicato mandato di assicurare stabilità ed equilibrio al sistema monetario internazionale, anche se viene più spesso ricordato come ultima ancora di salvezza per Stati sull’orlo della bancarotta. La seconda, si occupa invece dell’immensa missione di diffondere la prosperità nei Paesi in via di sviluppo. Entrambe queste istituzioni sorelle sono composte da Stati e lavorano per gli Stati nel rispetto del loro mandato.

Spostandoci più a nord lungo la costa est troviamo la città dove le principali multinazionali al mondo hanno il proprio quartier generale, New York. All’interno di questi infiniti grattacieli di vetro e acciaio che punteggiano l’isola di Manhattan vengono prese decisioni che hanno il potere di far tremare i mercati e mettere in ginocchio le economie di Stati sovrani. Il punto focale del progetto di “Economic Diplomacy” è stata la simulazione di Board Meetings, in cui gli studenti sono stati chiamati a svolgere diversi ruoli con l’obiettivo di trovare la miglior soluzione possibile, sempre mantenendo un contatto con i valori e i fondamenti della singola impresa. Mettersi nei panni dei dirigenti di questi colossi ha messo in luce la centralità e la rilevanza di conoscenze e competenze nell’ambito non solo dell’economia e della finanza ma anche e soprattutto delle relazioni internazionali, per riuscire a prendere decisioni efficaci in situazioni estremamente delicate e complesse. Un esempio di scenari cui le imprese si trovano di fronte, come l’eventualità per Bloomberg di espandersi nel mercato cinese, devono necessariamente essere analizzati in senso macro e micro economico da un funzionario specializzato nella diplomazia economica, che risulta quindi fondamentale nel board dell’azienda.

Infine, entrare nel quartier generale delle Nazioni Unite è paragonabile all’ingresso nel più sacro dei santuari delle relazioni internazionali al mondo. Rappresenta l’eredità di un sogno visionario nato in uno dei periodi più bui e tenebrosi della storia contemporanea. Rappresenta la concretizzazione di ideali come la fratellanza, la cooperazione, la fiducia, il rispetto. Rappresenta la realizzazione di un barlume di speranza nella pace duratura tra Stati sovrani. A distanza di 75 anni dalla sua creazione, numerose voci si sono levate a criticare la mancata realizzazione di alcuni degli obiettivi che la carta delle Nazione Unite aveva ottimisticamente prefissato, come pace, prosperità, sicurezza, uguaglianza, rispetto dei diritti umani e vari altri.

Come se non bastasse, agli antichi problemi non risolti se ne sono aggiunti di nuovi, primo fra tutti la minaccia del cambiamento climatico. L’accusa di fallimento che si innalza con la voce di una ragazza di 16 anni - che porta con sé la forza di ondate di giovani e giovanissimi che prendono coscienza del fatto che il loro futuro è in gioco e scendono in piazza per qualcosa in cui davvero credono - è di una potenza straordinaria. Allo stesso tempo tutta questa energia, questo impegno per la realizzazione di un ideale, di un’utopia sono il segno che la speranza e l’eredità dei padri fondatori delle Nazioni Unite non si è mai spenta, ma si è solo trasformata. Le Nazioni Unite sono costituite da ideali e persone e di conseguenza il loro successo dipende dalla forza di questi ideali e dall’impegno delle persone. E se guardiamo alle piazze piene di giovani che combattono per il pianeta e per il futuro, la speranza di realizzare il pieno potenziale delle Nazioni Unite non è così illusoria.

Hanno scritto: 

Lucia Alfano (Bruxelles) si è laureata in Scienze Internazionali e Diplomatiche a Bologna, studia International Economics alla Berlin School of Econimics and Law, sta svolgendo un tirocinio curricolare a Bruxelles.

Marco Conticini (Londra) studia Fisica ed è rappresentante eletto degli studenti dell’Università di Surrey. Esperto di hackathon, climate change, UN, si interessa di geopolitica e relazioni istituzionali.

Marco Sacchi (Londra) si è laureato in Economia e Commercio a Firenze, sta facendo un master in Finance and Investment alla Brunel University of London.

Leggi anche La geopolitica degli studenti - La Turchia del post Erdogan.

Link Economic Diplomacy.