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Germania: Lützerath, simbolo della lotta al cambiamento climatico


Scontri tra eco-attivisti e polizia. Al centro della protesta lo sgombero del villaggio di Lützerath per l'espansione di una miniera di lignite. Una sorta di rinuncia tedesca a raggiungere gli obiettivi per contenere il cambiamento climatico

Pietro Malesani Pietro Malesani
Pietro Malesani [TORINO] autore freelance, è appassionato di Germania e di Africa. Cofondatore della newsletter sulla Germania Il Fendinebbia, collabora con Altreconomia.

Sono iniziate questa settimana le operazioni di sgombero di Lützerath, un paese del Nordrhein-Westfalen, nella Germania occidentale. Nei prossimi mesi, infatti, il villaggio verrà demolito per lasciare posto all’espansione della miniera di lignite Garzweiler II, che oggi arriva fino al limite del centro abitato. Si tratta di una cava a cielo aperto, dove il carbone viene estratto da oltre un secolo: oggi occupa una superficie di 35 chilometri quadrati, ma la sua dimensione supera i 100 se si contano anche le aree utilizzate in passato.

Con l’espansione della miniera, Lützerath diventerebbe l’ennesimo centro abitato ad essere distrutto per lasciare spazio all’estrazione di lignite: negli anni sono stati circa venti i paesi che hanno subito la stessa sorte. La demolizione potrebbe perciò sembrare un fatto poco significativo, anche alla luce del fatto che Lützerath conta zero abitanti: quelli che vivevano qui se ne sono andati man mano che il destino del villaggio è diventato chiaro. Tuttavia, a loro si sono sostituiti alcune centinaia di attivisti ambientali, che hanno occupato il paese e si stanno opponendo all’espansione di Garzweiler II. La loro azione ha fatto sì che, negli ultimi mesi, la storia di Lützerath sia diventata centrale per la politica tedesca e per la lotta al cambiamento climatico da parte della Germania.

Per capire le ragioni di questo interesse, e dell’attenzione mediatica che si è concentrata attorno allo sgombero, bisogna tornare allo scorso autunno. All’inizio di ottobre, infatti, il governo guidato dal socialdemocratico Olaf Scholz ha concluso un accordo con RWE, la compagnia energetica che sfrutta il carbone estratto a Garzweiler II per produrre elettricità. In particolare, la società si è impegnata ad abbandonare l’uso del carbone nel 2030, otto anni prima rispetto a quanto voglia fare la Germania. In cambio, però, il gruppo ha ottenuto la possibilità di prolungare l’attività di due centrali a carbonecarbone − che dovevano chiudere a fine 2022 − e di utilizzare il carbone presente sotto le case di Lützerath, procedendo quindi con la demolizione.

Significativo in questo compromesso è stato il ruolo coperto da Robert Habeck, Ministro dell’economia e del clima, ma anche uno dei maggiori esponenti dei Verdi, il partito ambientalista tedesco. Habeck ha sponsorizzato l’accordo, sottolineando come questo permetterà una più rapida uscita dal carbone. Ma la sua linea non è stata condivisa da tutto il partito: se l’ala più governativa è restata al suo fianco, quella movimentista si è opposta alla decisione e si è immediatamente schierata con gli attivisti in difesa del Paese.

In breve, Lützerath è diventato il simbolo della lotta al cambiamento climatico in Germania. Secondo i movimenti ambientalisti del Paese, infatti, il villaggio rappresenterebbe la soglia da non oltrepassare: se lo si demolisce, questo segnerebbe una sorta di rinuncia tedesca a raggiungere i propri obiettivi per contenere il cambiamento climatico. La vicenda di questo villaggio si inserisce poi in una cornice più ampia. A dispetto di quanto sta accadendo nel resto del mondo, ma anche degli obiettivi che il governo si era posto, nell’ultimo anno la Germania ha aumentato la propria dipendenza dal carbone. Il settimanale tedesco Spiegel ha indicato come la produzione di elettricità prodotta da lignite e carbonfossile sia infatti aumentata del 13% nell’ultima estate, rispetto a quella precedente. Gran parte di questo cambiamento è dovuto alla guerra in Ucraina: Berlino, che aveva finora puntato sul gas russo per la produzione della propria energia, è dovuta correre ai ripari cercando altre fonti.

Tuttavia, le scelte del governo hanno causato non poco scetticismo. “Nonostante la mancanza di gas, per la Germania è possibile anche un rifornimento di energia sicuro e rispettoso del clima” ha sottolineato a Deutsche Welle Claudia Kemfert, dell’Istituto per la ricerca economica. E lo stesso accordo tra l’esecutivo e il gruppo RWE è stato messo in discussione: si sarebbe lasciata mano libera alla compagnia energetica, senza che questo portasse alcun vero vantaggio. “Dopotutto, non è chiaro se dopo il 2030 RWE avrebbe continuato ad utilizzare il carbone a piena capacità − si chiedeva ancora lo Spiegel, a ottobre − o se questo tipo di energia sarebbe stata in ogni caso espulsa, per ragioni economiche”.

 

 

 

 

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