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Inno alla gioia o Marsigliese?

Mentre lo slancio europeo di Macron rallenta, anche per sfavorevoli congiunture, il popolo della Marsigliese insorge

Emmanuel Macron insieme a Donald Trump durante la commemorazione della fine della Prima Guerra Mondiale. Trump considera l’Europa come un alleato poco disciplinato. REUTERS/Vincent Kessler/Contrasto
Emmanuel Macron insieme a Donald Trump durante la commemorazione della fine della Prima Guerra Mondiale. Trump considera l’Europa come un alleato poco disciplinato. REUTERS/Vincent Kessler/Contrasto

L'Europa è uno scudo e ti protegge, dice il Presidente francese Emmanuel Macron, mentre attorno al continente europeo ogni cosa sembra capovolgersi – l'America si fa lontana, la Russia si fa aggressiva, gli inglesi si separano in ordine sparso – e sul continente, dentro all'Unione Europea, le forze nazionaliste si compattano e si ergono come alternativa al processo di integrazione, a quell'idea che più vicini si è, più forti si sarà.

Macron ha vinto la sua campagna elettorale nel 2017 avvolgendosi nella bandiera blu con le stelle dorate, parificando l'interesse francese a quello europeo, la Marsigliese e l'Inno alla gioia suonati insieme, e promettendo un risveglio collettivo: “Non voglio appartenere a una generazione di sonnambuli che ha dimenticato il proprio passato e i tormenti del proprio presente”, diceva un anno fa a Strasburgo l'europeista Macron, difendendo l'autorità della democrazia contro la democrazia autoritaria.

Lo slancio europeo del Presidente francese è andato a sbattere contro molti problemi interni ed esterni. Se ci fate caso, da qualche tempo il giovane Macron è sempre citato tra i leader “deboli” dell'Europa: con Angela Merkel, cancelliera tedesca che sta organizzando la propria successione (con un'attenzione e un piglio che dovrebbero essere ispirazione a molti altri politici occidentali) e con Theresa May, premier britannica che strattona il Regno Unito fuori dal consesso dell'Ue.

La debolezza di Macron sta, secondo i declinisti europei, nell'incapacità di tenere vivo il sogno europeo, mentre Donald Trump ha già cambiato idea sul suo “preferito” Macron (sembra passata un'era geologica dagli abbracci e dalle strette di mano della visita macroniana a Washington, da quel “I like this guy” detto dal presidente americano in conferenza stampa) e anzi considera l'Europa come un alleato poco disciplinato e poco affidabile, rinvigorendo la retorica degli “scrocconi europei” che negli Usa è sempre stata sottopelle. E mentre la Russia procede con la sua politica della destabilizzazione, il cui fine ultimo è il caos europeo, di qualsivoglia natura (meglio se sovranista e nazionalista).

La debolezza di Macron, sempre secondo i declinisti, sta anche nell'offensiva interna dei gilet jaunes che ha colto l'Eliseo di sorpresa e l'ha costretto a qualche resa e a qualche ripensamento: fin da subito i gilet sono diventati il simbolo della rivolta contro Macron non tanto o non solo come presidente francese, ma come il portavoce di una visione del mondo liberale, aperturista ed europeista fallace e senza futuro. Basta vedere chi sono i sostenitori esterni dei gilet, l'emittente vicina al Cremlino RT, nella sua versione francese, o i siti di estrema destra americani, per capire che la legittima protesta contro l'aumento del carburante ha cessato di essere da tempo il motore delle manifestazioni catarifrangenti. L'Europa delle paure e l'Europa delle opportunità, una contro l'altra, in piazza da mesi, chi vince lo sapremo forse a fine maggio.

C'è anche un altro filone di critiche, tra i cantori del declino europeista, e riguarda il raffreddamento dell'istinto riformatore di Macron in chiave europea: se nel 2017, con il citatissimo discorso alla Sorbonne, quando ancora si facevano programmi e proposte per rendere forte il nostro scudo, il Presidente francese aveva predisposto la creazione di una serie di cantieri per rifondare l'Europa, oggi l'approccio è del tutto cambiato. Parigi è tornata sulla difensiva, salviamo la baracca, e i declinisti spesso si dimenticano di sottolineare che in quella difesa ci siamo tutti quanti, non è Macron contro tutti, siamo noi contro i disfattisti.

In ogni critica c'è naturalmente qualche verità: la popolarità di Macron è crollata, la piazza europeista ha smesso di farsi sentire, l'immagine da solista un po' arrogante ha approfondito il solco che divide le aspettative dal basso, dalle promesse dall'alto. E le riforme promesse non sono state attuate, perché il dialogo intraeuropeo è diventato frammentato e collerico: non si riesce a condannare insieme un regime come quello venezuelano, figurarsi se è possibile trovare un accordo sul rafforzamento della zona euro o peggio ancora sulla solidarietà in materia di immigrazione. Se c'è una cosa che è sfuggita al controllo di Macron è stata proprio l'abilità di tessere insieme progetti comunitari: le alleanze del Mediterraneo su cui l'Eliseo aveva puntato all'inizio del suo mandato sono rimaste senza appoggi – in questo l'Italia con la sua deriva antifrancese ha un ruolo determinante – mentre il nord Europa prova a fare alla propria maniera, seguendo la leadership dell'olandese Mark Rutte, ispiratore di riforme europee liberali con un occhio lontano dalle inefficienze del sud.

Per questo a sancire, in modo quasi esclusivamente simbolico, il futuro europeo è rimasto il Trattato di Aquisgrana, l'abbraccio tra Macron e la Merkel, il solito eppur solidissimo motore franco-tedesco. L'europeismo ha fatto giri immensi e poi è tornato al primo amore, e questo a differenza di quel che credono i declinisti, non è un passo indietro: è ripartire dalle certezze. Le stesse certezze che hanno fatto risalire Macron in popolarità e forza, perché quando i contorni dello scontro che ci aspetta alle europee diventano chiari, è un po' più difficile fare gli schizzinosi con il presidente liberale.

Nella campagna elettorale, Macron vuole tornare sul concetto di “protezione”, che nella conquista dei cuori e delle menti degli europei esercita più fascino di qualsivoglia riforma (oltre a essere molto più immediato). La protezione riguarda l'economia – contro le guerre commerciali di America e Cina e contro il protezionismo dilagante in molti angoli del mondo – e riguarda la difesa – la creazione di un esercito europeo – ma soprattutto riguarda il patto sociale europeo, la capacità di creare meccanismi che investono sull'identità del progetto europeo e sulla sua superiorità rispetto a tutte le alternative. Nello scontro ideologico tra Macron e quella parte di Europa che vuole ridurre l'Ue a un bancomat – è quel che avviene in particolare nell'Europa centrale e dell'est, dove il ponte con l'occidente sembra crollato se non per quei generosi fondi comunitari che continuano a essere ben graditi anche dai governi più euroscettici, come quello ungherese o quello polacco – c'è un aspetto culturale molto profondo, che va al di là dei battibecchi diplomatici o dei tecnicismi sul completamento dell'unione bancaria.

Il popolo europeo è e sarà più protetto grazie alla sua doppia sovranità, quella nazionale e quella collettiva, cioè l'identità europea non è un miscuglio improvvisato di cittadini geograficamente vicini che ora non sanno o non vogliono più rispettare le regole di gestione degli spazi comuni: l'identità europea fa parte di una promessa di benessere e di pace che deve adattarsi certamente ai tempi (a questo servivano le riforme), ma che al tempo resiste alla grande. Laddove si trovano formule alternative surreali, come la sulfurea democrazia illiberale di cui va molto fiero Viktor Orbán in Ungheria, la Francia ricorda che l'accordo originario, cresciamo insieme economicamente e ci abbracciamo politicamente, è quel che protegge tutti i paesi da derive di ogni genere. In questo, la Brexit ha avuto un effetto collaterale clamoroso: ci ha fatto (ri)scoprire che il mercato unico è la più grande scoperta del dopoguerra e che non ci sono spazi ugualmente promettenti in tutto il mondo; ci ha ricordato che senza armonia comunitaria non sapremmo nemmeno smaltire i rifiuti in modo autonomo; soprattutto ci ha dimostrato che l'Europa unita è in grado di proteggere un interesse collettivo, un interesse superiore, con una determinazione che si era vista di rado. L'Europa che protegge è tutta qui, in uno scudo che non è la semplice somma di altri scudi, ma è molto di più, è molto più grande: Macron ha deciso di portare questo scudo per tutta la campagna delle europee: qui dietro insieme possiamo stare bene, poi, ve lo prometto, sistemeremo casa.

@paolapeduzzi

Questo articolo è pubblicato anche sul numero di marzo/aprile di eastwest.

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