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Il ritorno di Emmanuel

I gilet gialli stanno mostrando la corda di un movimento troppo barricadero e senza un disegno coerente, in questo molto simili ai grillini italiani, ma senza Grillo e Casaleggio

Emmanuel Macron scatta un selfie con i giovani a Etang-sur-Arroux, in occasione del grande dibattito nazionale, un’iniziativa che prevede due mesi incontri tra Governo ed esponenti della società civile. REUTERS/Emmanuel Foudrot/Contrasto
Emmanuel Macron scatta un selfie con i giovani a Etang-sur-Arroux, in occasione del grande dibattito nazionale, un’iniziativa che prevede due mesi incontri tra Governo ed esponenti della società civile. REUTERS/Emmanuel Foudrot/Contrasto

Tutto nasce tre mesi fa, da una protesta contro il rialzo dei prezzi del carburante voluto dal Governo, all’interno del piano per la transizione energetica del Paese. La misura, avvertita come una sorta di tassa sui poveri, perché colpisce in primis i pendolari francesi delle zone più remote del Paese, scatena le proteste prima su Facebook e poi, in breve tempo, nelle piazze di mezza Francia: barricate ai caselli, nelle rotatorie e nei depositi di carburante, organizzate soprattutto tramite i social media.

Quello dei gilet gialli appare subito come un movimento decentralizzato, senza una vera cabina di regia, con una composizione sociale eterogenea, che va dai piccoli imprenditori ai disoccupati, dai lavoratori autonomi agli artigiani: una parte della società francese solitamente invisibile, perennemente scontenta, ma poco impegnata in politica. Quella Francia periferica che pensa di essere stata lasciata indietro.

Distanti da organizzazioni partitiche e sindacali, gli aderenti si affidano a slogan battaglieri ma senza un vero programma politico. Le rivendicazioni sono tante e confuse, le modalità spesso violente.

Municipi, prefetture e altri edifici pubblici vengono vandalizzati (non solo nei giorni delle manifestazioni), sono attaccate le sedi dei giornali e delle stazioni radio. Alcuni giornalisti, accusati di calunniare il movimento, devono seguire le manifestazioni sotto scorta. Dall’inizio della rivolta, più di 80 parlamentari del partito di Macron, La République En Marche, sono stati presi di mira, vengono attaccate case e uffici.

Alcuni identificano i gilet gialli con quella nuova destra che si è riaffacciata in molti Paesi europei, ma in realtà i temi dell’emigrazione, dell’Islam, della famiglia tradizionale, non sono fra le priorità del movimento.

Non esiste una vera ideologia coerente, il collante appare più che altro l’opposizione a Emmanuel Macron e a tutto ciò che rappresenta: i centri urbani e le sue élite, l’Europa e la globalizzazione.

I gilet gialli rappresentano quella spaccatura sociale che attraversa tutto l’Occidente globalizzato, dove l’aumento della ricchezza ha premiato in modo diseguale la popolazione e dove le città sono diventate i centri di produzione della ricchezza e del lavoro, mentre le aree rurali e periferiche, in cui vive molta della classe media, sono rimaste indietro. La poca comprensione del fenomeno ha creato una spaccatura tra la classe politica e una parte della popolazione.

In fondo, anche il voto alle presidenziali del 2017 e l’elezione di Emmanuel Macron hanno evidenziato un rigetto molto profondo della classe politica tradizionale e oggi il Presidente francese paga in parte proprio la modalità della sua ascesa, che prevedeva la “rottamazione” del vecchio establishment a favore di un’identificazione tra il popolo e il suo leader.

En Marche è stato considerato da molti come una proposta lontana dalle vecchie logiche politiche, ma capace di essere vicino alla gente, in un Paese con un alto livello di astensione, un disprezzo nei confronti della classe politica, un senso di distanza verso un'élite economica percepita come nemica dalla società civile, che ha portato 10 milioni di voti all’estrema destra di Marine Le Pen.

Il Presidente francese, in questi mesi, ha ripetutamente affermato che non si sarebbe  mai arreso alle proteste di piazza o lasciato deviare dal suo progetto di trasformare la Francia, trascinandola fuori da decenni di statalismo e scarsa crescita economica, ma è chiaro che adesso, sotto il ricatto delle violenza, ha dovuto fare delle concessioni: i gilet gialli hanno chiesto e ottenuto l’aumento del salario minimo, la detassazione degli straordinari, il blocco dell'aumento delle imposte sulle pensioni inferiori a 2mila euro. Quest’ultimo il compromesso più duro per lui, che aveva basato parte della sua campagna elettorale proprio sullo spostamento della pressione fiscale da chi è attivo a chi non lo è. In totale, le misure annunciate peseranno sui conti pubblici per 10 miliardi, che andranno ad aggravare il disavanzo di bilancio dello Stato, che è in condizioni migliori di quello italiano, ma non certo florido (97 contro 132% del Pil).

In realtà il Presidente, pur indebolito, appare in ripresa: ha riaperto il dialogo con la società civile, spaventata dalle violenze degli ultimi mesi, e il suo tasso di popolarità, che aveva toccato il fondo a dicembre (23%), è risalito a febbraio al 34%.

Dopo una prima fase di raccolta dei cahier des doléances (la lista delle lamentele dei cittadini segnalate da sindaci e altri rappresentanti locali), è iniziata a fine gennaio la seconda fase del grande dibattito nazionale, un’iniziativa voluta dal Presidente, che prevede un confronto tra Governo e società civile sui temi più caldi: transizione ecologica, vita democratica, fiscalità e riforma delle istituzioni. Macron sta cercando di riprendere in mano il Paese e di isolare i violenti, dimostrando coraggio e personalità. Parlando con i sindaci locali e con gli studenti, si è rimboccato le maniche, ha fatto alcuni mea culpa, ma ha anche difeso le sue politiche di liberalizzazione dell’economia e di revisione dello stato sociale, a favore di una sicurezza flessibile, che garantisca dinamicità al mercato del lavoro. Il vasto processo di dibattito nazionale di Macron, che continuerà fino a fine marzo, è un esercizio che non è mai stato tentato prima in Francia. Alcuni oppositori politici e gli stessi manifestanti dei gilet jaunes dubitano che il Governo riuscirà veramente a ritrovare la fiducia dei cittadini.

Intanto, il movimento, però, si sta spaccando. Alcuni leader provano a entrare nel sistema politico tradizionale, si parla di tre liste concorrenti per le elezioni europee a sinistra, a destra e al centro, mentre i duri e puri gridano al tradimento.

Durante una manifestazione a Lione, i gilet gialli di estrema destra e di estrema sinistra se le sono date: un gruppetto di nazionalisti anti globalizzazione contro altrettanti militanti della gauche anti capitalista.

Il movimento, alla conta dei fatti, mostra le sue fragilità.

Le proteste non si stanno incanalando in una vera proposta alternativa, ma scivolano in mille istanze contraddittorie: tutto e il contrario di tutto.

La verità è che Macron ha messo il dito nella vera piaga del Paese, che è il famoso modello “dirigiste” francese, che nel secondo dopoguerra ha registrato certamente un successo dopo l’altro (l’alta velocità, il trasporto aereo - il Concorde - il nucleare), ma che negli ultimi 20 anni sta trascinando il Paese a fondo e va quindi profondamente riformato. Numerosi e significativi i fallimenti: la compagnia nucleare statale Areva va in crisi dopo il disastro di Fukushima nel 2011 e deve essere salvata nel 2016 con un fondo pubblico di 5 miliardi di euro; il valore della compagnia elettrica nazionale (EDF) crolla da 150 a 20 miliardi di euro negli ultimi 10 anni, solo per citare due esempi. Lo Stato è sempre più affamato di dividendi per sostenere un modello insostenibile e non investe più, facendosi dunque trovare impreparato alle nuove sfide che in tutti i settori richiedono ricerca, innovazione e investimenti.

Dunque, la ricetta di “En Marche”, fatta di riforme che restituiscano competitività al sistema economico e costi della produzione e del lavoro più sostenibili, pur dolorosa, è l’unica possibile per non finire come il Venezuela.

Se da qui alle elezioni di maggio (e quindi con la nuova legislatura) i nostri leader si produrranno in uno scatto di coraggio, l’Europa può diventare quell’autoritá centrale - munita di risorse sufficienti - che contribuisce a gestire transizioni riformiste come questa che sta tentando Macron in Francia, con politiche di solidarietà e di inclusione per le fasce più deboli.

@GiuScognamiglio

Questo articolo è pubblicato anche sul numero di marzo/aprile di eastwest.

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