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L'ultima guerra di Erdogan

L'improvviso, ma non inatteso, intervento militare turco in Siria ha finalmente scatenato lo sconcerto dell'opinione pubblica mondiale. Cosa è cambiato rispetto al passato?

Manifestanti curdi partecipano a una manifestazione contro l'azione militare della Turchia nella Siria nord-orientale, a Colonia, Germania, 12 ottobre 2019. REUTERS/Thilo Schmuelgen
Manifestanti curdi partecipano a una manifestazione contro l'azione militare della Turchia nella Siria nord-orientale, a Colonia, Germania, 12 ottobre 2019. REUTERS/Thilo Schmuelgen

L’ultimo sconfinamento dell’esercito turco in territorio curdo (il terzo in tre anni, tra Iraq e Siria) ha scatenato l’attenzione dei media internazionali e lo sconcerto dell’opinione pubblica mondiale, unanime e proattiva nel condannare l’improvvisa ma non inattesa azione militare ordinata dal Presidente Erdogan.

Come mai? Cosa è cambiato rispetto al passato? Questa è solo la prima di alcune domande alle quali cercheremo di dare una risposta scientifica sull’invasione di metà ottobre al confine turco-siriano.

  1. La narrazione curda, anche oltre i loro meriti, ha finalmente fatto breccia nei cuori delle opinioni pubbliche occidentali: le donne in tuta mimetica, con un mitragliatore in braccio, senza velo e in prima linea, hanno confermato quanto si sapeva su una comunità che sta rapidamente cercando di entrare nel terzo millennio, dopo essere rimasta forse ferma al XIX secolo troppo a lungo. Altrimenti non si giustificherebbe perché ci siamo tutti ribellati alle violenze sui curdi e non invece ai mille morti riportati in queste settimane dalle milizie di Misurata, a opera del Generale Haftar, dopo che anch’esse si erano distinte due anni prima per aver combattuto e sconfitto Isis in Libia. Su questo, neanche una riga...
  2. Perché proprio adesso l’invasione? A gennaio scorso, John Bolton (membro del Comitato Scientifico della nostra rivista), prima di essere licenziato da Trump, aveva confermato l’intenzione di Trump di ritirare le truppe americane dalla Siria, ma “non prima di essersi assicurati della definitiva sconfitta di Isis e della protezione dei Curdi”. Ad agosto, Turchi e Americani si accordano per creare, con il consenso e la collaborazione del Partito Democratico del Popolo (Dyp) e del suo braccio armato (Ypg), i curdi siriani, una zona cuscinetto di 30 chilometri, dove cominciare a far confluire i profughi siriani, che le autorità turche dichiarano apertamente di non riuscire più a gestire. Rettifichiamo su questo una fandonia che spesso si legge sui giornali occidentali: i Turchi non hanno accettato di tenersi i rifugiati perché li abbiamo pagati. A fronte del contributo europeo di 6 miliardi di euro, la cui ultima tranche non è stata ancora erogata, il Governo turco ne ha stanziati finora 36, realizzando la più colossale operazione di accoglienza che la storia ricordi, in così breve tempo, dimostrando una capacità di ricevere e integrare non comune, pur con le inevitabili tensioni che questo comporta. E realizzando i campi profughi meglio attrezzati d’Europa, cosa che posso confermare personalmente. 
  3. Dobbiamo preoccuparci di un ritorno del terrorismo? Gli stessi curdi avevano più volte dichiarato pubblicamente di avere problemi a detenere i duemila combattenti dello Stato Islamico, viste le condizioni precarie nelle quali versano le loro comunità, proponendo dunque agli Stati occidentali di accogliere nelle proprie prigioni i rispettivi connazionali, proposta sistematicamente trascurata dai nostri Governi, salvo poi preoccuparsi del possibile ritorno dei foreign fighters, a seguito delle azioni belliche. L’accordo di agosto prevedeva anche il progressivo smantellamento delle fortificazioni curde anti-Isis, per evitare che in futuro potessero essere utilizzate impropriamente.

Rispetto a questo programma, che stava avvenendo in pace e sotto il controllo degli Americani, il cortocircuito è stato causato dal solito tweet di Donald Trump, che ha sostanzialmente accelerato il ritiro, lasciando il piano a metà. Al Sultano, ormai sul viale del tramonto, non è sembrato vero poter ricompattare il popolo turco sul sentimento nazionale, riguadagnando consensi nei sondaggi e invertendo dunque un declino che sembrava inesorabile. Non aveva previsto, però, un isolamento internazionale senza precedenti, che rischia di raffreddare ancora di più gli investitori internazionali, indispensabili al rilancio di un’economia come quella turca, fortemente dipendente dal vincolo esterno.

@GiuScognamiglio

Questo articolo è la prima pagina del nuovo numero di novembre/dicembre di eastwest.

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