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Bolivia, la piazza contro Morales

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Continuano i tafferugli tra sostenitori e oppositori del Presidente, rieletto tra tanti sospetti. Anche il populismo boliviano ha imboccato la deriva autoritaria

I sostenitori del Presidente della Bolivia Evo Morales partecipano a una protesta a La Paz, Bolivia, 31 ottobre 2019. REUTERS/Kai Pfaffenbach
I sostenitori del Presidente della Bolivia Evo Morales partecipano a una protesta a La Paz, Bolivia, 31 ottobre 2019. REUTERS/Kai Pfaffenbach

In Bolivia sono morte almeno due persone durante gli scontri tra sostenitori e oppositori del Presidente Evo Morales, rieletto di recente tra sospetti di irregolarità.

Morales, di orientamento socialista, è il primo Presidente indigeno della Bolivia ed è in carica dal 2006. È stato rieletto per un quarto mandato consecutivo lo scorso venerdì: ha ottenuto il 47% delle preferenze, con uno scarto di poco più di dieci punti sul suo principale sfidante – l’ex Presidente Carlos Mesa, di sinistra moderata – che gli ha permesso di evitare il ballottaggio.

L’esito delle elezioni è stato tuttavia contestato per via della insolita modalità di diffusione dei risultati. Il conteggio ufficiale è stato infatti interrotto quando sembrava profilarsi lo scenario del ballottaggio, per poi riprendere ventiquattr’ore dopo e mostrare un più largo vantaggio di Morales su Mesa. Venerdì scorso il tribunale elettorale boliviano ha confermato la vittoria di Morales, ma le proteste – iniziate già lunedì 22 – non si sono interrotte e anzi proseguono ancora, in particolare nella capitale La Paz.

La mancanza di trasparenza elettorale è un altro segno della degenerazione antidemocratica del Governo del populista Evo Morales: un leader che ha sì raggiunto buoni risultati nella riduzione della povertà e delle disuguaglianze, ma che ha anche agito più volte – cambiando la costituzione, ribaltando l’esito di un referendum – con lo scopo di assicurarsi la permanenza al potere.

Quello di Morales non è l’unico populismo di sinistra ad aver imboccato una deriva autoritaria in America Latina. Nella lista possono essere inseriti – con le dovute differenze – anche il Venezuela di Nicolás Maduro e il Nicaragua di Daniel Ortega.

@marcodellaguzzo

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