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Iraq, proseguono le tensioni

Proteste contro le influenze esterne di Iran e Stati Uniti. Il Consolato iraniano a Karbala preso d'assalto

Un manifestante porta una bandiera irachena durante le proteste contro il Governo a Baghdad, Iraq, 4 novembre 2019. REUTERS/Thaier Al-Sudani
Un manifestante porta una bandiera irachena durante le proteste contro il Governo a Baghdad, Iraq, 4 novembre 2019. REUTERS/Thaier Al-Sudani

Le proteste che da settimane scuotono l’Iraq partono da lontano e arrivano al cuore della geopolitica. La presenza, e l’influenza, di Iran e Stati Uniti è sempre più percepita come un ostacolo dalla popolazione irachena, che lamenta una crescente disoccupazione e mancate riforme necessarie per la ripresa economica e, in parallelo, vede Teheran e Washington come forze esterne che sfruttano le risorse del Paese, senza nessuna ricaduta positiva a livello locale.

Sono ormai centinaia i civili morti per mano delle forze di sicurezza di Baghdad, accusate apertamente di volontarietà nell’aprire il fuoco contro i manifestanti. Nella sola giornata di ieri, sono morte almeno 10 persone tra Karbala e la capitale, con l’esercito responsabile di non aver saputo gestire la folla e di aver sparato fumogeni e lacrimogeni ad altezza d’uomo. I fatti avvenuti nella città santa sciita di Karbala hanno un doppio significato, sia per l’importanza storica del luogo (dove venne trucidato Ali, nipote del Profeta Maometto) che per l’obiettivo dei manifestanti: il Consolato dell’Iran.

La Repubblica Islamica — che proprio nel giorno del 40° anniversario dell’assalto all’Ambasciata degli Stati Uniti a Teheran annuncia l’aumento della produzione di uranio, discostandosi ulteriormente dall’accordo sul nucleare del 2015 — gioca un ruolo chiave in Iraq, Paese a maggioranza sciita. Per questo motivo le proteste contro Teheran intimoriscono il Governo iraniano e il suo clero. In più occasioni l’Ayatollah Ali Khamenei si è pronunciato sulla crisi irachena, l’ultima il 30 ottobre, quando ha affermato che le legittime proteste in Iraq e in Libano “possono essere accolte solo all’interno di un quadro legale”, accusando gli Stati Uniti di fomentare instabilità per colpire l’Iran.

Sul fronte opposto, Baghdad ha avuto parole dure contro gli Stati Uniti all’indomani dell’annunciato spostamento delle truppe Usa dalla Siria. Dopo le dichiarazioni di Mark Esper, Segretario della Difesa dell’esecutivo guidato da Donald Trump, secondo il quale i militari impiegati nella guerra all’Isis sarebbero stati dislocati in Iraq — nel quadro dell’operazione di Recep Tayyip Erdogan contro i militanti curdi —, il Governo iracheno ha espresso la sua disapprovazione e ha accusato Washington di non essere stato informato. L’ultima mossa statunitense ha aggiunto tensione alla già precaria situazione in Iraq, che non sembra trovare una soluzione di breve periodo.

La crisi istituzionale irachena ha le radici nel sistema riformato all’indomani dell’invasione statunitense del 2003. Dall’incapacità della classe politica di gestire la fase post bellica alla crescente corruzione, i temi attorno ai quali girano le manifestazioni dei cittadini dell’Iraq hanno raggiunto l’apice della tensione in un momento di crescente malcontento in tutta l’area del Vicino Oriente. Dalla Siria al Libano, passando per Israele — dove non è stato formato ancora il Governo a quasi due mesi dalle elezioni — l’instabilità regna sovrana. Iran e Stati Uniti sono l’ago della bilancia di un Vicino Oriente più infuocato che mai.

@melonimatteo

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