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Spagna in confusione

In passato, i Governi spagnoli riuscivano a governare anche costruendo maggioranze variabili, che si adattavano ai singoli provvedimenti. Oggi anche questo modello naufraga...

Il Primo Ministro spagnolo Pedro Sánchez dopo aver partecipato alla sessione di controllo del gabinetto settimanale al Parlamento di Madrid, 18 settembre 2019. REUTERS/Sergio Perez
Il Primo Ministro spagnolo Pedro Sánchez dopo aver partecipato alla sessione di controllo del gabinetto settimanale al Parlamento di Madrid, 18 settembre 2019. REUTERS/Sergio Perez

Oggi in Spagna scatta lo scioglimento delle Camere. Dopo settimane e settimane di stallo, lunedì scorso Re Felipe VI, all’ennesimo giro di consultazioni a vuoto, ha comunicato di non poter incaricare nessuno a formare il nuovo Governo. Il prossimo 10 novembre si andrà a elezioni, le quarte in quattro anni.

Nessuno, neanche Pedro Sánchez, vincitore alle elezioni dello scorso aprile, ha i numeri per governare: i suoi Socialisti hanno 123 seggi, i Popolari 66, Ciudadanos 57 e Podemos 42. Un rebus senza soluzione a quanto pare.

Per mesi si è parlato di un possibile accordo tra i Socialisti di PSOE e la sinistra di Unidas Podemos, alleati in diverse amministrazioni locali, ma Sánchez è stato irremovibile nel pretendere un Governo monocolore (con l’appoggio esterno) anche davanti alla proposta di UP di un patto a termine fino alla legge di bilancio. La settima scorsa si è sfiorato il colpo di scena (subito rientrato) quando il leader di Ciudadanos Albert Rivera, dopo che per mesi ha dichiarato “mai con i socialisti”, ha paventato un possibile accordo di astensione strategica. Una mossa elettorale durata meno di 24 ore, forse dettata dagli ultimi sondaggi elettorali poco esaltanti.

Secondo gli analisti, le due forze maggiormente in crescita in Spagna sarebbero PSOE e PP. Ad aprile i Popolari hanno toccato il minimo storico ottenendo solo il 16% dei consensi, ma lo stallo di questi mesi li avrebbe riportati in auge. I sondaggi danno i Socialisti intorno al 32%, in aumento rispetto al 28% ottenuto della scorsa tornata elettorale.

Pedro Sánchez ha chiesto agli spagnoli di dargli una maggioranza netta: “Non vogliamo un Governo con data di scadenza e nemmeno gravato da ipoteche”, ha dichiarato. Il PSOE, per governare, ha bisogno di 176 seggi, 53 in più di quelli sui cui può contare oggi.

Se anche la Spagna, che in passato ci ha dato lezioni di efficienza governativa pur con maggioranze risicate, fatica a formare un Governo, allora la crisi delle nostre democrazie è incontestabile. Una ragione di più per correre verso un’Europa federale, che restituisca consistenza alla governance delle nostre grandi sfide, che Governi così fragili non potranno mai sostenere...

@GiuScognamiglio

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