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LA NOTIZIA DEL GIORNO

La Nuova Zelanda si smarca dagli alleati sulla Cina

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La Nuova Zelanda non è pronta a trasformare l’alleanza d’intelligence Five Eyes in strumento politico contro Pechino

Il Primo Ministro neozelandese Jacinda Ardern incontra il Primo Ministro australiano Scott Morrison alla Admiralty House di Sydney, Australia, 28 febbraio 2020. REUTERS/Loren Elliott/Pool

La scorsa settimana alcune affermazioni della Ministra degli Esteri della Nuova Zelanda Nanaia Mahuta sono state recepite come una doccia fredda in particolare dall’Australia, Paese vicino e politicamente alleato di Wellington. Nell’ambito di una serie di discussioni e incontri circa la posizione da assumere verso la Cina, l’esponente del Governo di Jacinda Ardern ha parlato del ruolo del gruppo d’intelligence Five Eyes — nato nel corso della seconda guerra mondiale e composto da Australia, Nuova Zelanda, Stati Uniti, Regno Unito e Canada —, visto dal Paese prettamente come strumento tecnico piuttosto che politico o diplomatico.

La diatriba sulla Cina

“Il Five Eyes è un framework d’intelligence e per la sicurezza. Non è necessario, ogni volta e su qualunque materia, invocare Five Eyes come strumento per creare una coalizione di supporto su tematiche specifiche come i diritti umani”, ha dichiarato Mahuta. “Siamo a disagio nell’espansione delle competenze di Five Eyes. Preferiamo esprimere i nostri interessi attraverso le opportunità multilaterali”, ha aggiunto la Ministra.

Non è la prima volta che il Governo neozelandese prende una posizione simile e marcatamente indipendente rispetto alla gestione del rapporto con Pechino. La stessa Ministra degli Esteri a dicembre si è offerta come mediatrice tra Cina e Australia. Recentemente, il Ministro del Commercio Damien O’Connor ha suggerito a Canberra di seguire l’esempio di Wellington e mostrare più rispetto verso la Repubblica Popolare. Ancora, la Nuova Zelanda nel mese di aprile non ha direttamente espresso parere negativo verso il report dell’Oms sull’origine del coronavirus — per cui Pechino è accusata di lassismo – criticato invece dagli alleati Five Eyes con un comunicato al quale Wellington non ha aderito.

Five Eyes sale così agli onori della cronaca, non prettamente per i risultati ottenuti in termini di intelligence ma, piuttosto, per quella che da alcuni analisti è vista come una quasi rottura che rischierebbe di trasformare l’alleanza in Four Eyes. Ma è improbabile un abbandono neozelandese e, semmai, ci si aspetta un allargamento esterno verso il Giappone, in una formula 5+1 che gradualmente consentirebbe a Tokyo di avvicinarsi al ristretto club.

Necessario un faccia a faccia

Nelle prossime settimane il Primo Ministro Scott Morrison si recherà in Nuova Zelanda, dove incontrerà Ardern per discutere anche di sicurezza e proprio di Five Eyes, divenuto motivo di frizione per i due alleati. C’è preoccupazione sulla rigidità assunta da Wellington, con gli Stati Uniti registi di una spinta alla trasformazione dell’alleanza in strumento di pressione politica, che sarebbe utile in questo preciso momento storico per rallentare gli interessi cinesi nell’area.

Ma già mercoledì scorso il Governo neozelandese ha ospitato la Ministra degli Esteri australiana Marise Payne, che durante una conferenza stampa ha sottolineato: “Siamo molto vicini ai nostri amici, ma è importante ricordare che ciascuno di noi è orgoglioso della propria sovranità nazionale, ciascuno con visioni indipendenti”. Sul rapporto della Nuova Zelanda con la Cina, Payne — rispondendo alla domanda di un giornalista — ha affermato che non le spetta “dare consigli ad altre nazioni”.

Attualmente le posizioni dei due Paesi verso Pechino sono molto diverse, con Canberra che reputa un errore mostrare una divisione così palese con Wellington. La Nuova Zelanda ha sottoscritto a gennaio un nuovo accordo commerciale con la Cina, definito da O’Connor “una delle più importanti relazioni. Sottoscrivere questo accordo — disse il Ministro — porta a maggiori benefici per entrambe le nazioni e arriva grazie al già esistente Free Trade Agreement”.

D’altro canto, l’Australia — seppur ribadendo nel tempo una certa indipendenza dagli Stati Uniti — ha da poco cancellato gli accordi per la Belt and Road Initiative sottoscritti tra il 2018 e il 2019 dallo Stato del Victoria, mentre la stessa Cina è sempre più orientata a diminuire la sua dipendenza dai materiali ferrosi di Canberra, vista l’ostilità mostrata dal Paese nei suoi confronti specie attraverso il contesto di sicurezza Quad.

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L'AUTORE

Matteo Meloni

Giornalista, si occupa di politica internazionale, comunicazione e giornalismo d’impresa. Collabora con eastwest e con il sito d’informazione Corriere dell’Economia.
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