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RETROSCENA

Il barbaro omicidio dell’Ambasciatore Attanasio. Perché?

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La dedizione alla propria missione e la generosità professionale ed umana di Attanasio spiegano la sua presenza in una regione considerata ad alto rischio. La domanda che si fanno tutti è: si poteva evitare? Il commento del Direttore

Un manifestante porta un cartello con la scritta “Non toccare Virunga” durante la protesta per il clima nelle strade di Kinshasa, Repubblica democratica del Congo, 29 novembre 2019. REUTERS/Hereward Holland

L’attacco terroristico contro un convoglio del Programma alimentare mondiale (Pam) delle Nazioni Unite, in cui è rimasto ucciso l’Ambasciatore italiano in Congo, Luca Attanasio, il giovane carabiniere Vittorio Iacovacci, addetto alla sua scorta, e l’autista congolese Mustapha Milambo, finora non è stato rivendicato da nessuno della miriade di gruppi armati attivi nelle turbolente provincie orientali della Repubblica democratica del Congo.

Tuttavia, il vice premier e Ministro dell’Interno congolese Gilbert Kankonde Malamba ha dichiarato che la responsabilità dell’attacco sia ascrivibile ai ribelli delle Forze democratiche per la liberazione del Ruanda (FDLR), che però hanno rapidamente smentito il loro coinvolgimento e rimandato le accuse al mittente, dichiarando che l’attentato sarebbe avvenuto “non lontano” da una postazione delle forze armate della Repubblica democratica del Congo (FARDC).

Le FDLR è una milizia di etnia hutu fondata nel 2000, che nelle sue fila ha raggruppato anche alcuni fuggitivi implicati nell’organizzazione del genocidio in Ruanda. Il gruppo è responsabile di decine di attentati terroristici nel Congo orientale e alcuni dei suoi membri, l’11 maggio 2018, avevano rapito due turisti britannici, liberati due giorni dopo, nella zona delle colline delle Tre antenne, contigua al parco nazionale di Virunga, lo stesso posto dove, secondo quanto riportato dal sito congolese Actualite.cd, è avvenuto il mortale agguato di ieri mattina.

Sempre le FDLR, nell’aprile dello scorso anno, avevano attaccato una pattuglia di ranger dell’Istituto congolese per la conservazione della natura (ICCN) a tutela del parco di Virunga, provocando 17 morti, tra cui 12 guardie forestali impegnate a salvaguardare dal bracconaggio i gorilla di montagna, specie a rischio di estinzione. Oltre alle FDLR, diversi gruppi armati operano dentro e intorno ai quasi 7.800 km2 di estensione del parco nazionale di Virunga, che nel 2018, dopo una serie di attacchi contro le guardie forestali e il personale dipendente, venne chiuso ai turisti per otto mesi.

Le dinamiche dell’agguato

Mentre gli inquirenti congolesi sono al lavoro per fare luce sull’accaduto e assicurare alla giustizia i responsabili, quello che per ora emerge dalle prime ricostruzioni è che i tre uomini siano caduti in un’imboscata in piena regola, probabilmente a scopo di sequestro, finita in tragedia.

Il convoglio, composto da due vetture del Pam, stava viaggiando senza essere scortato verso nord, sulla strada tra Goma e Rutshuru, dove il diplomatico italiano avrebbe dovuto visitare una struttura dell’Agenzia dell’Onu preposta alla distribuzione di cibo nelle scuole.

Le due vetture erano identificate soltanto dai distintivi delle Nazioni Unite sulle portiere e le persone a bordo non indossavano giubbotti antiproiettile e non portavano auricolari di sicurezza. Questo perché, malgrado quella zona del Paese era stata funestata da diversi attacchi violenti, il percorso era stato definito “sicuro”.

L’attacco è stato fulmineo e si riporta che gli assalitori avrebbero dato istruzioni ai membri della delegazione del PAM in swahili, lingua molto diffusa in Africa, mentre tra loro parlavano kinyarwanda, una lingua tipica del Ruanda e comune tra diverse milizie locali.

Secondo una ricostruzione operata dai sopravvissuti e riportata ad Al Jazeera dal governatore della provincia di Kivu Nord, Carly Nzanzu Kasivita, gli assalitori hanno fatto fermare il convoglio con alcuni spari di avvertimento per poi trascinare giù dal mezzo i passeggeri, portandoli nella foresta, dove hanno chiesto soldi all’ambasciatore. Pochi minuti dopo hanno sparato prima a Milambo e poi a Iacovacci, uccidendoli entrambi. Mentre Attanasio è stato colpito all’addome durante una sparatoria tra gli uomini armati e i ranger del parco di Virunga, intervenuti assieme a un’unità dell’esercito congolese dopo aver sentito gli spari.

In un comunicato ufficiale del vice premier e Ministro dell’Interno congolese Gilbert Kankonde Malamba, è riportato che Attanasio è stato soccorso e trasportato all’ospedale messo in piedi dalle Nazioni Unite di Goma, dove è morto poco dopo. Tuttavia, le circostanze dell’attacco sono ancora piene di interrogativi e anche la procura di Roma ha aperto un’inchiesta per far luce sull’accaduto supervisionata dal procuratore capo di Roma Michele Prestipino, titolare del fascicolo (la procura capitolina è titolare per i reati commessi all’estero che hanno come vittime i cittadini italiani).

Il magistrato ha delegato le indagini ai Carabinieri del Ros, che hanno già inviato un gruppo di investigatori a Kinshasa per prendere parte alle indagini, insieme con gli inquirenti congolesi. Mentre la Farnesina ha chiesto all’Onu di fornire quanto prima un report dettagliato sull’attacco. Tuttavia, spetta alle autorità locali assicurare alla giustizia gli autori dell’attacco, che ha tolto la vita ai nostri due connazionali e all’autista congolese.

Il secondo Ambasciatore europeo ucciso in Congo

Attanasio è il secondo Ambasciatore europeo ucciso nella RdC, dopo l’ambasciatore francese, Philippe Bernard, rimasto vittima nel gennaio 1993 all’interno della sua sede diplomatica di Kinshasa, capitale dell’allora Zaire, di un proiettile vagante. Il diplomatico venne colpito accidentalmente in pieno petto e a una mano, mentre si trovava solo nel suo ufficio e voleva osservare la situazione dalla finestra dopo aver spento le luci. In quel momento nel Boulevard 30 giugno, principale arteria della capitale sulla quale si affaccia l’Ambasciata francese, erano in corso violenti scontri a fuoco tra militari ribelli e soldati leali al dittatore cleptocrate Mobutu Sese Seko.

Le emergenze sanitarie nella regione

Le tensioni nella provincie orientali della RdC sono perenni e queste si aggiungono le continue emergenze sanitarie, che oltre alla pandemia di Covid-19, che finora in tutto il Congo ha registrato 8.625 casi e 127 decessi, sono accentuate da alcuni focolai di peste nella regione dell’Ituri che negli ultimi dodici mesi hanno provocato 31 morti e oltre 500 contagiati. Senza dimenticare, l’ennesima recrudescenza del virus ebola che sta presentando il conto della dodicesima epidemia, che ha già causato 4 morti, dopo i 55 decessi della precedente epidemia ufficialmente terminata lo scorso 18 novembre.

Chi era Luca Attanasio

L’Ambasciatore Luca Attanasio era nato a Saronno, in provincia di Varese, ed era sposato con Zakia Seddiki, fondatrice e presidente dell’associazione umanitaria Mama Sofia a sostegno delle donne in Africa, conosciuta in Marocco durante il suo impegno professionale nel Paese. Padre di tre bimbe, insieme alla moglie, con la quale condivideva l’attenzione verso i meno fortunati, lo scorso 12 ottobre aveva ricevuto il premio internazionale Nassiriya per la Pace. In quell’occasione disse, purtroppo profeticamente: “Quella dell’ambasciatore è una missione, a volte anche pericolosa, ma abbiamo il dovere di dare l’esempio”. Laureato alla Bocconi con il massimo dei voti, nel 2001, aveva vinto il concorso in diplomazia e, nel 2004, era entrato nella segretaria particolare del Sottosegretario Mantica, dove aveva sviluppato la sua passione per l’Africa. Dal 2006, inizia i suoi 8 anni all’estero, prima in Ambasciata a Berna e poi al Consolato di Casablanca. Dopo due anni alla Farnesina, era tornato nel 2015 in Africa, in Ambasciata ad Abuja, in Nigeria. Da settembre 2017, Ambasciatore a Kinshasa, nella Repubblica democratica del Congo, tra i più giovani Capi missione in carriera. Alfredo Mantica, suo mentore e politico esperto di relazioni internazionali, con un focus su Africa e Cooperazione, ha raccontato ieri in TV che l’umiltà, la generosità, la passione e le capacità professionali di Luca Attanasio erano fuori dal comune. Concludiamo questo ricordo di Luca con un appello alla Farnesina: stiamo vicini alla sua famiglia e cogliamo quest’occasione per ripensare definitivamente il ruolo dei/delle consorti dei diplomatici. La nostra regolamentazione continua a penalizzare, ormai ultima a resistere tra i Paesi occidentali, l’impegno professionale dei coniugi, che andrebbe non scoraggiato, semmai incentivato, per evitare che tragedie come questa rendano ancora più drammatico non solo il presente, ma anche il futuro dei familiari a carico.

Si poteva evitare?

Certamente, la fatalità ha giocato un ruolo determinante nella tragedia di Virunga, e la generosità di Attanasi lo ha portato a svolgere la sua missione in un’area del Paese infestata da violenze di ogni tipo, con intraprendenza non comune. Il convoglio targato Nazioni Unite-Pam, pur senza una scorta targata UN, avrebbe dovuto costituire una garanzia, peraltro con il supporto di un militare esperto come il carabiniere Iacovacci. Così non è stato, purtroppo. Pur in questa giornata dominata dal dolore e dalla tristezza non possiamo non ricordare che la nostra politica estera, da anni, risente di obiettivi sproporzionati rispetto alle risorse disponibili e questo squilibrio impatta sull’efficienza della nostra rete diplomatica, che deve spesso affidarsi al coraggio e alla abnegazione dei nostri Ambasciatori che, con il loro sacrificio quotidiano, provano a sopperire alla carenza strutturale di risorse. Qualche volta è sufficiente, ma spesso non lo è, e resta il drammatico dubbio che in questo caso, la disponibilità di una scorta armata più corposa potrebbe aver salvato la vita del nostro Ambasciatore. Senza alcuna polemica, lasciamo questa riflessione sul tavolo del Ministro degli Esteri e del Presidente del Consiglio, onde evitare, nei limiti del possibile, che simili tragedie si ripetano.  

Il Direttore

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L'AUTORE

Marco Cochi

Da due decadi giornalista, blogger e ricercatore con focus sull'Africa sub-sahariana.

Chi era Luca Attanasio

L’Ambasciatore Luca Attanasio era nato a Saronno, in provincia di Varese, ed era sposato con Zakia Seddiki, fondatrice e presidente dell’associazione umanitaria Mama Sofia a sostegno delle donne in Africa, conosciuta in Marocco durante il suo impegno professionale nel Paese. Padre di tre bimbe, insieme alla moglie, con la quale condivideva l’attenzione verso i meno fortunati, lo scorso 12 ottobre aveva ricevuto il premio internazionale Nassiriya per la Pace. In quell’occasione disse, purtroppo profeticamente: “Quella dell’ambasciatore è una missione, a volte anche pericolosa, ma abbiamo il dovere di dare l’esempio”. Laureato alla Bocconi con il massimo dei voti, nel 2001, aveva vinto il concorso in diplomazia e, nel 2004, era entrato nella segretaria particolare del Sottosegretario Mantica, dove aveva sviluppato la sua passione per l’Africa. Dal 2006, inizia i suoi 8 anni all’estero, prima in Ambasciata a Berna e poi al Consolato di Casablanca. Dopo due anni alla Farnesina, era tornato nel 2015 in Africa, in Ambasciata ad Abuja, in Nigeria. Da settembre 2017, Ambasciatore a Kinshasa, nella Repubblica democratica del Congo, tra i più giovani Capi missione in carriera. Alfredo Mantica, suo mentore e politico esperto di relazioni internazionali, con un focus su Africa e Cooperazione, ha raccontato ieri in TV che l’umiltà, la generosità, la passione e le capacità professionali di Luca Attanasio erano fuori dal comune. Concludiamo questo ricordo di Luca con un appello alla Farnesina: stiamo vicini alla sua famiglia e cogliamo quest’occasione per ripensare definitivamente il ruolo dei/delle consorti dei diplomatici. La nostra regolamentazione continua a penalizzare, ormai ultima a resistere tra i Paesi occidentali, l’impegno professionale dei coniugi, che andrebbe non scoraggiato, semmai incentivato, per evitare che tragedie come questa rendano ancora più drammatico non solo il presente, ma anche il futuro dei familiari a carico.

Si poteva evitare?

Certamente, la fatalità ha giocato un ruolo determinante nella tragedia di Virunga, e la generosità di Attanasi lo ha portato a svolgere la sua missione in un’area del Paese infestata da violenze di ogni tipo, con intraprendenza non comune. Il convoglio targato Nazioni Unite-Pam, pur senza una scorta targata UN, avrebbe dovuto costituire una garanzia, peraltro con il supporto di un militare esperto come il carabiniere Iacovacci. Così non è stato, purtroppo. Pur in questa giornata dominata dal dolore e dalla tristezza non possiamo non ricordare che la nostra politica estera, da anni, risente di obiettivi sproporzionati rispetto alle risorse disponibili e questo squilibrio impatta sull’efficienza della nostra rete diplomatica, che deve spesso affidarsi al coraggio e alla abnegazione dei nostri Ambasciatori che, con il loro sacrificio quotidiano, provano a sopperire alla carenza strutturale di risorse. Qualche volta è sufficiente, ma spesso non lo è, e resta il drammatico dubbio che in questo caso, la disponibilità di una scorta armata più corposa potrebbe aver salvato la vita del nostro Ambasciatore. Senza alcuna polemica, lasciamo questa riflessione sul tavolo del Ministro degli Esteri e del Presidente del Consiglio, onde evitare, nei limiti del possibile, che simili tragedie si ripetano.  

Il Direttore

GUALA