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Anche gli Stan rischiano di cadere nella trappola del debito cinese

La Nuova via della seta è una grande opportunità per gli Stati post-sovietici dell’Asia centrale di sviluppare le infrastrutture e inserirsi nel mercato globale, Ma la dipendenza dagli investimenti cinesi può diventare un’arma a doppio taglio. E costringerli perfino a ripagare i debiti “in natura” 

Una stazione di rifornimento di benzina in Kazakistan. Foto di Riccardo Intini
Una stazione di rifornimento di benzina in Kazakistan. Foto di Riccardo Intini

Il coinvolgimento diretto dell’Asia centrale nella Belt and Road Initiative - il progetto infrastrutturale da 1 trilione di dollari che collegherà l’Asia all’Europa e all’Africa, con la nuova Vie della seta terrestre e marittima – si sarebbe già potuto intuire nel 2013, quando il presidente cinese Xi Jinping presentò per la prima volta l’iniziativa in Kazakistan, all’interno dell’Università Nazarbaev di Astana. Con la sua posizione privilegiata tra Asia ed Europa, l’Asia Centrale possiede infatti tutti i requisiti per trasformarsi in un hub logistico e infrastrutturale di prim’ordine, soprattutto per il ruolo cruciale all’interno dei nuovi corridoi economici tra Est e Ovest.

Ma l’evidente sproporzione tra la Cina e i cinque Paesi dell’Asia centrale – Kazakistan, Turkmenistan, Uzbekistan, Kirghizistan e Tagikistan -, specialmente in termini di peso specifico, potrebbe generare una pericolosa bolla in grado di scoppiare da un momento all’altro, con conseguenze preoccupanti soprattutto per le economie più fragili della regione.

Tra i sei corridoi che compongono la Nuova via della seta, quello che coinvolge maggiormente la regione centroasiatica è certamente il China-Central Asia-West Asia Economic Corridor, che attraversa le cinque ex nazioni sovietiche e, unendosi alle reti ferroviarie nazionali, collegherà le regioni occidentali della Cina al Mediterraneo e alla penisola arabica.

Per gli Stati centroasiatici, tra i quali si trovano alcune tra le economie più povere di tutta l’Asia, l’influsso di investimenti cinesi – destinati in gran parte alla costruzione di strade, ferrovie o porti - rappresenta certamente un’eccezionale opportunità per inserirsi nel mercato globale, per rivitalizzare la propria economia e per trarre concreti benefici dal passaggio delle imponenti reti intermodali tra la Cina e l’Europa, specialmente nel medio periodo. Per sfruttare al massimo la sua posizione strategica tra Est e Ovest, infatti, la regione centroasiatica ha un assoluto bisogno di investimenti per rinnovare le proprie infrastrutture e le reti ferroviarie, gran parte delle quali risalenti all’epoca sovietica e non più funzionali alle esigenze di chi intende aprirsi al mondo.

La Cina, d’altro canto, vede nella Belt and Road Initiative uno strumento essenziale per estendere la sua influenza a livello globale e per stabilizzare l’area dello Xinjiang, la sua provincia più occidentale, dove le minacce legate al terrorismo continuano a crearle diversi problemi. La cooperazione tra la Cina e gli Stati dell’Asia centrale, peraltro, è enormemente facilitata dall’allineamento tra le strategie nazionali di sviluppo e gli obiettivi della Belt and Road Initiative, basati in gran parte sulla volontà di creare ricchezza attraverso lo sviluppo infrastrutturale.

Dietro a questo luminoso velo di grandezza, tuttavia, potrebbero nascondersi trappole o rischi di diversa entità, specialmente per quei Paesi che decideranno di legarsi troppo saldamente a Pechino e alle sue ambizioni di crescita. Il rischio più concreto è quello di sviluppare una pericolosa dipendenza dagli investimenti di Pechino, in particolare per la costruzione e la manutenzione delle nuove infrastrutture. Per l’Asia centrale, nello specifico, è stata spesso evidenziata la possibilità che gli investimenti cinesi, a causa della scarsa trasparenza e della corruzione, non riescano a produrre quei benefici economici di cui si è discusso a lungo dal 2013 in poi.

«Gli investimenti che Pechino porta nella regione sono altamente attraenti nel breve e medio termine, poiché sono volti a migliorare la situazione economica ed infrastrutturale nella regione, facilitando il commercio e il transito di beni per nazioni notoriamente land-locked come quelle centroasiatiche», spiega a eastwest.eu Filippo Costa Buranelli, Lecturer all’Università scozzese di St. Andrews. «Tuttavia, nel lungo periodo, questi investimenti possono portare allo scoppio di una Bri bubble, dovuta al fatto che le nazioni che al momento beneficiano dei suddetti investimenti non sono in grado di ripagare l’investimento ricevuto, dovendo così ricorrere a metodi eterodossi di compensazione. Il Tajikistan, per esempio, considera seriamente l’ipotesi di ripagare gli investimenti con porzioni del proprio territorio, minando cosi la propria sovranità», prosegue Costa Buranelli.

Tra gli Stati dell’Asia Centrale, quello maggiormente coinvolto nei progetti legati alla Bri è il Kazakistan, che è anche la maggior economia della regione. I progetti cinesi nel Paese gravitano soprattutto attorno alla zona di Khorgos, una città cinese situata a pochi chilometri dal confine kazako. In quest’area, in uno dei punti del pianeta più lontani dagli oceani, è attualmente in corso lo sviluppo di un dry port, di una nuova città – Nurkent – e di una zona economica speciale, con l’obiettivo di trasformare la zona di Khorgos in un hub logistico e commerciale di livello globale che, nel giro di pochi anni, sarà in grado di movimentare circa 500mila container all’anno.

Un altro Stato particolarmente interessato alla Nuova via della seta è il Tagikistan, da molti definito “la prima gamba” della Belt and Road Initiative. È proprio qui che ha visto la luce la ferrovia Vahdat-Yovon, il primo progetto legato agli elementi terrestri della Bri. Questa infrastruttura, già pienamente operativa dal 2016, ha reso possibile il collegamento del Tagikistan centrale con le parti meridionali del Paese, dando una spinta decisiva all’intera mobilità nazionale.

In Uzbekistan, la nazione più popolosa dell’Asia centrale, la Cina ha investito delle risorse per la costruzione della ferrovia Angren-Pop e per il tunnel di Qamchiq, il più lungo di tutta la regione, con l’obiettivo di collegare per la prima volta due regioni uzbeke separate da catene montuose.

Da queste parti, la convinzione generale è che questi progetti possano contribuire in maniera determinante al potenziamento dei collegamenti tra la Cina e gli Stati dell’Asia centrale ma anche al rafforzamento delle linee ferroviarie interne e della mobilità nelle diverse nazioni della regione.

Tutti questi Stati, a cui si aggiungono anche il Kirghizistan e il Turkmenistan, sono poi direttamente coinvolti in progetti transcontinentali che li riguardano direttamente, come la ferrovia China-Kyrgyzstan-Uzbekistan o la quarta linea del gasdotto Central Asia-China, che aumenterà le esportazioni di gas turkmeno in Cina passando dall’Uzbekistan, dal Tagikistan e dal Kirghizistan.

Indipendentemente dall’entità dei benefici economici che potrebbero riverberarsi sull’intera regione, in questi ultimi anni si sono volute trovare delle similitudini tra l’approccio cinese in Asia Centrale e il vecchio modello di gestione sovietico, basato sul sistematico sfruttamento delle risorse naturali da parte della nazione maggiormente sviluppata. In questo senso, molti temono che la Cina stia investendo in Asia centrale con l’obiettivo di trasformarla in una ricca fonte di risorse o in un mercato privilegiato per le proprie esportazioni.

I progetti di Pechino in Asia Centrale, peraltro, potrebbero essere ostacolati dal tenace sentimento anti-cinese che caratterizza storicamente gran parte della regione, una sorta di retaggio sovietico che ha già prodotto diversi momenti di tensione.

Nell’ambito del coinvolgimento centroasiatico nella Bri, uno degli aspetti geopolitici più rilevanti è certamente il ruolo della Russia. Pur essendo direttamente coinvolta in alcuni progetti infrastrutturali con la Cina, Mosca sta infatti assistendo alla crescita esponenziale dell’influenza di Pechino in Asia centrale, una regione che la Russia considera da sempre una sorta di cortile di casa.

«Un conto è chiedersi se la Russia debba influenzare l’avanzata cinese in Asia Centrale, un conto è chiedersi se possa permettersi di farlo» osserva Filippo Costa Buranelli. «La situazione economica russa, oberata da una crisi interna e da un forte dispendio estero per via delle numerose attività militari intraprese in differenti parti dell’emisfero nord, sta osservando un declino della propria influenza nella regione. È stato suggerito che sarebbe nel pieno interesse di Mosca connettere lo sviluppo dell’Unione Economica Eurasiatica con la base infrastrutturale creata dalla Bri ma di questa potenziale sinergia si parla ancora poco».

Quest’ultimo tema, sia pur in maniera superficiale, è stato affrontato anche durante l’ultima edizione del Forum Economico Eurasiatico, andato in scena a Verona lo scorso ottobre. Interpellato da eastwest.eu a margine dell’iniziativa, il presidente di Banca Intesa Russia, Antonio Fallico, ha affermato che diversi tentativi di integrazione tra l’Uee e la Belt and Road Initiative sarebbero già in corso, lasciando intendere che un’eventuale opposizione di Mosca - e dell’Uee - non rappresenterebbe più una via percorribile.

Per l’Asia centrale, in definitiva, la Belt and Road Initiative rappresenta un’opportunità unica, quasi irripetibile. Per scongiurare lo scoppio della bolla, tuttavia, le nazioni centroasiatiche dovranno trovare un’efficace sintesi tra la necessità di sviluppare la propria economia - una priorità non più rimandabile per la maggior parte delle ex repubbliche sovietiche – e la consapevolezza di dover evitare un abbraccio troppo ardente con la Cina, dal quale potranno scaturire ben pochi vantaggi.

@Cassarian

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