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ITALIA CHIAMA EUROPA

Recovery Fund: il piano italiano

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La nuova bozza del Next Generation EU sembra avere più spazio per investimenti, sanità, lavoro, turismo e comuni. Riuscirà l’Italia a non sprecare tali risorse?

Il Primo Ministro italiano Giuseppe Conte a Palazzo Chigi a Roma, Italia, 18 dicembre 2020. REUTERS/Remo Casilli

Con la diffusione della nuova bozza del Piano nazionale di ripresa e resilienza – cioè la declinazione italiana del Next Generation EU – il premier Conte sembra aver accolto alcune delle principali obiezioni sollevate da Matteo Renzi (e non solo da lui) rispetto alle prime previsioni del piano. Obiezioni che – prima o poi – avrebbero lasciato il cortile dove si azzuffano le forze della maggioranza di Governo e avrebbero raggiunto le cancellerie europee, da sempre preoccupate dell’effettiva capacità dell’esecutivo italiano di gestire con giudizio e lungimiranza una mole significativa di interventi e certamente succulenta. Nella nuova bozza sembrano esserci meno risorse destinate ai famigerati bonus (la quota complessiva scenda al 30%) e più spazio agli investimenti (che salgono al 70%, di cui un 40% al Mezzogiorno), un irrobustimento delle risorse per la sanità, le politiche attive del lavoro, il turismo e i comuni.

Tra correzioni e concessioni a destra e a manca, il piano è arrivato a 222 miliardi, più dei 209 destinati dall’Unione europea all’Italia, come sommatoria del NextGen propriamente detto (196,5 miliardi) e di altri due piani minori. Come giustifica il Governo lo “sforamento”?

“Una volta finalizzata l’analisi sull’utilizzo di strumenti finanziari di leva – si legge nel documento circolato – è verosimile che l’impatto in termini di indebitamento netto delle risorse impiegate in questo ambito si riduca. In secondo luogo, (…) il confronto con la Commissione europea relativo alla loro piena ammissibilità potrebbe determinare una riduzione dell’ammontare di risorse autorizzato”. Insomma, se siamo fortunati spenderemo meno di quanto previsto per raggiungere gli obiettivi prefissati; e se la Commissione taglierà questa o quella voce, si potrà sempre dire “ce lo chiede l’Europa”. Non serve la bacchetta magica per capire che si verificherà con ogni probabilità questa seconda ipotesi e che il Governo ha cercato in questa fase di sopire le tensioni interne ed esterne alla maggioranza allargando la torta teorica del piano.

Sebbene 209 miliardi sembrano in origine un’enormità, ben presto ci si è resi conto che una quota consistente era rappresentata da prestiti del fondo europeo all’Italia. La scelta del Ministro Gualtieri, simile a quella assunta da suoi omologhi in altri Stati membri è stata allora più prudenziale di quanto alcuni avessero sperato: ipotecare una parte consistente della quota a debito (70/80 miliardi di euro su 124, cioè più di un terzo dei 209 miliardi totali) per il finanziamento di spese e investimenti già stanziati in passato. Vale a dire, spese che avremmo comunque sostenuto anche in assenza del Next Generation EU. L’obiettivo del Ministro è risparmiare interessi rispetto a quanto costa collocare titolo sul mercato e provare a dare agli investitori un timido segnale di rientro in un percorso di responsabilità fiscale.

Saprà l’Italia usare con efficacia le risorse?

Per il resto, le modifiche apportate alla bozza del Pnrr lasciano impedicato il grande dubbio degli osservatori nazionali e internazionali: saprà l’Italia usare con efficacia le risorse? Saprà il Governo non sprecarle frammentandole in troppi micro-interventi di natura più assistenziale ed elettorale? È un interrogativo che non riguarda solo l’Italia, se è vero che qualche settimana fa l’ex responsabile economico di Ciudadanos – Antonio Roldan – si poneva domande simili sulle pagine del Financial Times rispetto a tutti i Paesi meno frugali dell’Eurozona, in primis i Paesi mediterranei. “Le riforme nel sud (Europa) hanno fallito in passato perché troppa poca attenzione è stata data a come realizzarle davvero. Senza una migliore comprensione del problema, il Next Generation EU rischia di ripetere i fallimenti passati”. E ancora: “I soldi da soli non risolvono i problemi strutturali”. Stimolare la domanda senza incidere significativamente sull’offerta rischia di drogare per qualche anno le economie nazionali, senza affrontare i nodi cruciali che determinano il gap di competitività e produttività di alcuni Paesi dell’area euro rispetto ad altri.

Se non vogliamo che il NextGen si trasformi in una Cassa del Mezzogiorno d’Europa, o in un casus belli capace in pochi anni di riproporre forze centrifughe e disgreganti della costruzione europea (i pensionati olandesi che tra 5 anni chiederebbero conto ai Paesi mediterranei dei tagli alle proprie pensioni), è cruciale che oggi i Governi dei Paesi beneficiari compiano uno sforzo di responsabilità e lungimiranza. Ed è fondamentale che nella valutazione dei piani nazionali, la Commissione europea non confonda la necessaria dose di solidarietà nei confronti di società duramente colpite dalla pandemia con il lassismo.

Pochi progetti ma buoni, capaci di valorizzare soprattutto la formazione del capitale umano e la modernizzazione delle infrastrutture materiali e immateriali: riforme sul lato dell’offerta che producano i loro effetti non in un ciclo elettorale, ma almeno in un decennio. Di questo dovrebbero parlare le forze politiche italiane, anziché accapigliarsi illudendosi di essere commensali di un buffet gratuito.

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L'AUTORE

Piercamillo Falasca

Vice Segretario di Più Europa.
GUALA