Venezuela, rischio invasione

Caracas rischia un'invasione militare capeggiata da Brasile e Colombia, con l'appoggio degli Usa. Maduro lo sa ed evita di provocarla

I sostenitori dell'opposizione prendono parte a una manifestazione contro il Presidente Nicolas Maduro a Maracaibo, Venezuela, 2 febbraio 2019. REUTERS/Isaac Urrutia
I sostenitori dell'opposizione prendono parte a una manifestazione contro il Presidente Nicolas Maduro a Maracaibo, Venezuela, 2 febbraio 2019. REUTERS/Isaac Urrutia

«Non esiste». Così il Ministro della Difesa del Brasile, Fernando Azevedo e Silva, ha riposto ai giornalisti su un possibile intervento militare brasiliano nel turbolento Paese vicino. Un’ipotesi che si discute da settimane sempre più apertamente, soprattutto dopo l’aggravarsi della crisi politica venezuelana, con la contrapposizione tra il dittatore Nicolás Maduro e il Presidente autoproclamato Juan Guaidó. Ma il Ministro brasiliano ha dichiarato che l’intervento militare non è stato preso in considerazione. Una posizione condivisa dal Presidente della Colombia, Ivan Duque, secondo cui l’intervento militare «non è un cammino per il Venezuela».

Eppure, le cose non stanno proprio così. Venti di guerra paiono soffiare con sempre maggior forza verso Caracas.

La possibilità di un intervento militare è stata sollevata per la prima volta da Ricardo Hausmann, ex Ministro venezuelano e professore di Harvard. In un articolo pubblicato nel gennaio 2018 su Project Syndicate, Hausmann ha sottolineato la necessità di un intervento umanitario “per porre fine alla carestia causata dall’uomo che minaccia le vite di milioni di venezuelani”, ovvero Maduro.

Durante tutto il 2018 si sono susseguite dichiarazioni roboanti, come quella del Presidente dell’Organizzazione degli Stati Americani, Luis Almagro, che non ha scartato l’ipotesi di intervento armato. O anche quella del vice Presidente brasiliano, generale Hamilton Mourão, che durante la campagna elettorale dello scorso ottobre ha parlato di una possibile «missione Onu» in Venezuela a guida brasiliana. E meno di 24 ore dopo la vittoria di Jair Bolsonaro, di cui Mourão è vice, il quotidiano Folha de S.Paulo pubblicava un lungo articolo sui contatti presi dal Governo colombiano con la squadra del Presidente eletto, per formare un'alleanza militare e intervenire in Venezuela con l’appoggio statunitense per rovesciare Maduro. 

Bogotà ha immediatamente cercato in tutti i modi di negare la veridicità dell’articolo. Anche con modalità inusuali. Come ad esempio la lettura di un comunicato in streaming on line da parte del Cancelliere colombiano, Carlos Holmes Trujillo. Un eccesso di zelo che ha spinto molti a dare per vero quanto era apparso sul Folha.

Percezione rafforzata pochi giorni dopo dalle dichiarazioni del consigliere per la Sicurezza Nazionale Usa, John Bolton, che ha manifestato l'interesse americano verso un'alleanza proprio con il Brasile e la Colombia. Bolton si è recato in visita nei due Paesi incontrando Bolsonaro a Rio de Janeiro, nel suo appartamento, poco dopo la sua elezione. I due avrebbero parlato di installare una base militare Usa in territorio brasiliano e di un possibile intervento in Venezuela, negando poi pubblicamente qualsiasi azione di forza. Poche settimane dopo, Bolton è stato “pizzicato” dai fotografi con un foglio di appunti in cui appariva scritto “5.000 soldati in Colombia”: questo prima di dichiarare in conferenza stampa che «tutte le opzioni sono sul tavolo» per risolvere la crisi venezuelana. Anche quella militare. Ipotesi apertamente avallata da diversi membri del Congresso, come il senatore Marco Rubio. E anche dall’amministrazione di Donald Trump, che ha appena scelto il falco Elliott Abrams come inviato speciale per le questioni venezuelane. Nomina che parla da sola, dato che Abrams è stato responsabile dei rapporti con i Contras durante gli anni di Ronald Reagan.

Sotto un profilo operativo la possibilità di un intervento militare in Venezuela emerge con maggiore concretezza. Nel novembre 2017 il Brasile ha realizzato un’enorme esercitazione in Amazzonia, l’AMAZONLOG, in prossimità del confine venezuelano. A queste manovre hanno partecipato militari colombiani, peruviani e, per la prima volta, anche forze militari statunitensi mai autorizzate fino ad allora a entrare in Amazzonia, considerata territorio sacro dai militari brasiliani. Nondimeno, nel novembre 2018 un’altra gigantesca esercitazione militare, la CRUZEX 2018, ha avuto luogo a Natal. Città famosa per aver ospitato l’unica base militare Usa in Brasile, quella utilizzata durante la Seconda Guerra Mondiale come trampolino per l’invasione dell’Africa francese. Inoltre, il Governo brasiliano ha iniziato i negoziati per affittare la base di Alcântara agli Usa. Tutti eventi che fanno pensare a un impegno militare nordamericano nella regione, possibile solo grazie all’appoggio logistico del Brasile.

Peraltro, Brasilia sta ricevendo da diversi mesi ingenti quantitativi di armamenti da parte degli Usa. L’Esercito brasiliano ha già incorporato centinaia di blindati e obici M109A, M113 e M998 donati, non venduti, da Washington. Un numero evidentemente eccessivo per un Paese come il Brasile, che non affronta minacce serie alla sua sicurezza né è impegnato in grandi operazioni all’estero. Oltre ai blindati, gli statunitensi stanno donando alle Forze Armate brasiliane grandi quantità di armamenti leggeri di diverso tipo. E dovrebbero arrivare a breve anche elicotteri d’attacco Super Cobra e aerei C-23 Bravo Sherpa. Velivoli ideali per le operazioni amazzoniche. Peraltro, da parte sua, il Brasile sta portando avanti una politica di riarmo con l’acquisizione della portaelicotteri PHM Atlantico, la costruzione dei sottomarini classe Scorpène (di cui uno nucleare) e dei caccia multiruolo Gripen. Che aumenteranno sensibilmente la capacità d’azione dei militari verde-oro.

Sotto un profilo politico sono ripresi i contatti per rafforzare la cooperazione militare bilaterale, principalmente a livello di Stati Maggiori. Ma anche tra le cancellerie, grazie all’intensa attività del Ministro degli Esteri, Ernesto Araújo, considerato il più filoamericano del Governo Bolsonaro. Araújo si è riunito a metà gennaio con alcuni tra i leader più estremisti dell’opposizione venezuelana, redigendo in seguito una nota durissima contro il Governo di Caracas, criticata dagli ambasciatori più anziani in quanto eccessiva. L’intransigenza del Ministro è arrivata al punto di irritare i vertici militari brasiliani, che lo hanno messo “sotto tutela” dopo avere proposto di interrompere tutti i contatti con il Venezuela. In altri tempi, questo sarebbe stato il preludio a una guerra.

Ovviamente in Venezuela questa congiuntura è denunciata da mesi come preparatoria per un’invasione. Non a caso Maduro sta cercando in tutti i modi di garantirsi la lealtà delle Forze Armate e ha già chiesto aiuto a cinesi e russi. I Tupolev 160 atterrati nelle scorse settimane, oltre al Boeing della russa Nordwind Airlines, sarebbero la prova che anche Mosca prende sul serio l’ipotesi di un’aggressione. E non è disposta a perdere un alleato così prezioso nel cortile di casa degli Usa.

Il Sudamerica sta vivendo un momento di tensione crescente. La crisi politica in atto in Venezuela non pare permettere soluzioni indolori. Maduro non è disposto a cedere il potere, soprattutto perché consapevole che il passo successivo sarebbe la sua condanna all’esilio o un processo per rispondere dei crimini commessi. Dall’altro lato le opposizioni sembrano essere arrivate finalmente ad un consenso sulla figura di un leader capace di detronizzare l’erede di Hugo Chávez. E l’appoggio ricevuto dall’estero, come i riconoscimenti internazionali della legittimità presidenziale di Guaidò, hanno galvanizzato chi si oppone al regime di Maduro. Con il passare del tempo, la possibilità di un intervento in Venezuela appare sempre più concreta. Soprattutto nel caso in cui il paese sprofondasse in una sanguinosa guerra civile. O se le forze di sicurezza iniziassero una dura repressione contro le opposizioni. Oppure se l’incolumità stessa di Guaidò fosse minacciata. A quel punto un’azione internazionale sarebbe inevitabile, sotto l’ombrello giuridico della “responsabilità di proteggere”. Non è un caso che le forze di sicurezza non stiano sparando sulle folle come nel 2017. Maduro è consapevole che basta una scintilla per dare fuoco alle polveri. Resta da capire se abbia anche compreso che la sua permanenza a Palácio de Miraflores è ormai segnata. Comunque vada.

@carlocauti

Questo articolo è pubblicato anche sul numero di marzo/aprile di eastwest.

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