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L'ultimo chavista

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Evo Morales si è ripresentato alle elezioni col chiaro obiettivo di estendere il proprio mandato fino al 2025. Ma le cose non sono andate come previsto...

Una manifestazione a La Paz contro il quarto mandato del Presidente Evo Morales. REUTERS/David Mercado
Una manifestazione a La Paz contro il quarto mandato del Presidente Evo Morales. REUTERS/David Mercado

La vittoria del No al referendum celebratosi nel febbraio 2016, avente come oggetto la modifica dell’art. 168 della Costituzione boliviana che stabilisce un limite di due mandati presidenziali consecutivi, sembrava aver posto definitivamente fine alla luna di miele di Evo Morales con la Bolivia.

Un risultato inaspettato per il Presidente boliviano, che aveva dovuto incassare la prima sconfitta elettorale da quando è alla guida del Paese. Il 51,3% dei voti con cui la maggioranza dei boliviani si era detta contraria ad una modifica costituzionale che permettesse la rielezione indefinita di Morales, ininterrottamente al potere dal 2006, non ha però scoraggiato l’uomo forte della Bolivia, che ha apertamente accusato l’opposizione di aver condizionato il risultato referendario.

Su ricorso dello stesso Morales, il Tribunale costituzionale ha poi emesso una sentenza che ha sancito l’ammissibilità della sua candidatura alle elezioni presidenziali del 2019 ai sensi della Convenzione Americana dei Diritti Umani, le cui disposizioni sono state ritenute prevalenti rispetto ai precetti della Costituzione boliviana.

La pronuncia favorevole dei giudici boliviani, nonostante le violente proteste di piazza scatenate contro il leader del Movimiento al Socialismo (Mas), accusato apertamente di autoritarismo da diversi settori della società civile, ha consegnato al presidente uscente la possibilità di prolungare il proprio governo fino al 2025, numeri che lo convertirebbero nel presidente politicamente più longevo della storia della Bolivia.

I lunghi anni trascorsi all’interno di Palacio Quemado, sede del Governo boliviano, hanno inoltre convertito Evo Morales nell’ultimo superstite, a pieno titolo, della sinistra latinoamericana nata sotto l’egida dell’ex Presidente venezuelano Hugo Chávez. Con la dipartita di Correa dall’Ecuador, da mesi coinvolto in una guerra fratricida con l’ex alleato ed attuale mandatario ecuadoriano Lenín Moreno, gli affanni del kirchnerismo in Argentina e, soprattutto, le enormi difficoltà di Maduro in Venezuela, immerso in una profonda crisi umanitaria ed economica, il presidente boliviano si staglia sullo scacchiere sudamericano come strenuo difensore del modello politico ed economico ideato e mutuato dal chávismo.

Un modello improntato sulla nazionalizzazione delle risorse naturali, in primis gas e petrolio, attraverso cui finanziare programmi sociali destinati alle fasce più povere e disagiate della società. Nomi come “Renta Dignidad” e i sussidi “Juancito Pinto” e “Juana Azurduy” fanno ormai parte del vocabolario corrente dei boliviani, marchio di fabbrica della politica di Morales sin dagli albori del proprio esecutivo.

Forgiato dalle lotte al fianco dei coltivatori di coca del Chapare negli anni ’80 e ‘90, regione convertitasi in oggetto della politica di tolleranza zero verso la produzione di foglie di coca varata dalla Bolivia sotto la spinta statunitense, il Presidente boliviano ha impresso sin da subito al proprio Governo dei chiari connotati antimperialisti. Sul fronte internazionale, sostenendo la crociata del Venezuela di Chávez contro gli Usa, ma, soprattutto, sul fronte della politica interna, prendendo le distanze dai Governi di stampo neoliberista che hanno a lungo dominato la scena politica ed economica della Bolivia.

Morales ha imposto un modello diametralmente antitetico rispetto al passato, garantendo alla Bolivia una crescita economica costante, intorno al 4% annuo, che è valsa al presidente anche il plauso del Fondo Monetario Internazionale. Una delle chiavi di volta della longevità politica di Morales esula però dai successi puramente economici, e dalla relativa spesa sociale, della propria azione di Governo, incentrandosi piuttosto sulla peculiare natura della società boliviana, composta per il 40% da indigeni secondo l’ultimo censimento, realizzato nel 2012, dell’Istituto nazionale di statistica (INE). Racchiuso perlopiù nella parte occidentale della Bolivia, quella altipianica ed andina, l’elettorato indigeno e rurale costituisce da sempre il grande serbatoio di voti di Evo Morales, primo Presidente indigeno della storia boliviana, identificandosi pienamente con la figura di un Presidente venuto dal basso, esponente di quella classe sociale emarginata e dimenticata dai Governi neoliberali che hanno preceduto il suo avvento.

Il leader del Movimiento al Socialismo (MAS), dal canto suo, non ha mai lesinato iniziative populiste di vario genere, volte a rimarcare la rottura col passato, col chiaro obiettivo di attribuirsi dei connotati politici ben definiti agli occhi del proprio elettorato.

Le polemiche seguite al referendum del 2016 hanno seriamente minato la popolarità di Morales, caduta al 20% dei consensi come mai successo durante il suo mandato. La campagna “NO es NO” lanciata a sostegno del risultato referendario ha posto l’accento sulla deriva autoritaria del Governo boliviano, appellandosi alla comunità internazionale per indurre il Presidente a rispettare la volontà della maggioranza dei boliviani.

L’avvicinarsi delle elezioni, una volta avuto il via libera del Tribunale Costituzionale, ha però rilanciato la figura del Presidente, proiettato dai sondaggi in testa alle intenzioni di voto con il 40% dei consensi. Come confermato da vari analisti, tra cui uno studio del Centro latinoamericano di geopolitica (Gelac), la ripresa in termini elettorali di Morales si fonda sulla tradizionale ricetta offerta nei suoi anni di Governo, basata, in primis, sui risultati raggiunti dall’economia boliviana ed i relativi programmi sociali finanziati attraverso la nazionalizzazione degli idrocarburi.

La positiva percezione dell’operato di Morales spiega in parte perché un suo tracollo politico, già previsto da alcuni anni, non si sia ancora verificato. Sebbene il leader nazionalista non sembra poter più contare sullo strabiliante sostegno popolare esibito in passato, sempre superiore al 50% dei consensi nelle precedenti tre tornate elettorali, la sua rimane tutt’ora una figura che permea profondamente la realtà della Bolivia.

Il Presidente uscente, dal canto suo, ha strategicamente mantenuto un low profile mai esibito nelle precedenti campagne elettorali, memore della batosta infertagli dal referendum e delle successive, feroci, polemiche seguite alla sentenza del Tribunale Costituzionale.

“Sorelle e fratelli, non ci avete mai abbandonato, noi continueremo a non abbandonarvi, ma voi fate lo stesso con me. Siamo un popolo, siamo lavoratori, abbiamo patito molte lotte e sofferenze”, esclamava Morales di fronte alla folla accorsa numerosa al primo atto della campagna elettorale del Movimiento al Socialismo celebrato lo scorso mese di maggio. Una campagna incentrata sul leitmotiv presidenziale dell’aver commesso alcuni errori di gestione, assicurando però l’elettorato di non aver mai tratto benefici personali in termini economici e chiedendo, perciò, fiducia per terminare il lavoro attraverso altri cinque anni di mandato.

“Voglio dirvi onestamente che possiamo esserci sbagliati, siamo esseri umani, ma correggiamo sempre i nostri errori. Noi siamo qui per fare la volontà del popolo, voglio quindi dirvi che non abbiamo mai rubato e non siamo venuti qui per derubare nessuno, ma piuttosto per servire la gente”, asseriva il Presidente boliviano davanti al proprio elettorato, ribadendo che soltanto la sua continuità di gestione potrà garantire alla Bolivia una stabilità economica, sociale e politica, diametralmente opposta al passato a tinte neoliberiste che ha dominato il Paese prima del suo avvento.

@MarioMagaro

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