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Turchia-Qatar: le ragioni di un'alleanza

Turchia-Qatar da un lato, Arabia Saudita-Emirati dall'altro. La competizione degli assi ridefinisce gli equilibri dell'Islam sunnita e del Medio Oriente. Il terzo giocatore è l'Occidente, sempre meno compatto

Il Ministro degli Esteri del Qatar Mohammed bin Abdulrahman bin Jassim Al-Thani insieme al Ministro degli Esteri turco Mevlut Cavusoglu durante un incontro a Doha. REUTERS/Naseem Zeitoon/Contrasto
Il Ministro degli Esteri del Qatar Mohammed bin Abdulrahman bin Jassim Al-Thani insieme al Ministro degli Esteri turco Mevlut Cavusoglu durante un incontro a Doha. REUTERS/Naseem Zeitoon/Contrasto

«Pace in patria, pace nel mondo». Questo motto sintetizzava la politica estera della Turchia durante il periodo kemalista e negli anni della Guerra Fredda, quando il Paese si collocò saldamente nel blocco occidentale. L’ascesa al potere dell’AKP nel 2002 ha modificato, tra le altre cose, anche questa visione del ruolo internazionale della Turchia, che formalmente rimane membro della Nato e alleato dell’Occidente, ma che al contempo cerca di acquisire maggiore peso politico a livello regionale, in linea la visione definita “neo-ottomanesimo”.

Nel raggiungimento di questo obiettivo, la Turchia deve tuttavia considerare la presenza di potenziali antagonisti e le loro posizioni rispetto alle dinamiche globali. Le ambizioni della Turchia sono ostacolate in primo luogo dall’Arabia Saudita, che si propone come unica rappresentante del wahabismo a livello internazionale attraverso una intensa propaganda mediatica e politiche di sicurezza regionali che ne hanno fatto un partner privilegiato di Stati Uniti e Israele. Questi tre Stati, ad esempio, lavorano da tempo alla costituzione della Middle East Strategic Alliance, un’alleanza sullo stile della Nato per contenere l’Iran e che ha già consentito a Israele, i cui termini di partecipazione sono ancora in via di definizione, di ottenere il supporto saudita – e quello statunitense – nella questione di Gerusalemme e nella ridefinizione dei territori palestinesi. Il sostegno statunitense, in cambio della costruzione della più grande base militare Usa nella regione, si è rivelato fondamentale anche per l’ascesa dello Sheik Hamad in Qatar, ideatore del brand “Qatar” e di Al-Jazeera, che nel 1996 poté contare sullo studio legale Patton Boggs di Washington per ottenere il congelamento del patrimonio del padre, Sheik Khalifa, e consolidare così la propria successione. La scelta del Qatar, pur a maggioranza wahabita, di non perseguire politiche improntate a questo credo religioso, mette in crisi proprio il tentativo di affermazione globale saudita e non consente che la mediazione statunitense consolidi un’alleanza anche fra i due Paesi, al contrario avvicinando l’Emirato qatariota alla Turchia.

Le relazioni fra Turchia, Arabia Saudita e Qatar, in effetti, disegnano uno scenario a geometrie variabili sin dalla dissoluzione dell’Impero ottomano. Se l’alleanza con Israele aveva avvicinato le posizioni saudite e turche sino agli anni ’90, lo scenario è stato successivamente complicato dalle divergenti concezioni sul ruolo della Siria e, nonostante il riavvicinamento occorso a seguito dello scambio di visite tra Re Abdullah ed Erdoğan tra il 2001 e il 2011 (la visita in Turchia di Re Abdullah fu la prima visita di un leader arabo dal 1966) da cui derivano gli accordi commerciali che ancora fanno dell’Arabia Saudita il principale investitore in Turchia, le primavere arabe hanno segnato un decisivo punto di rottura, soprattutto con riferimento al caso egiziano. L’affermazione di Morsi e dei Fratelli Musulmani, salutata con favore da alcuni settori dell’AKP che li considerano un’espressione dell’Islam politico, è stata invece vissuta con disappunto dall’Arabia Saudita (e dagli Emirati Arabi), che li considerano una formazione terrorista al pari di Al-Qaeda e Daesh e che per questo nel 2013 ha finanziato il generale Al-Sisi e la sua presa del potere. L’accoglienza che Turchia e Qatar hanno assicurato ai Fratelli Musulmani egiziani esuli ha definito così una contrapposizione politica che spiega il veto posto nel 2014 dall’Arabia Saudita alla candidatura della Turchia per un seggio non permanente presso il Consiglio di Sicurezza Onu e il coevo accordo per il dislocamento di truppe turche in Qatar, il cui primo contingente si è insediato a Doha nel 2015.

Sono queste le premesse che spiegano la suddivisione delle fazioni in occasione della crisi fra gli Stati sunniti della regione nel 2017. Accusando il Qatar di sostenere i Fratelli Musulmani, di dare ricetto a esponenti di Hamas e di mantenere rapporti politici e soprattutto economici con l’Iran – con cui il Qatar condivide la gestione del giacimento di gas naturale “South Pars” – nel mese di Ramadan del 2017 (giugno), Arabia Saudita, Emirati Arabi, Egitto, Bahrein e Yemen pongono in atto un blocco commerciale, che limita l’accesso alle derrate alimentari provenienti dalle importazioni con grave danno della popolazione; chiedono l’immediato rimpatrio dei cittadini qatarioti che, per vario motivo, erano presenti sui loro territori; bloccano tutte le trasmissioni di Al-Jazeera; negano il diritto di sorvolo agli aerei della Qatar Airways.

In questa gravosa impasse, l’Emiro Tamin bin Hamid al-Thani, salito al potere nel 2013 con un incruento colpo di stato, ha visto nella Repubblica di Turchia un solido alleato che, grazie a un ponte aereo e a spedizioni navali dal porto di Izmir, ha rifornito l’Emirato di circa 4000 tonnellate di derrate alimentari; contemporaneamente, il numero degli effettivi del contingente militare turco a Doha è stato accresciuto. Si è così consolidato un rapporto che, aldilà degli aspetti celebrativi dimostrati dall’emissione nel 2018 da parte dell’ambasciata del Qatar in Turchia di un francobollo commemorativo delle relazioni fra i due i Paesi, ha giustificato l’aiuto che il Qatar ha offerto alla Turchia nella recente crisi finanziaria dovuta alla svalutazione della lira turca. Ankara, infatti, oltre ad aver beneficiato di un Currency Swap Agreement, ha potuto contare sul lancio di un piano di investimenti di circa 15 bilioni di dollari da parte del Qatar, poi suggellato dal regalo da parte di al-Thani ad Erdoğan di un Boeing 747-8 dal valore di 400 milioni di dollari, considerato il jet privato più costoso e grande del mondo.

Sembra trattarsi, dunque, di una solida alleanza, che ha resistito anche alla “morbida” reazione del Qatar all’indomani dell’assassinio in circostanze poco chiare presso il Consolato saudita di Istanbul nell’ottobre 2018 di Jamal Khashoggi, giornalista del Washington Post e blogger vicino alla fazione riformista della casa reale saudita. Il Qatar, infatti, ha liquidato la vicenda auspicando che l’inchiesta fosse condotta a fondo e che i responsabili fossero consegnati alla giustizia; una reazione apprezzata dal Principe ereditario saudita Mohamed bin Saltan, potente Ministro della Difesa, che con l’occasione ha lodato l’encomiabile crescita economica del Qatar. Nonostante anche le autorità turche siano state inizialmente poco inclini a puntare il dito sulla casa reale saudita, l’appeasement fra Arabia Saudita e Qatar è stato seguito con attenzione dalla Turchia, nel timore che questa apertura potesse tradursi in una futura diminuzione dell’influenza turca in quel Qatar fondamentale non solo per la ripresa della sua economia ma soprattutto tassello fondamentale per la realizzazione del disegno neo-ottomano in opposizione al progetto saudita di espansione della propria visione del wahabismo.

In realtà, è in questa dinamica che si vede ancora una volta l’influenza occidentale nelle vicende della regione. Il Qatar è infatti consapevole che alleggerire le tensioni con l’Arabia Saudita comporta di riflesso il miglioramento delle relazioni con Usa e Israele e la riduzione dei rischi di fallimento dei grandi eventi che si appresta ad ospitare, come la Expo World Fair del 2020 e la World Cup del 2022. La Turchia, dal canto suo, non può reagire con eccessivo disappunto poiché necessita dell’appoggio qatariota per la risoluzione di alcune questioni inerenti alla propria sicurezza nazionale. In primo luogo, la mediazione del Qatar potrebbe essere utile nella questione siriana, dove la Turchia vede i propri interessi contrapposti a quelli degli Usa soprattutto con riferimento alle relazioni con le brigate curde dello YPG, vicine al PKK. Se il Governo statunitense non ha lesinato loro supporto materiale e politico, Ankara le considera invece un rischio per la sicurezza dei propri confini e per l’integrità dello Stato e per questo ha lanciato le operazioni militari Euphrates Shield nell’agosto 2016 e Olive Branch nel gennaio 2018. In secondo luogo, la vicinanza al Qatar consentirebbe alla Turchia di non perdere influenza in importanti teatri internazionali come la Libia, dove il sostegno turco a Sarraj si scontra con l’opinione dell’asse saudita, che vede nell’ascesa al potere del generale Haftar l’unica soluzione alla crisi imperante nel Paese.

Si tratta, dunque, di uno scenario complesso e controverso, su cui è difficile avanzare previsioni future ma che certamente segnala quanto le diverse anime interne all’Islam sunnita identifichino anche differenti visioni politiche e un diverso modo di confrontarsi con l’Occidente, anch’esso sempre meno monolitico nella gestione delle vicende internazionali.  

Questo articolo è pubblicato anche sul numero di luglio/agosto di eastwest.

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