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Afghanistan, cosa comporta il divieto della produzione di oppio


Da quando sono tornati al potere, i Talebani hanno reintrodotto il divieto di coltivare i papaveri da cui si ricava la sostanza stupefacente, sperando così che l'Occidente possa chiudere un occhio sulla mancanza dei diritti per le donne

Pietro Malesani Pietro Malesani
Pietro Malesani [TORINO] autore freelance, è appassionato di Germania e di Africa. Cofondatore della newsletter sulla Germania Il Fendinebbia, collabora con Altreconomia.

Da quando sono tornati al potere, i Talebani hanno reintrodotto il divieto di coltivare i papaveri da cui si ricava la sostanza stupefacente, sperando così che l’Occidente possa chiudere un occhio sulla mancanza dei diritti per le donne

È passato ormai un anno da quando, il 15 agosto 2021, i Talebani sono tornati al potere in Afghanistan. La rapida avanzata nel Paese, seguita al ritiro americano, si era conclusa con la riconquista di Kabul e il reinsediamento nella capitale, vent’anni dopo la prima volta. Da allora, il regime islamico ha fatto parlare di sé soprattutto per le questioni legate ai diritti umani e ai divieti imposti alle donne, da quello di guidare fino a quello di frequentare la scuola. Ma anche il dibattito legato alla produzione di oppio ha tenuto banco. Da quando sono tornati al potere, infatti, i Talebani hanno espresso la propria volontà di fermare la coltivazione dei papaveri da cui si ricava la sostanza stupefacente, riproponendo un divieto già applicato nel 2001. Ad aprile, alle loro parole è seguito un atto concreto: “La coltivazione di papaveri da oppio è stata severamente proibita – recita il decreto introdotto – e chi violerà la legge sarà punito secondo la Shari’a”.

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