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Coronavirus, Italia: tra Stato e regioni qualcosa non va

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Coronavirus: in Italia l’emergenza ha scatenato una crisi anche istituzionale. Squilibri e differenze territoriali caratterizzano il sistema sanitario nazionale

Coronavirus, Italia: l'emergenza ha scatenato anche una crisi istituzionale

Il Primo Ministro italiano Giuseppe Conte lascia l’edificio della Protezione civile dopo aver partecipato a un briefing sull’epidemia di coronavirus a Roma, Italia, 24 febbraio 2020. REUTERS/Remo Casilli

“Sono pronto a chiudere i confini della Campania”. Distratti da tanti avvenimenti drammatici, abbiamo forse trascurato la notizia che il Presidente De Luca ha lanciato in rete nel corso di una delle sue quasi quotidiane dirette Facebook. La Campania, e si può supporre per analogia anche le altre regioni italiane, è dunque dotata di confini militarmente difendibili: ponti levatoi sul Garigliano, trincee scavate nel Matese e filo spinato appena fuori Sapri. Qualche ora dopo De Luca ha corretto, spiegando che non pensava di schierare i doganieri ma più modestamente di mandare in quarantena obbligatoria chiunque fosse arrivato in regione provenendo da un’area ad alta densità di contagio. Niente di più di quello che aveva già ordinato settimane prima, il 22 marzo, e che si è dimostrato inapplicabile a tutti quelli che si spostano legittimamente, per lavoro o altre esigenze indifferibili. Mentre per fermare gli altri, quelli che non avevano una ragione valida per spostarsi, al tempo bastavano le sanzioni previste per tutti. Su tutto il territorio nazionale.

I confini delle regioni italiane sono una convenzione introdotta per ragioni statistiche, nel 1948 la Costituzione ha adottato la cartografia utilizzata dal Regno d’Italia per i censimenti. Ben altre radici storiche, affinità culturali, sociali ed economiche hanno le province e i comuni italiani. Eppure sono le regioni a guidare la spinta autonomista che era giunta al punto, prima dell’esplosione della pandemia, di portare due Governi (Gentiloni e Conte uno) a firmare accordi per la concessione di un’autonomia speciale a tre regioni ordinarie (Veneto, Lombardia ed Emilia Romagna). Il Governo in carica si era spinto alla soglia di una riforma di sistema. Discutendo in Consiglio dei Ministri una legge quadro che prevede forme di autonomia rafforzata per tutte le regioni che ne avanzano richiesta (nel frattempo Toscana e Liguria si erano aggiunte all’elenco) sulla base di accordi a due – Presidente del Consiglio-Presidente della Regione − sui quali il Parlamento esprime un parere, non vincolante. Tutto questo prima della pandemia.

Poi è arrivata la crisi. Innanzitutto sanitaria, economica ma molto presto anche istituzionale. C’è voluto pochissimo che il Governo centrale e le regioni cominciassero a litigare. Dal primo momento il Presidente del Consiglio ha sottolineato come l’organizzazione della sanità nel nostro ordinamento sia “di pressoché completa competenza delle regioni”. È così dalla riforma costituzionale del Titolo V nel 2001. Veneto e Lombardia, con una repentina svolta rispetto ai mesi precedenti nei quali si dicevano pronti a fare completamente da soli anche per le parti ancora di competenza statale (essenzialmente la redistribuzione delle risorse fiscali sotto forma di finanziamenti alla sanità), hanno invece cominciato a chiedere l’intervento dello Stato. In maniera incoerente: le stesse giunte regionali rimaste inerti davanti a un focolaio di contagio, aspettando Roma per chiudere tutto, passato qualche giorno diventavano velocissime a rovesciare le decisioni del Governo sulle aperture delle cartolerie.

La polemica sulle competenze stava annunciando quella sulle responsabilità. Oggi se ne sta occupando la magistratura. Già nel primo provvedimento di emergenza nazionale, il decreto del 23 febbraio − per altri aspetti assai discusso dai giuristi − il livello di responsabilità regionale era chiaramente indicato. Con un richiamo all’articolo 32 della legge istitutiva del servizio sanitario nazionale dov’è previsto che siano i Presidenti di Regione, e persino i sindaci, a emettere ordinanze “di carattere contingibile e urgente” in materia di igiene e sanità pubblica. Si tratta di quella legge che l’assessore lombardo alla sanità Gallera, a disastro consumato nella bergamasca, ha candidamente ammesso di aver dimenticato. Non così tutti gli altri Presidenti di Regione. Che proprio in virtù dei poteri in materia di sanità pubblica hanno cominciato a produrre ordinanze a ciclo continuo. Una valanga: il dipartimento per gli affari regionali ne ha contate circa quattrocento solo nei due mesi e mezzo dell’emergenza. Ma è un conto per difetto, perché molto spesso alle ordinanze hanno fatto seguito integrazioni o correzioni. Per esempio, De Luca. Ovviamente non ha chiuso i confini, ma in due mesi (dal 24 febbraio al 25 aprile) la giunta campana ha prodotto 39 ordinanze, 19 “chiarimenti” sulle ordinanze e 3 “atti di richiamo”. Più di un provvedimento al giorno.

In emergenza il Governo nazionale interviene frequentemente (anche troppo) con atti di immediata applicazione non sottoposti al controllo del Parlamento, gli ormai famosi decreti del Presidente del Consiglio dei Ministri (Dpcm). Le ordinanze regionali trovano la loro ragion d’essere in specifiche urgenze territoriali. Ma si arriva al paradosso di vietare alcuni comportamenti nelle zone dove il contagio è più contenuto, ammettendoli invece dove il rischio è maggiore. È il caso della corsetta, solitaria e sotto casa, vietata in Campania e permessa in Lombardia. Al caos delle ordinanze avrebbe dovuto porre un freno il secondo decreto legge sull’emergenza – 25 marzo, numero 19 – che pure conferma il potere dei Presidenti di Regione di intervenire con loro ordinanze a tutela della salute pubblica. Ma, chiarisce, solo “nelle more” delle decisioni nazionali e solo in caso di misure territoriali più restrittive di quelle nazionali. Nella pratica non è cambiato niente, perché i Presidenti di Regione hanno continuato a smentire le decisioni nazionali e non necessariamente in senso più restrittivo, bensì seguendo la loro agenda politica e gli interessi che intendono rappresentare.

È stato ancora un Dpcm a segnare il passaggio di fase, da uno a due, ma l’omogeneità ricercata dal Governo è saltata immediatamente quando i Presidenti di Regione hanno dettato le loro regole territoriali. “Se ne assumeranno le responsabilità in caso di risalita del contagio”, ha detto il Ministro Boccia. Prefigurando “aperture differenziate”, ma dopo il 18 maggio e “coerenti con il Dpcm”. Altrimenti, ha avvertito, “mando una diffida”. “Il Governo può impugnare le nostre ordinanze”, ha risposto Zaia. In pratica si sono detti reciprocamente “mi faccia causa”. Che è quello che avviene regolarmente tra regioni e Governo, come certifica la Corte costituzionale: il ricorso ai giudici serve frequentemente solo a spuntare un compromesso migliore. Come negli incidenti d’auto.

In definitiva sul principio di “leale collaborazione” ha prevalso la pulsione all’editto, la voglia di “metterci la faccia” (in diretta Facebook) con provvedimenti immediatamente efficaci e privi di verifica − se non la verifica tardiva dei tribunali. Ma la “leale collaborazione” tra Stato centrale e regioni è un preciso dovere costituzionale, tanto più durante un’emergenza, come ha ricordato a tutti la Presidente della Corte costituzionale Cartabia. Senza collaborazione neanche una clausola di supremazia nazionale di vasta applicazione può risolvere, da sola, le tensioni. Rischia anzi di amplificarle. Anche perché le motivazioni politiche del comportamento dei Presidenti di Regione sono apparse trasparenti non appena la prima ondata dell’emergenza ha cominciato a ritirarsi. C’è l’assalto leghista al Governo Conte che parte dalla Lombardia e dal Veneto. Ma ci sono anche le strategie personali di alcuni “governatori” in cerca di riconferma nelle urne. L’attenzione dei vertici politici di Campania, Puglia, Veneto, Liguria e in misura minore delle Marche (non della Toscana) a un certo punto si è spostata dall’emergenza sanitaria a un tema più pratico: le elezioni regionali. De Luca, Emiliano, Zaia e Toti hanno provato a ottenere dal Governo una data estiva per tornare alle urne. A cinquant’anni esatti dalle prime elezioni che segnarono la nascita delle regioni a statuto ordinario (7 giugno 1970), i Presidenti di Regione hanno immaginato di poter conquistare una veloce conferma, quasi un’acclamazione. In piena estate e sul ponte di comando della guerra al virus.

Questo articolo è pubblicato anche sul numero di giugno/luglio di eastwest.

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@andreafabozzi

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