A marzo, Donald Trump, mantenendo fede ad una sua solenne promessa elettorale, ha deciso di imporre dazi del 25% sulle importazioni di acciaio e del 10% su quelle di alluminio, a tutela dell’industria siderurgica statunitense, sostenendo che queste importazioni mettono in pericolo la sicurezza nazionale: acciaio e alluminio vengono impiegati dall’industria bellica e la dipendenza da Paesi stranieri - questo il ragionamento dell’Amministrazione Usa - metterebbe il Paese nella impossibilità di difendersi, in caso di conflitto armato. Per introdurre i dazi, la nuova Presidenza ha fatto ricorso a una legge varata nel 1962, in piena Guerra Fredda. Sono previste ulteriori esenzioni per i «veri amici» degli Stati Uniti. Ma chi sono i «veri amici»? Sono quelli - ad esempio - che rispettano il target minimo di contributo alla spesa militare Nato, fissato dall’Alleanza atlantica, pari al 2% del Pil. Né Italia, né Germania sono adempienti. Altri Paesi alleati degli Usa dovranno dimostrare che il loro export di acciaio e alluminio non rappresenti una minaccia per la sicurezza nazionale statunitense. Se ci riusciranno, potranno ottenere l’esenzione.

Secondo alcuni analisti, Canada, Unione Europea, Corea del Sud e Messico saranno i Paesi che subiranno maggiormente l’impatto dei dazi, che faranno scendere di più di 14 miliardi di dollari le importazioni Usa. Il Canada perderebbe 3,2 miliardi, l’Unione Europea 2,6. La Cina appena 700 milioni, sebbene sia evidente che l’intenzione di Trump fosse innanzitutto quella di colpire Pechino, per ridurre un deficit commerciale che è arrivato a quota 375 miliardi di dollari (secondo i cinesi, non supererebbe i 275).

E allora, pochi giorni fa, Trump raddoppia e alza il livello dello scontro commerciale con la Cina, annunciando la possibilità di imporre ulteriori dazi sulle importazioni da Pechino, per un valore di 100 miliardi di dollari: tutti i prodotti cinesi realizzati "sfruttando illegalmente brevetti americani" verranno tassati al 25%. La lista definitiva non è stata ancora finalizzata, ma è certo che colpirà le dieci aree strategiche che Xi Jinping ha inserito nel piano di sviluppo “Made in China 2025”, quello destinato a trasformare la Repubblica popolare in una potenza tecnologicamente avanzata: robotica, veicoli elettrici, intelligenza artificiale, IT, automazione industriale, biotecnologie, energie rinnovabili, ingegneria navale, aerospaziale e digital economy sono certamente alcuni dei settori produttivi che verranno colpiti dai nuovi dazi, le cui perdite sono state stimate in 60 miliardi di dollari. La Cina ha risposto iniziando prima a dismettere titoli di Stato americani, di cui è il principale detentore, poi ha identificato 120 prodotti americani importati e li ha appesantiti con una tassa del 15%, tra cui frutta, vino e tubi di acciaio. Infine, ha applicato tariffe del 25% ad altri 8 prodotti che oggi Pechino importa dall'America, tra cui carne di maiale e alluminio riciclato. Il danno economico per Washington è stato stimato dai cinesi in tre miliardi di dollari.

Al di là dei numeri, che lasciano prevedere una guerra commerciale a somma zero, quindi inutile se non addirittura dannosa per gli interessi americani che The Donald voleva difendere, resta fortissima la sensazione che gli Usa stiano dilapidando non quote di mercato, ma credibilità e affidabilità internazionale, senza le quali sarà sempre più difficile erigersi a super-potenza indiscussa e gendarme delle crisi, anche quelle di valori, come accaduto recentemente con il blitz in Siria. In questa occasione, e non per caso, la prima reazione della comunità internazionale è stata di dubitare che vi sia davvero stato un attacco chimico contro i civili, mettendo dunque in dubbio l’autorevolezza dell’America di Trump. E non chiediamoci perché...

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