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ITALIA CHIAMA EUROPA

Le elezioni in Groenlandia ruotano attorno alle terre rare

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Stavolta il voto in Groenlandia sarà monitorato da Ue, Usa e Cina, oltre che dall’industria mineraria. In vantaggio la sinistra, che si oppone al progetto per l’estrazione di terre rare

Il porto di Vestervig a Nuuk, Groenlandia, 25 marzo 2021. Ritzau Scanpix/Christian Klindt Soelbeck via REUTERS

Oggi in Groenlandia si terranno le elezioni generali per il rinnovo del Parlamento e dei consigli municipali. Le vicende politiche dell’isola non vengono generalmente seguite con attenzione dalla stampa internazionale. Stiamo parlando di un territorio geograficamente remoto, poco rilevante dal punto di vista economico e scarsamente popolato: in Groenlandia vivono appena 56mila persone, e il numero degli elettori è ancora più basso (circa 41mila).

Questa volta, però, la situazione è diversa e il voto verrà certamente monitorato dall’Unione europea, dagli Stati Uniti e dalla Cina, oltre che dall’industria mineraria. Perché le elezioni ruotano attorno alle terre rare e al futuro del progetto estrattivo di Kvanefjeld.

La questione delle terre rare

Secondo lo Geological Survey, un’agenzia del Governo americano, il sottosuolo groenlandese contiene infatti i più grandi depositi non sfruttati al mondo di terre rare: un gruppo di 17 metalli utilizzati nella produzione di dispositivi elettronici, veicoli militari e tecnologie per le fonti rinnovabili. Sono insomma delle risorse cruciali per il successo delle transizioni digitale ed energetica.

L’approvvigionamento delle terre rare è una grossa questione di sicurezza nazionale visto che la Cina, da sola, ne controlla l’80% dell’offerta globale. Il think tank Polar Research and Policy Initiative aveva allora invitato il gruppo Five Eyes – l’alleanza di intelligence tra Stati Uniti, Canada, Regno Unito, Australia e Nuova Zelanda – a rafforzare i rapporti con la Groenlandia in modo da garantirsene forniture sicure, sfruttando la vicinanza dell’isola al resto del Nordamerica.

Al di là delle dinamiche geopolitiche, le terre rare sono centrali anche per la situazione interna groenlandese. L’isola ha un Pil ridottissimo, di circa 3 miliardi di dollari, e una popolazione che dipende per il suo sostentamento da due cose: la pesca e gli aiuti che arrivano dal Regno di Danimarca, di cui la Groenlandia fa parte pur godendo di una larga autonomia di Governo. L’obiettivo di Nuuk, però, è ottenere l’indipendenza da Copenaghen.

Lo sfruttamento minerario, allora, migliorando le prospettive economiche e occupazionali della Groenlandia, potrebbe permettere di allentarne la dipendenza dalle sovvenzioni danesi e rafforzarne le rivendicazioni politiche. Lo sviluppo potrebbe migliorare anche la situazione sociale: l’isola ha gravi problemi di alcolismo, di violenze sessuali e il tasso di suicidi più alto al mondo.

Il progetto Kvanefjeld

La Groenlandia ha dunque la possibilità di esibire le proprie riserve di terre rare per attirare investimenti stranieri. Il riscaldamento globale ha reso più semplice ed economico l’accesso all’Artico e il raggiungimento dei depositi sotterranei. Ma c’è una parte dell’opinione pubblica che è contraria alle miniere perché preoccupata per il loro impatto ambientale: le terre rare contengono spesso del materiale radioattivo, e specialmente il processo di raffinazione genera grosse quantità di scarti.

Secondo i sondaggi, il partito in vantaggio alle elezioni di oggi è Comunità Inuit (Inuit Ataqatigiit), di sinistra e pro-indipendenza. Comunità Inuit è contraria allo sviluppo del progetto Kvanefjeld per l’estrazione di terre rare – definito il secondo più grande al mondo – anche perché nel sito sono contenuti depositi di uranio. Siumut, il partito di centro-sinistra al Governo fino alla caduta della coalizione a febbraio, era invece favorevole, ma ha iniziato a rivedere la sua posizione proprio a causa dell’opposizione pubblica, espressasi anche in maniera violenta (minacce di morte contro i Ministri e un allarme bomba).

Se Comunità Inuit dovesse vincere le elezioni e arrivare a governare, potrebbe decidere di sospendere il progetto Kvanefjeld. Le ripercussioni andrebbero al di là del singolo sito minerario e incrinerebbero l’immagine della Groenlandia di fronte alle aziende del settore, che potrebbero decidere di spendere altrove i propri capitali per non correre rischi.

Kvanefjeld si inserisce peraltro nella “corsa alle terre rare” tra Stati Uniti e Cina. Il progetto è portato avanti dalla società australiana Greenland Minerals, la cui maggiore azionista è la compagnia cinese Shenghe Resources, che a sua volta è di proprietà di un istituto di ricerca mineraria collegato al Governo di Pechino.

I legami strategici tra Nuuk e Washington sono molto solidi. Stando a un recente sondaggio condotto dall’Università della Groenlandia, il 53% dei groenlandesi vede la crescita dell’influenza di Pechino nel mondo come una cosa positiva, ma solo il 32% è favorevole agli investimenti cinesi sull’isola. La Cina però è un importante socio commerciale per la Groenlandia, che vi esporta gamberi, merluzzi e halibut, e ha mostrato interesse nella realizzazione di infrastrutture.

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L'AUTORE

Marco Dell'Aguzzo

Giornalista, scrive per eastwest, Il Sole 24 Ore e Aspenia. Si occupa di Messico e Nord America.
GUALA
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